Michela Murgia, “Accabadora”, Torino, Einaudi – 2009 -, letto da Dante Maffia

michele murgiaLa Sardegna non finisce di sorprenderci con i suoi scrittori capaci di portare le millenarie tradizioni dentro il fuoco vivido dell’attualità. Marcello Fois, Salvatore Niffoi, Salvatore Mannuzzu, Milena Agus hanno rinverdito un solco che nato da Grazia Deledda, vasta e inesauribile in tanti aspetti poco frequentati dei suoi libri, e transitato attraverso le esperienze indimenticabili di Salvatore Satta e di Giuseppe Dessì, arriva oggi a Michela Murgia. La Murgia ha da subito dimostrato di saper entrare nella carne viva di una terra straordinaria sia per la sua ricchezza umana e sia per le sue contraddizioni e con Il mondo deve sapere (2006) ha subito imposto la sua presenza nel panorama letterario odierno anche per la scrittura senza fronzoli, quasi levigata, comunque attenta a ogni sfumatura L’Accabadora suggella una vocazione chiara e aperta verso quella che mi piace chiamare narrativa antropologica, ma portata in termini attuali, anche senza mai mettere a confronto i dati di una condizione, per esempio, come quella che riguarda l’eutanasia. La Sardegna ha nel suo seno questa figura inquietante dell’accabadora, cioè la donna che finisce, che si assume il compito di diventare l’ultima madre, quella che chiude gli occhi e spedisce al Creatore chi soffre, chi non ce la fa più a convivere con il dolore reiterato, con lo scempio di agonie che a volte durano mesi e anni. Si tratta d’un compito riconosciuto perfino dai familiari degli ammalati che spesso sono essi stessi ad invocarla di intervenire, ma si tratta anche di una responsabilità che produce del torbido, inquietante e funesta almeno per chi crede che la vita debba durare fino a che non si spegne da sé. A Soreni, Tzia Bonaria, sarta benestante, adotta Maria, la quarta figlia di una vedova. I motivi dell’adozione d’affetto, quindi non avvenuta per via legale, ma sulla fiducia della famiglia, sono molteplici, primo fra tutti quello di avere una compagnia nei giorni di solitudine, poi quella di prepararsi un sostegno nella vecchia. Tzia Bonaria è persona pratica, con un’esperienza di vita che si rivela giorno dopo giorno, ma per la bambina ha anche un qualcosa di misterioso dopo che s’è accorta ce Bonaria esce di notte. La Murgia è molto attenta a dosare il rapporto tra le due donne e a descriverne le reciproche emozioni e perciò gli ambienti del paese sono descritti in maniera piacevole e delineati con chiarezza. Si può dire che non ci sia nulla fuori posto, la narrazione va avanti con equilibrio e senza scossoni, come in una tela dove tutto è codificato e organizzato secondo la prassi. Ognuno dei protagonisti svolge il suo ruolo in rituali ancestrali che compongono l’affresco di un mondo ancora caldo di coralità. Un avvenimento però sconvolge la psiche di Maria quando apprende dalla bocca di Andrìa, il fratello di Nicola, che questi è stato ucciso nel sonno e proprio da Bonaria. Nicola era stato amputato e poiché era un giovane pieno di energie, di vitalità, di speranze, non accetta quella sorte infida e prega Bonaria, sapendo del suo “segreto mestiere notturno”, di soffocarlo. Bonaria reagisce a quella richiesta che ritiene assurda, perché egli non è in fin di vita. Ma poi si ricorda del suo uomo, delle parole di prima che partisse per la guerra… e una notte compie quello che ritiene una sorta di “dovere” per liberare il giovanotto dalla maledizione dello sciancato. Maria fugge andandosene a Torino e poi, richiamata da un asorella quando Bonaria viene colpita da un ictus, ritorna, e qui la vicenda assume i toni d’una tragedia antica raccontata con molto pathos, e ancora una volta con estrema pulizia. Forse le pagine dedicate a Torino sanno un tantino di artificio, di troppo romanzesco rispetto soprattutto al resto del libro che si muove in un’aura di storia delle tradizioni popolari. È come se fossero un diversivo in fondo inutile per preparare il finale; danno un po’ l’impressione del superfluo e spezzano la densità e la fluidità del racconto che poggia la sua forza espressiva soprattutto sull’impatto di un a Sardegna che conosce le sfumature della vita anche in quei detti che Giovanni Verga utilizzò per trarne elementi realistici e che la Murgia invece utilizza per dare valenza sociologica a una vicenda che ha dell’inverosimile e proprio per questo saputa portare alla dimensione di normalità. “Il Signore non coglie frutta acerba”, potrebbe essere la giustificazione morale, la difesa dell’accabadora per quel che ella esegue. Ma poi davvero ha bisogno di essere giustificata, di avere il consenso o il dissenso degli altri? L’intero paese conosce il suo segreto e in qualche modo ne è complice e spesso solidale. La figlia dell’anima è completamente dentro il senso profondo di questo paese in cui ancora esiste la solidarietà, lo scambio dei doni. È vero, “Ci sono cose che si fanno e cose che non si fanno, e Maria la differenza la conosceva benissimo”, ma chi le aveva insegnato questa differenza? Il libro si chiude su un rientro nell’ordine delle cose che ha il sapore di un’assoluzione e insieme di una condanna.

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