Zbigniev Herbert “La mia musica” Inedito trad Donata De Bartolomeo

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La mia musica diventava sempre più cupa

Un uccello morto cadde da un ramo.
Un corvo batté il becco sul vetro della finestra.
La mia musica diventava sempre più cupa.
Il violino prendeva fuoco dall’archetto.
«Per oggi basta», mi ha detto,
«dovrebbe esercitarsi di più».
L’orologio riprese a camminare.
La tigre sorrideva.
«Naturalmente», farfugliai in preda al panico.
E si congedò a passi felpati, varcò la porta.
Si fermò un attimo sulla soglia:
«Arrivederci», disse.

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27 commenti
  1. Io sono uno (una) di “quei signori” che hanno scritto sulla poesia in oggetto. Per i poeti indicati (Baudelaire e Kavafis) io, che peraltro non ho elogiato con entusiasmo, in proporzione inversa alla mia passione per loro, direi una sola parola: “Magnifici.”.
    Giorgina Busca Gernetti

  2. in risposta all’amico poeta Salvatore Martino al quale va tutta la mia stima mi permetto, per una volta, di dissentire. Lasciamo stare Baudelaire e Kavafis, qui l’oggetto della discussione è una poesia di Herbert, poeta tra i più grandi del Novecento polacco e al quale sarebbe dovuto andare il Nobel ma la sua morte precoce lo rese impossibile. Veniamo al testo. La poesia non concede nulla al lettore: nuda, scabra, con parole qualsiasi, non si pavoneggia, non intende sedurre il lettore, non mette in mostra particolari retorismi, va dritta al dunque con una velocità impressionante; non c’è una sola sillaba in eccesso (o in difetto) tutto ciò che viene detto è detto con un risparmio di parole veramente ammirevole. Dopo i primi 4 versi che ci introducono (per correlativo oggettivo) dentro una situazione, i restanti versi sono un dialogo serrato tra due personaggi: un musicista e un misterioso Convenuto. Si profila una sfida tra il musicista (leggi il poeta) e la Morte. La sfida finisce con un rinvio ad un’altra sfida. La posta in palio è l’immortalità, il Bello, la mirabile esecuzione musicale. Ma, mi si permetta, qui c’è qualcosa di più, la poesia ci dice anche come ci si deve comportare dinanzi ad un misterioso Convenuto (la Morte) che parla per comandi imperiosi. Nel musicista c’è una prova mirabile di come ci si debba comportare dinanzi ad una dittatura (la dittatura della Morte). Il musicista si comporta nel solo modo che lui conosce: suonando con il violino. Il verso che piace a Martino (il violino prendeva fuoco dall’archetto), è tra i più sobri che io abbia mai letto, di una semplicità disarmante: ci informa che il musicista (leggi il poeta) sta tentando di sconfiggere il Grande Dittatore la Morte. È un duello senza infingimenti quello che qui si rappresenta. Uno scontro frontale. Ecco quello che vuole dirci Herbert: la poesia riuscirà a distruggere la Morte soltanto se accetta di essere uno scontro frontale contro le potenze del Male. Tutto il resto cadrà nell’oblio. Tutto il resto è ciarla. Francamente trovo la poesia veramente eccezionale..

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