Tibullo, il libro delle elegie di Ligdamo (I), traduzione di Luciano Nota

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Martis Romani festae venere kalendae
– exoriens nostris hic fuit annus avis –
et vaga nunc certa discurrunt undique pompa
perque vias urbis munera perque domos:
dicite, Pierides, quonam donetur honore
seu mea, seu fallor, cara Neaera tamen.
Carmine formosae, pretio capiuntur avarae.
Gaudeat, ut digna est, versibus illa meis.
Lutea sed niveum involvat membrana libellum,
pumex et canas tondeat ante comas,
summaque praetexat tenuis fastigia chartae,
indicet ut nomen littera facta tuum,
atque inter geminas pingantur cornua frontes:
sic etenim comptum mittere oportet opus.
Per vos, auctores huius mihi carminis, oro
Castaliamque umbram Pieriosque lacus,
ite domum cultumque illi donate libellum,
sicut erit: nullus defluat inde color.
Illa mihi referet, si nostri mutua cura est,
an minor, an toto pectore deciderim.
Sed primum meritam larga donate salute
atque haec submisso dicite verba sono:
“Haec tibi vir quondam, nunc frater, casta Neaera,
mittit et accipias munera parva rogat,
teque suis iurat caram magis esse medullis,
sive sibi coniunx sive futura soror,
sed potius coniunx: huius spem nominis illi
auferet extincto pallida Ditis aqua”.

 

Son tornate le Calende, festa del romano Marte
– fu questo per gli avi il giorno iniziale dell’anno –
e ovunque si consegnano solenni doni
vagando per le vie e le case dell’Urbe.
O Pieridi, ditemi con quale grazia
devo esaltare la mia Neèra, la mia donna,
o se m’abbaglio, sempre la mia tenera.
Le vistose si seducono coi carmi, le cupide con gli averi.
Lei si appaghi, è giusta per i miei canti,
ma un involucro d’oro avvolga il mio puro libretto,
e la pomice ne rasi prima il bianco vello,
un fine messaggio circondi il bordo in alto
del dolce foglio di papiro che designa il mio nome,
e siano vivaci i pomelli alle due basi:
così ornata devo inviare la mia opera.
Prego voi, ispiratrici di questo carme,
e con voi le spente castalie e le sorgive pierie,
andate nella sua casa a donarle il grazioso libretto,
com’è ora, e che non perda colore.
Lei dirà se il mio amore è ricambiato,
o se il suo è più piccolo, o interamente sceso dal suo cuore.
Ma prima datele l’affettuoso saluto che merita
e con flebile voce ditele questo: chi un tempo ti fu sposo,
ora fratello, pura Neèra, ti porta questo modesto dono
e ti supplica di accettarlo, e promette che tu gli sei cara più dell’anima,
che tu sia sposa o sorella.
Alquanto sposa: solo le acque astiose di Dite
gli toglieranno da morto la delizia di darti questo nome.

2 commenti
  1. Tibullo mi riporta alla scuola; ma non dev’essere così: fu un grande poeta; leggerlo nella traduzione di Luciano è commovente per l’impegno applicato. Qui non si scherza, qui si fa cultura che si dipana mentre aumenta di volume.
    narda

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