“Il diario di un libertino” di Bruno Benelli, letto da Marco Onofrio

cop_benelliBruno Benelli siamo abituati a vederlo al TG5 come esperto di questioni previdenziali, ma è anche uno scrittore raffinato, che ama concedersi al piacere della bella pagina. Con Il diario di un libertino (Roma, EdiLet, 2012, pp. 168, Euro 12) costruisce un delizioso romanzo “filosofico” sulle dolcezze dell’eros e sul fascino eterno della donna. È filosofia spicciola, centrata sulla profondità della leggerezza, e si giova di una scrittura elegante e soffice, per aloni sfumati, ricca di agudezas e di maliziose trovate giornalistiche, come da elzeviro di costume. Lo stile di Benelli è un soffio di cristallo che illumina da dentro i contenuti; e lo fa così bene che diventa contenuto a sé.

Il meccanismo narrativo utilizza, per innescare le sue dinamiche, l’artificio della “perorazione”. L’io narrante coincide con un avvocato che difende il suo assistito (il “libertino”) dalla pubblica accusa di immoralità. Il racconto consiste appunto di questa difesa, in assenza fisica del protagonista, attraverso cui – ricostruendo le sue innumerevoli esperienze erotiche – viene disegnata la “profilatura” di un uomo, il ritratto di un “cuore che palpita”. Viene anzitutto precisata la distanza che separa il “seduttore”, spregiudicato e amorale, dal “libertino”, che segue la morale intrinseca della natura, alla quale conforma creativamente il suo modo di vivere e di agire. Il protagonista del libro diventa libertino anche grazie all’infanzia dominata e ammorbidita dalle donne: capì subito che «sarebbe stato un bel vivere. Milioni di Eve pronte a cuocere le pietanze nella capiente e mai piena pentola dell’amore e a ficcare in bocca a milioni di Adami nettare e miele e latte, polveri d’oro». Capì insomma che le donne, con la loro inebriante, umorale sensualità, avrebbero segnato per sempre il suo destino: «sarebbero state come il medico di Lucrezio che spalma il biondo miele sull’orlo della tazza per far trangugiare all’ammalato l’amara medicina». Da qui, la sua precoce passione per il sesso, percepito e praticato come orto di delizie, recinto paradisiaco, isola di beatitudine; vettore per scorrere sulle cose e viaggiare nel mondo, sperimentare il nuovo sull’onda di un’avventura perenne, poiché insaziabile, fuori e dentro sé; viatico per copulare sistematicamente, oltre che con i corpi, con la realtà tutta della vita, e quindi anche con la bellezza, il teatro, l’arte, la poesia. Per vivere l’esperienza erotica il libertino utilizza raffinati strumenti conoscitivi, mettendo in gioco un bagaglio culturale sostanzioso e variegato, che si nutre alle fonti di autori straordinari, come Boccaccio, Aretino, Voltaire, Casanova, Baudelaire, e ne attraversa le pagine con un respiro di chiara impronta epicurea.

Al “vivere secondo morale” (che porta al moralismo, per cui «ad una certa età spuntano i denti del pre-giudizio») viene contrapposto e preferito il “vivere secondo natura” (che porta all’autentica morale, per cui è sacrilego peccato non commettere “peccati”). Rinunciare alla pienezza della vita è una bestemmia contro la vita stessa. «Com’è possibile rinunciare alle grazie della donna? Come è possibile mantenersi casti in un mercato saturo di carne femminile messa in bella mostra, pronta per essere apprezzata, soppesata, valutata, divorata, digerita con gli sguardi, in modo continuamente insaziato? In un mondo pieno di bruttezze, come è possibile chiudere gli occhi di fronte alla carnalmente trascendente, e spesso violenta, bellezza della donna?». Abominio imperdonabile, poi, è considerare peccato il sesso, dal momento che è sesso la vita medesima. Ogni donna, con la sua carnale terrestrità, funge da correttivo riequilibrante alle tensioni centrifughe e ulissiache del maschio avventuriero. Ogni donna è la riproduzione umana del pianeta che ci ospita: lo rappresenta con la dolce rotondità delle sue forme, con la pienezza florida dei seni, con l’anfora sacra incisa nella curva dei suoi fianchi. Il coito, di conseguenza, è un rito di congiunzione cosmica con le energie profonde della vita, un ritorno alle origini del tempo che innesca, ogni volta, un processo di rinascita e rigenerazione. Il libertino ha bisogno di produrre continuamente la scintilla magica di questo descensus, che lo riporta alla beatitudine dello stadio precosciente e prenatale: proprio lì, per qualche attimo, si oltrepassano i confini del soggetto e si abbraccia l’assoluto del “pleroma”, cioè la pienezza della divinità. C’è dunque una specie di sotteso cupio dissolvi nella dispersione del libertino, nel suo disseminarsi e dimenticarsi, attraverso il girotondo infinito di conquiste e corpi femminili da possedere. E, ovviamente, si guarda bene dal metter su famiglia: proprio per godere di questa meravigliosa infinità senza ostacoli di gabbie, remore, rimorsi. La salvezza è nel numero intercambiabile delle esperienze – ciascuna delle quali, tuttavia, unica – che gli consente di vivere l’amore plurale grazie agli amori singolari: ritrovando nella donna tutte le donne e, al contempo, in tutte le donne “la” donna.

L’incontro erotico è una festa gioiosa e prorompente: un modo per celebrare la vita attraverso gonne, mutandine, carezze, confricazioni, penetrazioni, scambi, brividi, estasi, fremiti, languori. Si varca il confine di una dimensione “altra”, archetipica, universale, le cui vibrazioni consentono di entrare in armonia fisica e spirituale con il creato. Il sesso trasforma le persone, anche quelle più insospettabili, e ne fa emergere la verità autentica oltre le maschere, l’essenza, il volto animalesco e primordiale: «Il nostro si accompagnava a una dolce signora, molto delicata, in versione mini, con il velo di rossore sempiterno sul volto, una extravergine doc, da poter esibire come un istoriato bastone da passeggio. (…) A letto la dolce signora era una belva, maliarda e narcisista, un lapalissiano cristallo rifulgente. Si iniziava la tenzone amorosa e la donna lo aggrediva da tutte le parti. (…) Gli odori che emanava il sesso femminile erano forti e africani, conturbavano la mente, facevano vacillare la ragione, mentre la signora andava all’assalto con una furia insaziabile e insaziata. Chiudere la partita significava divincolarsi dalle centinaia di dita e dalle decine di braccia che miracolosamente ampliavano gli attacchi della donna, e alla fine era necessario chiedere la grazia di cessare, chiamiamole così, le ostilità. La signora a questo punto rinveniva a se stessa, la carne squassata dalla porosa libidine tornava liscia e vellutata, il tratto del viso si ricomponeva e tornava al rossore di sempre, a quell’aspetto aureo che faceva dell’interessata, nonostante l’età, l’identikit di una saporosa e croccante educanda». Il libertino vuole restituire la donna (“degradata”, secondo lui, nel ruolo di moglie) al rango sontuoso di femmina concupiscente, «coreografa di una danza ultraterrena (…), geroglifico dello spazio e del tempo (…), coppiera del liquido amore (…), sacerdotessa del dio della passione». Malgrado le apparenze, il libertino non è un egocentrico maschilista: pensa soprattutto al piacere della donna, a farla sentire “regina”.

Le ragioni perenni della vita trionfano su ogni tentativo di resistenza e di irreggimentazione da parte della “civiltà”. Omnia vincit amor. Anche i serrami del tempo: ci sono ore ordinarie che per passare ci mettono un’ora e mezzo; grazie all’eros, viceversa, l’eternità si può sfiorare in due giri d’orologio. Il tempo erotico procede per intensità, e si analizza per sondaggi qualitativi. Del resto, l’età anagrafica ha un valore relativo, o pressappoco: non basta essere giovani per non essere vecchi; ed essere vecchi non vuol dire esserlo davvero. C’è, in ogni caso, la salvezza garantita dalla donna: indispensabile medicina antiossidante, elisir di giovinezza, dispensatrice di salute fisica e psichica, ambrosia e nettare vermiglio: meraviglioso antidoto contro la desertica solitudine di un cuore virile.

Deve essersi divertito molto, Bruno Benelli, a scrivere questo libro piacevole e arguto, talora caustico, che attraverso le finezze magistrali dell’ironia (intesa anzitutto come sguardo per leggere il mondo) estrae dalle cose una saggezza autentica poiché non saccente né moralistica, ma ritagliata sull’esperienza, a mo’ di “summula vitae”: un concentrato di storie e riflessioni in cui chiunque potrà facilmente riconoscersi.

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