Giorgio Agamben LA CRISI PERPETUA COME SISTEMA DI DOMINIO

intervista a Giorgio Agamben

Lo scorso marzo lei ha proposto l’idea di un “impero latino” contro il dominio tedesco in Europa. Il suo intervento è stato tradotto in diverse lingue e discusso con molta passione. Aveva previsto tutta questa eco?
parente di giotto sposalizio di san francesco con la povertà 1316-1318 volta nella basilica inferiore di Assisi
Vorrei innanzitutto precisare che il modo in cui “Die Zeit” ha presentato il mio articolo su “Libération”, non ne rispecchia né lo spirito né la lettera. A cominciare dal titolo (Das lateinische Reich soll einen Gegenangriff starten) che ovviamente, come un giornalista dovrebbe sapere, non è mio, ma della redazione. E come potrei voler contrapporre la cultura latina a quella tedesca, quando ogni europeo intelligente sa che la cultura italiana del Rinascimento o quella greca classica appartengono di pieno diritto anche alla cultura tedesca, che le ha pensate e riscoperte? Questo è l’Europa, questa assoluta specificità che scavalca tuttavia ogni volta i confini nazionali e culturali. L’obiettivo delle mie critiche non era la Germania, ma il modo in cui l’Unione Europea è stata concepita, su ragioni unicamente economiche che ignorano non solo quelle spirituali e culturali, ma anche quelle politiche e giuridiche. Se vi era una critica per la Germania, ciò era solo perché la Germania, che si trova in qualche modo in una posizione di leadership, malgrado la sua straordinaria tradizione filosofica sembra incapace di pensare una Europa che non sia quella della moneta e dell’economia.

Dunque non è una questione di “impero latino” dominante… Lei pensa che l’Unione Europea abbia negato le sue radici politiche e giuridiche?

Quando si parla oggi di Europa, il grande rimosso è innanzitutto la stessa realtà politica e giuridica dell’Europa. Che si tratti di una vera e propria rimozione, risulta dal fatto che si evita in tutti i modi di portare alla coscienza una verità tanto imbarazzante quanto evidente: e cioè che la cosiddetta costituzione europea è illegittima. Il testo che va sotto questo nome o non è stato sottoposto al voto popolare o quando ciò è avvenuto, come in Francia e in Olanda nel 2005, esso è stato clamorosamente rifiutato. Dal punto di vista giuridico, questo documento non è una costituzione, ma esattamente il contrario di una costituzione, cioè un accordo tra governi, la cui consistenza riguarda il diritto internazionale e non quello costituzionale. Ancora di recente, un giurista tedesco di cui nessuno può mettere in dubbio la competenza, Dieter Grimm, ha ricordato che alla costituzione europea manca il fondamentale elemento democratico, perché essa non è in alcun modo il frutto dell’autodeterminazione dei cittadini dell’Unione. La tacita sospensione, dopo i risultati negativi dei referendum in Francia e in Olanda, delle previste ratifiche popolari del trattato che i capi dei governi avevano firmato a Roma ne è una prova evidente. Il giornalista di “Die Zeit” che mi rimproverava di non sapere nulla di democrazia farebbe bene a riflettere sul fatto che l’Unione europea è tecnicamente un trattato fra Stati che viene fatto passare per una costituzione democratica. Per questo, l’idea di un potere costituente europeo è uno spettro che nessuno osa oggi evocare. Eppure solo un tale potere costituente potrebbe restituire legittimità e realtà alle istituzioni europee.

Questo significa che lei vede nell’Unione Europea un’entità illegale?

I dati giuridici non sono mai puramente formali, ma rispecchiano una realtà. È allora perfettamente comprensibile che una entità politica senza una vera costituzione non possa esprimere una politica propria, ma ogni stato segua di volta in volta interessi contrastanti, anche, come mi sembra oggi evidente, nella sfera economica. La sola parvenza di unità si raggiunge quando l’Europa agisce come vassallo degli Stati Uniti, partecipando a guerre che non corrispondono in alcun modo a interessi comuni e ancor meno alla volontà popolare. Del resto alcuni degli stati firmatari del trattato, come l’Italia, per il numero di basi militari che ospitano, sono tecnicamente dei protettorati e non degli stati sovrani. In politica estera, esiste, a volte, un occidente atlantico, ma non certo l’Europa. Come non esiste sul piano costituzionale, l’Europa non esiste sul piano politico e militare.

È in questa prospettiva che nel mio articolo evocavo in modo forse provocatorio il progetto di Kojève di un Impero latino. Come il Medio Evo aveva capito, una unità formata da società politiche dev’essere qualcosa di più o di diverso di una società politica. Il Medio Evo ne cercava il criterio nella cristianità. Io credo invece che questo criterio di legittimazione vada cercato nel particolare significato che hanno per l’Europa il suo passato e le sue tradizioni culturali. Se guardiamo oggi all’Europa e ci chiediamo se la parola Europa ha per noi ancora un senso, allora questo non può essere né soltanto politico né soltanto economico o religioso, ma consiste forse in questo, che l’uomo europeo – a differenza degli asiatici e degli americani, per i quali la storia e il passato hanno un significato completamento diverso – può accedere alla sua verità solo attraverso un confronto col suo passato, solo facendo i conti con la propria storia. Il passato non è, cioè, per lui soltanto un patrimonio di beni e di tradizioni, ma anche e innanzitutto una componente antropologica essenziale, che fa sì che egli possa accedere al presente solo archeologicamente, solo guardando a ciò che di volta in volta è stato. Questo significa che il passato è per gli europei innanzitutto una forma di vita. Di qui il rapporto speciale che l’Europa ha con le sue città, con le sue opere d’arte, col suo paesaggio: non si tratta di conservare dei beni più o meno preziosi, ma comunque esteriori e disponibili: in questione è la realtà stessa dell’Europa, la sua indisponibile sopravvivenza. Per questo insistevo nel mio articolo sulla necessità di preservare la diversità delle forme di vita. Distruggendo, ieri, le città tedesche, gli americani sapevano di demolire in qualche modo l’identità stessa della Germania; per questo, oggi, distruggendo col cemento, le autostrade e l’Alta Velocità il paesaggio italiano, gli speculatori non ci privano soltanto di un bene, ma distruggono la nostra stessa realtà storica.

Forse da nessuna parte come in Europa una tale diversità di culture e di forme di vita sembra cospirare almeno in alcuni momenti verso un ideale comune. Un tempo questo ideale si è espresso politicamente nell’idea romana e poi germanica di un Impero, che lasciava intatte le specificità dei popoli. Non è facile dire oggi che cosa potrebbe prenderne il posto. Ma è certo che una realtà politica dell’Europa si potrà costruire soltanto a partire da questa consapevolezza.

Allora l’Unione dovrebbe valorizzare le differenze al posto di armonizzarle?

Per questo la crisi che l’Europa sta attraversando mi sembra così minacciosa. Mentre sarebbe urgente riflettere al difficile compito di costruire una unità preservando le diversità, vediamo al contrario che in tutti i paesi europei è in corso al contrario un vero e proprio smantellamento delle scuole e delle università, cioè delle istituzioni che, trasmettendo la cultura, dovrebbero vegliare al rapporto vivente fra il passato e il presente. A questo smantellamento, corrisponde una crescente museificazione del passato, a cominciare dalle stesse città, trasformate in centri storici, i cui abitanti sono trasformati in qualche modo in turisti nella propria stessa cultura.

Qui si vede con chiarezza che la crisi non è semplicemente un problema economico, ma qualcosa che riguarda la realtà stessa dell’Europa, cioè il suo rapporto col proprio passato. Il solo luogo in cui il passato può vivere è, infatti, il presente e se il presente non sente più il proprio passato come vivo, le università e i musei diventano luoghi problematici. È evidente che in Europa agiscono oggi delle forze che cercano di cambiarne l’identità, manipolando e alterando il rapporto vitale che essa ancora intrattiene col suo passato e cercando di livellare e distruggere le diversità. L’Europa può essere il nostro futuro, solo se ci rendiamo conto che essa è innanzitutto il nostro passato. Ed è proprio questo passato che si cerca oggi di liquidare.

La crisi permanente è l’espressione di un sistema di governo che si applica alle nostre vite quotidiane?

Il termine “crisi” è nella politica moderna una parola d’ordine, che in ogni ambito della vita sociale coincide oggi con lo stato normale. Nel termine “crisi” convergono due eredità semantiche: quella medica di momento decisivo in una malattia, e quello teologica di Giudizio Finale. Entrambi questi significati hanno subito però una trasformazione che li priva del loro riferimento temporale. Krisis significava nella medicina antica il giudizio con cui il medico, in un particolare momento (che Galeno chiamava “giorno decisivo”), riconosce se il malato sopravvivrà o morirà. Nel concetto moderno di crisi, invece, in cui essa diventa una condizione permanente, la connessione con un istante decisivo viene a mancare. La crisi viene separata dal “giorno decisivo” e prolungata indefinitamente nel tempo.

Lo stesso avviene per il giudizio finale della tradizione teologica. Qui il giudizio era inseparabile dalla visione compiuta della cosa giudicata. Nella “crisi” secolarizzata, il giudizio viene invece separato dalla sua connessione essenziale alla fine e fatto coincidere con il decorso cronologico, in modo che la cosa non può mai essere pensata nella sua finalità propria. Conseguentemente, la facoltà di decidere una volta per tutte viene meno e la decisione incessante non decide propriamente di nulla.

Oggi la crisi è uno strumento di governo che serve a legittimare delle decisioni politiche ed economiche che di fatto espropriano i cittadini di ogni vera possibilità di decidere. Questo è evidente in Italia dove, in nome della crisi e dell’urgenza, è stato formato un governo che, portando al potere il partito di Berlusconi, contraddice clamorosamente la volontà espressa dall’elettorato. Quel governo è illegittimo, come illegittima è la costituzione europea. Occorre che i cittadini europei si rendano conto che la crisi permanente, esattamente come lo stato di eccezione, è incompatibile con la democrazia. Bisogna restituire alla parola “crisi” il suo significato originale di momento del giudizio e della scelta, che, per l’Europa, non può essere ulteriormente rimandato. Molti anni fa, un filosofo che era anche un alto funzionario dell’Europa nascente, Alexandre Kojève, sosteneva che l’homo sapiens era giunto alla fine della sua storia e non aveva ormai davanti a sé che due possibilità: l’accesso a un’animalità poststorica (incarnato dall’american way of life) o lo snobismo (incarnato dai giapponesi, che continuavano a celebrare le loro cerimonie del tè, svuotate, però, da ogni significato storico). Tra un’America integralmente rianimalizzata e un Giappone che si mantiene umano solo a patto di rinunciare a ogni contenuto storico, l’Europa potrebbe offrire l’alternativa di una cultura che resta umana e vitale, perché è capace di confrontarsi con la sua stessa storia nella sua totalità e di attingere da questo confronto una nuova vita.

Da più di due secoli tutte le energie degli esseri umani si sono concentrate sull’economia. Molti segni lasciano capire che è venuto forse il momento per l’homo sapiens di ripensare l’attività umana al di là di questa unica dimensione. L’Europa può ancora fornire in questa prospettiva un contributo decisivo.

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7 commenti
  1. Proprio oggi ho avuto l’occasione di ascoltare e apprezzare un intervento di Giorgio Linguaglossa, che durante una presentazione di un romanzo, ha citato questa intervista per una sua attinenza al tema trattato, soprattutto sul valore oggi così deformato del termine crisi. Agamben acutamente sostiene che oggi questo termine, al contrario del suo significato originario di tempo del giudizio e dunque di scelta conseguente immediata, è ridotto ad un senso di lento logoramento che il potere politico usa per estromettere quello decisionale dei cittadini. Viviamo oggi, è vero, in ogni settore una crisi che però è spesso incomprensibile per la sua staticità, artificiosamente prolungata per avallare il sine die delle decisioni e delle scelte.
    Trovo poi molto illuminante, a proposito del concetto politico di un‘ Europa vera, il passaggio dell’intervista sulla necessità della cura e direi dell’ osmosi continua con il nostro passato vivo (e non archeologico, museale) per poter tentare almeno di parlare di un’unità europea dal profilo totale, umano-etico, e soprattutto votata dai cittadini, unità che oggi è solo un’anticostituzionale larvata unione basata su accordi economici.
    Credo che gli intellettuali veri oggi debbano fare propria questa visione e far sentire una voce forte, in opposizione al dilagante primato economico sul pensiero e quel che è peggio, sul futuro delle prossime generazioni.
    “Da più di due secoli tutte le energie degli esseri umani si sono concentrate sull’economia. Molti segni lasciano capire che è venuto forse il momento per l’homo sapiens di ripensare l’attività umana al di là di questa unica dimensione. L’Europa può ancora fornire in questa prospettiva un contributo decisivo.” dice Agamben. Frasi da scolpire.
    Con i miei auguri alla redazione per questo interessante sito, stanza di lavoro e scambio
    Annamaria Ferramosca

  2. Ricordavo un Agamben molto più acuto, soprattutto dopo la lettura di un suo splendido saggio. L’Europa è veramente oggi “quel che resta di Auschwitz, piaccia o no. Atene, Tebe e Sparta non poterono mai stare insieme se non di fronte all’incombenza degli achemenidi o sotto il dominio di macedoni e romani. L’Europa purtroppo è questa, alla fine si fa cenno della legittimazione ricattatoria del potere di fronte alla crisi, concetto vecchio, ripreso da Naomi Klein.. Il futuro non appartiene a questa Europa di bottegai, compiti a casa e pagellini degni del Liceo Carducci.

    • caro Flavio Almerighi,

      io non sono d’accordo con la tua posizione, Agamben è tra i pochissimi che criticano il capitalismo ma non dal punto di vista del vetero marxismo e dalle vecchie categorie pseudo marxiste. Mi sembra che l’aver da parte di Agamben voluto porre al centro della riflessione il problema della “Crisi” sia un atto di straordinaria lucidità intellettuale. Mi permetto di ricordare che anch’io mi sono mosso, e da tempo, con i miei libri di critica e gli interventi compiuti in vari blog, nel solco di questa direzione critica. Il problema centrale è, credo, oggi quello della “Crisi” (non solo economica ma finanziaria, filosofica, spirituale ed estetica). Scrivere un romanzo o una poesia sono atti importanti con i quali uno scrittore prende posizione nei confronti della “Crisi”, tenta di dare una soluzione estetica alla “Crisi”; questo deve farci ricredere rispetto a quella corrente di non-pensiero che ha creduto (in modo fideistico e quindi a-critico) allo pseudo concetto secondo cui la poesia, la pittura, il romanzo non cambiano niente altro che il posto occupato nella nostra privata biblioteca. Ecco, è questo non-pensiero fatto di disfattismo e di resa alle cose che esistono che ha sproblematizzato tantissime opere di poesia e di narrativa degli ultimi tre decenni. È da qui, da questo punto di non-ritorno, ritengo, che dobbiamo ripartire: SCRIVERE UNA POESIA O UN ROMANZO E’ UN ATTO IMPORTANTE PER LA COLLETTIVITA’

  3. Naturalmente, se gli artisti non prendessero posizione coi loro mezzi su una questione, in questo caso la crisi generalizzata, vivrebbero dentro un bozzolo inutile ai più, non a caso uno dei primi interventi del nazismo fu quello sulla cultura, attraverso la nazificazione del modo culturale, il rogo dei libri e delle opere d’arte cosidette giudee e attraverso l’adesione forzata o l’annullamento anche fisico degli artisti e degli intellettuali. D’altra parte la crisi, come un cancro, vegeta e perdura proprio in assenza di pensiero, quindi di qualsiasi tipo di risposta. Quello che non vedo nell’intervista di Agamben è una posizione originale, nuova, quando dice che la crisi diventa ricatto da parte dei potenti per fare ingoiare qualsiasi cosa alla collettività, anche la più ingiusta, riprende un pensiero vecchio, riconducibile ai libri di Naomi Klein. Agamben ha ragione, ma sul tema non dice nulla di nuovo. Solo questo.

  4. Come uscirne, caro Giorgio? Semplice, un new deal e una guerra mondiale, uso questi sostantivi come metafora della necessità, anzitutto di un pensiero valido e di un’azione precisa che portino alla caduta delle attuali aristocrazie parassitarie, a tutti i livelli economico, sociale, fiolosofico e artistico, che immobilizzano il tessuto sociale e portano a formulare quel ricatto del “si può fare solo così come diciamo noi perché c’è la crisi” che Agamben ha denunciato. Una caro saluto nella speranza di avere contribuito a chiarire la mia posizione non così dissimile dalla tua.

    • Caro Flavio, tu mi chiedi come uscire dalla Crisi?, beh, ti rispondo che ho ritrovato proprio adesso un mio appunto risalente a 25 anni fa nel quale scrivevo:
      «La poesia sta conoscendo un periodo di “oscuramento”, di internamento nella sua residenza invernale… chi non vede la lethargia che ha colpito la poesia di questi ultimi due decenni dimostra quantomeno cecità . Caduto da tempo il suo mandato sociale, oggi è caduto anche il mandato politico che l’aveva surrettiziamente mantenuta in vita. Rimane soltanto il mandato privato che il poeta dà a se stesso. Abbiamo raggiunto il punto zero oltre il quale non è possibile andare. Non resta che invertire la rotta.»

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