FRANCESCO DE NAPOLI EPIGRAMMI “WELFARE ALL’ITALIANA”

Francesco De Napoli Epigrammi
Colline azzurre

Nei mercatini rionali
impazza il globalizzato
laissez-faire,
new generation
ultimo grido.
Cianfrusaglie miserabili
bivacchi tra rifiuti
vermi cacche
urea liquami.
Borgatari euforici,
arcicontenti.

L’INSEGNANTE

Amava
solo Dante,
leggeva
solo Dante,
insegnava
solo Dante.

Un vero
pe-Dante.

WELFARE ALL’ITALIANA

Al Nord
dalla culla
alla bara.

Al Sud
dal bar
alla bara.

Spaghetti welfare.

SPAZIO FUNERARIO

Ossario,
cemento
mori. (*)

_____________________
(*) Cfr. la locuzione latina memento mori.

DENUNCIA LEGHISTA

L’acqua
manca
perché
la bevono
gli extracomunitari.

MOCCIA

Creò una scuola
di scrittura
che ebbe
molti seguaci,
i mocciosi.

FORZA ITALIETTA

Da Portella
della Ginestra
ai Caduti
dalla Finestra,
da Baudo
a Baudolino…

Vieni avanti,
cretino!

S’intitola “Welfare all’italiana” (Mondostudio, Cassino, 2011) la terza raccolta di epigrammi di Francesco De Napoli, dopo le precedenti, assai convincenti prove “Contagi” (1990) e “Giogo/forza” (2000), uscite ad un decennio di distanza l’una dall’altra, come pietre miliari indispensabili per contrassegnare e marcare un’epoca, alla maniera degli insuperati maestri dell’antichità Marziale e Giovenale.
Già il titolo preannuncia come il libro sia tutto un programma di sapienti, ma dolenti frecciatine al veleno. Corredata da una approfondita Prefazione di Domenico Cara, nome storico della letteratura italiana del Novecento, l’opera si presenta, dopo le precedenti raccolte epigrammatiche dell’autore, come una magistrale, ulteriore tragicomica rappresentazione delle aberrazioni del sopravvivere quotidiano in una società alla deriva in un Paese – l’Italia – abbandonato al proprio destino da una classe politica settaria, rissosa e inetta. Registra nel suo studio Domenico Cara:
“Da un universo desolato (e terrifico) come è quello contemporaneo, rinasce – quasi segreta e più che mai responsabile – nella sua frugale mimesi, la serie di pretesti civili e politici di Francesco De Napoli, sotto forma di sostanze antinomiche – direbbe Roland Barthes -, in spontaneità veloci e pensate, in misure immediate che ricordano i modi precedenti di fare emotività epigrammatica, istanza veemente e ilaro-drammatica, inquietante adombramento di protesta coraggiosa, alimento (e rogo) di un malcostume irregolare e negativo, modernizzato e allusivamente risibile, davvero nel tempo scarsamente trasformato. E, attraverso i turbamenti del medesimo gioco verbale: pizzichi, frecce, coraggiosi urti tematici, malizie scritturali, erranze solerti, testimonianze improvvise, egli produce (e riproduce) la sua naturale inesorabilità di assalto e di giudizio paradigmatico. Francesco De Napoli sceglie, per il sicuro coinvolgimento, l’allusione come categoria del suo pensiero, finge – tra le varianti programmate – il divertimento, ma è azione che giunge dall’ombra di una vita da scriba (senza poteri né perversa vendetta), scrupolosa, sincera, necessaria, come un dovere di vita privata e collettiva nel contingente. Trovo formidabili le sue sapienti sferzate rifilate – e intagliate – adottando un metro misuratamente elastico, vedi la bruciante chiusura “Spaghetti welfare” dell’epigramma che dà il titolo alla raccolta, uno sberleffo pregno di virulenza ineccepibile che restituisce alla loro reale dimensione umana certe esaltazioni deviate del mondo della celluloide (“spaghetti western”), scadute a esagitati fenomeni di in/costume. L’obiettivo primario è spingere la sperimentazione linguistica – non un semplice “gioco di parole” -, condotta direttamente sul parlato, oltre ogni riduttiva e alienata significazione, facendone deflagrare le becere contraddizioni interne con un’im/mediata capacità di trascrizione. Sono inusuali figurazioni istantanee, perfettamente mirate e centrate, che fotografano un’epoca – la nostra – teatralmente lasciva e sfigurata. Qui tutto rimanda (non ristagna) al romanzo della vita e, se mai, insiste come antifona non differente a ciò che caratterizza la stessa natura insoddisfatta e non in cerca di charme biologico. Un romanzo “abbietto”, vissuto da ognuno di noi e pertanto magma della rivolta individuale. L’irritabilità non è sentenziale, e tanto meno riprodotta come provvisorietà vignettistica, configurazione ed icona per riconoscibilità polemica, gesto pamphlettistico, sebbene l’ira privata sia puntualmente il geco nascosto, il riassalto a cui meglio affidarsi in mancanza di potere.”
Sono epigrammi roventi ed impetuosi, ma anche ben misurati – nel senso specifico di “calibrati” – nel loro impasto d’ingenuità, sdegno, irrisione e sanzione.
Ecco una scelta esemplare di questi saettanti componimenti. Cominciamo da “Donne in carriera”: “Una volta / ragionavano / con l’utero. // Oggi / usano / il comp-uter.”
“Italiani brava gente” fonde brillantemente cultura alta e deviazioni populistiche: “Dove fallirono / Gramsci / e Pasolini / riuscì / Mourinho.”
In “Consolazione” riesplodono, in un bruciante giro di versi, le vecchie ferite causate dall’incomprensione della gente nei confronti dei poeti e, soprattutto, per i mancati e sospirati introiti, nonostante il duro lavoro svolto e l’impegno dimostrato: “Neanche all’erario / rende / l’impegno / letterario.”
Un epigramma molto indicativo è quello che, partendo da semplici echi o riferimenti ai proverbi della cultura popolare d’un tempo, ne denuncia l’attuale svuotamento e la perdita degli antichi valori educativi, a causa degli stravolgimenti socio-culturali in atto. Tutto questo grazie a sapienti, rapidissimi giri di versi. S’intitola “Saggezza popolare”: “Ieri: / Si muore / a momenti. // Oggi: Si campa / a momenti”.
L’epigramma “Avanti il prossimo” colpisce nel segno il decadimento dei costumi che, per la prima volta nella storia d’Italia, ha visto sfilare caritatevolmente affratellati – almeno per un trentennio da Craxi a Berlusconi – credenti e laici, devoti e peccatori: “Escort, / sei tu / la ruota di scorta / della Fede. // Ami / il prossimo tuo, / chiunque sia.”

Raffaella Pisani

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5 commenti
  1. Se le riflessioni vengono aperte da questi epigrammi, allora vuol dire che siamo proprio arrivati alla frutta. Le riflessioni oggi non riescono neppure a vedere la luce dal momento che ri-flettere significa vedere riflessa la propria immagine e allo stato attuale il nulla sta solo riflettendo se stesso.

  2. Ironia, penne belle e taglienti…francamente qui c’è retorica allo stato puro.
    Sono cose che sappiamo già, non c’è bisogno di queste penne, ci vorrebbero penne incisive, non “alimenti” scontati e preconfezionati. Basta con questa spazzatura.

  3. Eppure l’epigramma è un genere letterario molto antico, risale all’epoca ellenistica e assunse carattere satirico in età imperiale. Ha carattere icastico, vale a dire che ritrae la realtà così com’è, pertanto è frutto di acuta e attenta osservazione. Sono molti i grandi che hanno fatto uso di questo genere: Marziale, Catullo, Racine, Voltaire, Rousseau, fino a Pasolini e Fortini.

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