La Poesia di Luigi Fiorentino (1913-1981) letta da Marco Onofrio

PoesiaLuigi Fiorentino “Il compiuto discorso” , Roma, EdiLet, 160 pp., 13 Euro a cura di Raffaello Utzeri

In occasione del centenario della nascita, l’editrice romana EdiLet ha inaugurato la riedizione delle opere di Luigi Fiorentino con una antologia poetica. Nato a Mazara del Vallo il 13 febbraio 1913, Luigi Fiorentino è stato scrittore, poeta, saggista e traduttore. Autore di oltre venti libri (poesia, narrativa, critica letteraria) e di numerose traduzioni dalla letteratura spagnola e francese (tra cui Gongora, Chenier, Mallarmé, e classici come il Cid), ha suscitato l’interesse critico, fra gli altri, di Francesco Flora, Enrico Falqui, Paul Fort e Juan Ramòn Jimenez. Dopo le esperienze traumatiche della seconda guerra mondiale, che lo videro nei panni di ufficiale di artiglieria e di internato IMI, si è stabilito a Siena dove, nel 1946, ha fondato la rivista «Ausonia». Ha diretto a Siena la casa editrice Maia e ha insegnato storia della letteratura italiana presso la Scuola di Lingua e Cultura Italiana per Stranieri. Successivamente ha insegnato lingua e letteratura spagnola e letteratura ibero-americana presso le Università degli Studi di Siena, Arezzo e Trieste, dove è morto il 2 agosto 1981. La scrittura di Fiorentino, sospesa e non sempre risolta fra le pulsioni avanguardistiche del primo ‘900 e la misura eterna di una classicità dal sapore mediterraneo, traguarda una dimensione mitopoietica di cose invisibili (“il vento che scivola”, “i giorni che passano”, “il tempo che ci stringe”), di ombre, di vibrazioni, di sensazioni sottili, evanescenti, di “aria nell’aria”, di apparizioni, di immagini archetipiche, di acque ristoratrici: “guardo a dietro / e costruisco l’Ieri”; “ai giorni che verranno ancora poni / le ghirlande lucenti del passato”; “come fa l’onda ora sulla sabbia / si allunga dentro l’anima il passato”. Il passato riemerge sull’orlo delle cose visibili e parla con la voce del silenzio. Fiorentino ama il silenzio, come veicolo di spoliazione, concentrazione, essenza, solitudine: aspira ad “essere ombra nell’ombra della sera” che trascolora, e nei profondi silenzi della notte “creatrice” dove si contattano le energie primigenie delle trasformazioni. Egli “inciela” sguardo e pensiero entro le “distanze sperse in cosmiche armonie”. Traduce in fervore di ricerca (“come bulino / scavano, nel silenzio, i miei pensieri”) la sua infrenabile ansia d’assoluto: che il pensiero voli, che lo sguardo miri lontano: ecco il “desiderio di cime immacolate”, di nuove altezze ardite, mai tentate, di “inesplorati abissi”. E lo slancio celeste presuppone l’abbandono all’“empito del cuore”: occorre scavare l’alveo entro cui verrà veicolata la “voce dell’ignoto” che gli vibra in petto. Così, pare talvolta afferrato da un demone orfico, un grumo pre-logico di significati che si esprimono attraverso un turbine oscuro. L’obiettivo che Fiorentino persegue, soprattutto nella prima fase della sua produzione, è la “scalata al cielo”, cioè la penetrazione del mistero e della verità: “questo vigore che mi spinge al cielo”, così scrive: “misteriosa la voce che mi chiama / a salire. Scalata senza fine”. Le parole sono attratte da correnti ascensionali, che le freddano in un gelo sidereo, attraverso cui – come per un vetro smerigliato – tutto si trasfigura in chiave metafisica. Ma l’anelito del poeta è la visione snebbiata, è l’essenza vera. Trapela dai versi un amore vivo per le possibilità rivelatrici e conoscitive della poesia, che coincide con la via del cielo: “la meta splende in alto, è poesia / bandisci la menzogna / anima mia / sogna”. Il poeta si comunica con l’Alto, dialoga con le forze nascoste, con le entità invisibili. Fiorentino pretende molto, da se stesso e dalla propria arte: chiede alla poesia di eliminare le scorie inautentiche, le incrostazioni false che ricoprono la polpa delle cose. La parola deve essere “sincera”, deve chiamare ogni essere e ogni ente per quello che è, creare un mondo di corrispondenze effettive, di relazioni fondate: “poesia, tu sola vera / tu sola che parlare sai (…) oltre l’umano”. È un andare “oltre l’umano” che però non elide aprioristicamente gli errori, i portati generosi della vita, anche le scorie detritiche della realtà.

Il macrocosmo è racchiuso nel microcosmo, l’infinito nel finito, l’immenso nell’esiguo: “nella gola felice di quel passero / canta la vita, e i fiumi e i monti cantano, / e i vènti e i mari cantano, e gli uomini”. Scaturisce da tali presupposti una poesia intrisa di consapevolezza che mette a frutto il dono dell’esperienza: “Ho appreso! Ho appreso!”. Scrivere dopo aver conosciuto tutto, il caldo e il gelo, l’ira tremenda e la serenità, e anche – purtroppo – l’“uomo-biscia”. Ecco dunque la complessità amletica del vivere, le aporie della verità: “essere preda di opposti oceani”. La caducità di ogni cosa, la predisposizione alla dissolvenza: tutto è destinato a sfumare. La frana è “inevitabile”: infatti, “avvinti” al “nostro buio”, sprofondiamo. La bellezza stessa non resiste: si dissolve “al buio delle morte stagioni”. La nostra condizione è, ungarettianamente, quella della “foglia d’autunno in un estremo abbaglio”. E la vita è un “oscillante filo di speranza”, un lampo di “morgane”, una “fuga di stagioni e d’anni”, un “trepidante addio”: “la vita è solo una fugacità”. Tuttavia, per contro, Fiorentino coltiva una poesia carnale e materica (“sbandierano / le gonne calde musiche di carni”) e ricca di umori, di colori, di “nutrimenti terrestri”, quando ad esempio parla della Sicilia: campi di grano, arance, ulivi, mandorli, agavi, vigne, distese azzurre del mare: parola-terra d’acque e sangue che fermenta, fremito che assurge a infiorescenza: “tutta la terra è musica che vive”. La ricchezza generosa del sud (“Oh, Sud!”) che ha dentro la sapienza distillata di un “dolore antico”. Attraverso questi anditi il poeta contatta le radici mediterranee della nostra cultura: “nostra madre è l’Ellade, o compagni d’Europa”. Ed ecco l’assimilazione del mondo classico. Non parliamo di classicismo, cioè imitazione di maniera, bensì invece di classicità, estratta come un lievito di vita, una linfa sanguigna, un humus fertile di cui concimare il presente per coltivare l’avvento del futuro. La cultura classica in Fiorentino è vivificata dalla modernità, e capace a sua volta di assorbire le inquietudini romantiche e decadenti; la filtra, infatti, anche attraverso il substrato dannunziano e pascoliano (oltre al modello coevo e conterraneo di Quasimodo) che assimila, come saggiando il metallo, per trovare la propria voce originale, in equilibro tra sentimento e ragione. È in questo crinale che sa incunearsi, periclitante, il suo desiderio di oblio metafisico: “obliar tutto: / e gesto e voci e spazio e tempo e luoghi”; “fra le tue braccia m’ignoro, / come il fiore non sa delle radici / un nulla sono, a me stesso mistero”; “ghiro caduto in sonni prenatali”. E l’accordo del cuore col mondo può vibrare di consonanza cosmica, assumendo addirittura toni di felicità raggiunta: “dolce alla sera sentirsi felici / per l’opera del giorno. Assaporare / il dono della vita e delle cose / vedere solo l’intima bellezza. / Tuffarsi in un lavacro di bontà / esser sé stessi e tutti insieme gli uomini”. La predisposizione all’ascolto profondo, che gli è peraltro congeniale, diventa la condizione prima di un nuovo equilibrio di salvezza e rigenerazione (“Ascolta. / Suprema è l’armonia”), per cui è possibile riallacciarsi al tempo mitico delle origini, fatto di “metamorfosi”, di uomini-cavalli (cioè di centauri) e “monti e mari e selve” purificati. Ma la palingenesi dello stato di natura, forse ancora attingibile grazie alla creazione poetica, si scontra con la terribilità della Storia, che produce “martiri sconosciuti” sulle fosse dove “macera l’Idea” (dove vanno cioè a farsi benedire i migliori propositi teorici sull’uomo e sul governo delle cose). Ecco il tallone di ferro della guerra, e l’esperienza di prigionia nei campi di concentramento (Posen, Sandbostel, Wietzendorf) dove Fiorentino venne internato come IMI. E la natura scorre, indifferente alla follia dell’uomo (“anche nella cupa notte d’Hitler / stelle nella mia vita, tante stelle”), ma certe volte sembra assorbirne il caos (riflettendo in realtà lo sguardo impaurito e angosciato del prigioniero): “anche fra i vènti guerra”; “landa dove morde il vento”; “basso, funereo il cielo”. L’armonia primordiale è ormai inattingibile. Fiorentino accende una polemica in versi col proprio tempo, dominato dall’uomo-lupo, intessuto cioè di frodi e intrighi e inganni consapevoli, di materialismo ottuso, di superficialità. Così, in età matura, affronta la marea montante della società dei consumi e del boom economico. La frattura è insanabile: Dio è stato tradito e “messo in catene”. Le speranze “sono morte” e, infatti, “non siamo più fanciulli”. “Epoca di materia, ti disprezzo”, afferma sdegnato Fiorentino: “Dov’era l’uomo è un deserto di macchine / che rombano guidate da robot”. Si conclude così, con l’amarezza del disinganno, il percorso esemplare di un uomo che – confidando nella coerenza della parola poetica – ha attraversato, da una posizione mediana e moderata, gli snodi critici e i punti nevralgici del ‘900, affrontandone le oscurità cruciali ma non derogando mai completamente alla dolcezza fondamentale della vita, alla luce calda dello sguardo, alla tenerezza delle piccole-grandi cose, al valore dei sentimenti, al significato dell’essere umani e al ruolo fondamentale della parola poetica come antidoto alla barbarie sempre incombente, pur entro le (fragili) garanzie della civiltà.     

 Luigi Fiorentino con Salvatore Quasimodo  - anni 50

 

FELICITÀ

 

Dolce alla sera sentirsi felici
per l’opera del giorno. Assaporare
il dono della vita e delle cose
vedere solo l’intima bellezza.
Tuffarsi in un lavacro di bontà
esser sé stessi e tutti insieme gli uomini
ed esultare al suono d’una voce
piccina che ti cerca, che ti vuole
–  dolce paternità ricca di fede –:
palpiti d’ala e luccichio di stelle.

 

SCALATA AL CIELO

 

Alta, lassù, è la celeste volta
dove brillano fiori (e sono mondi!),
vagano ombre in affannosi tempi.
 

Misteriosa la voce che mi chiama
a salire. Scalata senza fine.
Aspra ed ansiosa. Invano cerco il mio
cielo (come lontano!) ed ho perduto
la terra. Invano chiamo tra quei mondi
spersi. Sola, senz’eco, la mia voce
nei profondi silenzi della notte.
 

LA LANDA

La landa par come lenzuolo immenso,
bianco più che la morte.
E tu, lontana, che attendi
– passano neri presagi –
potresti come lume di candela
spegnerti senza me,
sola contro il tallone di ferro,
laggiù.
 

Sono misero cencio, e ancora attendo:
inutilmente forse come te.
Primavera è nel ricordo
– tenerezza di verde sotto cielo
mite di cornucopia. –
Ed impazzisco se penso
che in questa sera di ghiaccio
potrei,
senza sentire il tuo soffio,
spegnermi
sotto il tallone di ferro,
col desiderio dolce dei tuoi occhi
nebbiosi come questa lontananza.

 

                       Posen, 1944 

 

CAROVANA

 
Come lombrico,
sinuosa,
lenta, in turbine di sabbia,
all’ignoto la carovana va:
(avanti non traccia di sentiero;
scomparse le impronte lasciate)
incerta linea
dietro miraggi in fuga
nell’eguaglianza immane del deserto.
Alto, affocato il cielo. E le parole
sabbia, e sgomento.

 
Più grave carovana, Giorgio, la nostra,
che nella landa dove morde il vento,
fra turbini di neve, –
gridano i posten: «Los!» –
caracolla
lenta-
mente,
orma
dietro
orma,
tentenno-
samente,
né sa dove si vada:
cristallizzato intorno;
il gelo paralizza –
gridano i posten: «Los!» –.
Basso, funereo il cielo. E le parole
peso, e tormento.

 
«Il pane! Il pane!»: fuga di miraggi.

 
Sandbostel, 1944
 

LAMENTO PER L’I.M.I.*
CHE NON TORNA
 

Fosti una paccottiglia.
Ed ora che non sei più
t’hanno gettato in quella landa
ai margini del Lager,
o innocente.
 

Vivo, Una e libera Patria sognasti.
Ora – il vento non dà tregua –
vanamente sogni
chiome di cipressi, bandiere di fiori,
quiete di pianto sotto cielo amico.
Amico non hai che quel palpito solo,
lassù,
una stella spaurita,
nelle notti di luna:
la stella della tua terra
che viene a vegliarti.
 

Martire, martire sconosciuto,
martire grande e buono,
solo tua madre ti versò una lacrima.
Eri una cosa da nulla.
Eppure, fu la tua Fede luce –
luce invocava la Patria –
e moristi
di stenti
di fame
d’Idea
per questa luce, martire:
 
unica, sopravvive al tuo trapasso.
 

Moristi. Ancòra matrigna è la Patria.
scarnata da cento sparvieri,
sì che appetto di lei
monòlito ti adergi,
o eroe.
 

Si macera l’Idea sulla tua fossa.

   *  Italiano Militare Internato
 
 

SICILIA

 
Lucide arance della Conca d’Oro
tra cielo e mare, e luccichio d’alloro.
 
Fuggono
campi di grano a margine d’ulivi,
crune di campanili
e cupole moresche alte nel sole.
 

(Albica vele, intorno, il mar di Scilla;
sembra la terra supplichi Aretusa).

 
Colà, le donne han gli occhi di giaietto,
e il sangue avvampa
nei miti venti che sui colli strisciano.
La casa-cuore accoglie il passeggero.
Per strappare un triangolo di verde,
catene d’uomini frangono le rocce:
e s’innalzano nenie al solleone.

 
(Nella piana, dove atterrì il Ciclope,
eterna-azzurra dei sospiri d’Aci,
bruciano forze arcane il Solitario).
 

Narcisi, i mandorli nei fiumi
creano sogni bianchi
e a spigolo di strada,
a mezzo d’agavi e vigne,
stride lento il carretto
già che tra sparsi templi,
figlia del sole, la locusta grilla.
 

Tutta la terra è musica che vive.
 

Lager di Wietzendorf, 1945
 

FUTURO PRESENTE

 
A un incrocio sospeso è l’occhio giallo
oscillante nel vento, un mostro d’ansia,
tra bolidi in arrivo a tutto gas
e alti gridi di ruote sull’asfalto.
D’un tratto l’occhio è rosso, e scruta innanzi,
terribile Caronte, il ghigno assurdo
di bile lungo il tempo dell’attesa.
Attesa? L’occhio è verde. Ad altro correre
è libera la strada: un breve spazio
ed è la quarta marcia che riprende
il terrifico canto di Valchiria.
Non brivido di cielo, non c’è fiore,
non specchio d’acqua con la luna in fronte,
né leggi né ricordi né una voce
che per il corso d’un respiro fermino
questo correre pazzo nella morte.
Dov’era l’uomo è un deserto di macchine
che rombano guidate da robot.  
 

MEMORIA E OBLIO

 
Alla legge del tempo non si sfugge,
per quanto sulla Luna già si avventino
mostri d’acciaio, e calcoli d’orgoglio
propulsino altri mostri nell’abisso
dei cieli, oltre l’orbita di Venere.

 
Quando è discesa l’ombra sulle spalle
sono doni patetici del vivere,
fino al grande silenzio, la memoria
che dolce rende il flusso dei ricordi,
come acque dal buio uscite al giorno
o una morbida musica del tempo,
e l’oblio che lascia meriggiare
le offese, nel suo tacito fluire.

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