Dieci madrigali di Letizia Leone

Aurelio Amendola Pietà di Michelangelo

Letizia Leone

IN FIGURA DI FIORE OPACO
(Madrigali per voce sola)

Forme in disuso: il fiore e il madrigale.
Già Victor Hugo ammoniva i suoi contemporanei: “negate questa eterna farmacia di fiori e metalli che si chiama mondo…” prefigurando in quale residuo spazio psichico sarebbe stato relegato il vasto regno della vita minerale, vegetale o animale dall’uomo moderno. Quasi si trattasse ormai solo di scorie, prive di ogni sacralità, utilizzate per il decoro o il sostentamento.
Eccole qui le vite effimere dei fiori, vite fuori moda, povere presenze ludiche da addobbo e cerimonia..
Allora il poeta si chiede: si può ancora cogliere la situazione psichico-spirituale del paesaggio contemporaneo con la forza di una rosa, di un’erba o di un prato?
Come può tanta vita vegetale ricacciata ai margini, tanta meticolosa perfezione, la sua oltreumana fragilità, riprendere parola, forza e visibilità in questo tempo?
Eppure serve la pietà dei petali sulle macerie perché la parola estrema su ogni distruzione si può dire solo con la delicata sembianza di un altro mondo, il lussureggiante fiore.
Serve questo immenso portato di vitalità smarrita per guarirci dalla disattenzione.
Ecco dunque i madrigali di tradizione cinquecentesca e certi luoghi comuni rimescolati da un brioso espressionismo e un po’ incupiti.
Ormai dove sparge l’antica fragranza dei giardini di delizia, degli orti terrestri, dei paradisi rinascimentali? Tra due pagine, nella malinconia di un ricordo letterario non vissuto: certi boschetti ombrosi di virgiliana memoria, ad esempio, che la vista dei nostri luoghi sofferti, parcheggi o palazzi inquadrati da finestre, ingigantiscono come febbre dell’immaginazione.
Che possano allora la danza armonica del verso e queste creature dell’intelligenza vibratoria, sbriciolare il muro grosso di sordità e rumore… (L’Autore)

I
Uso lo strumentario del pomario
quel fumo di vaniglia tutt’intorno
l’aroma che mi sfugge
da versar nell’inchiostro
per scriver cifre gracili serene.
Uso quel succo d’ape
per collirio perché lo sguardo incanti
e sia puntura inavvertita scossa
che sovverte da un ordine creato.

Dopo sommessamente
ammorzo l’ansia ai piedi di un cotogno.

II
Il melos deteriore
della rosa: boccio che
incarta con pancera
di petali trapezi
forti nodi profumi
in cellula vetrosa d’ostro aspersi.

O rosa, filtralo il grasso marrone
di terreno – universa
polvere – il tuo esorcismo
di carne rismarrita.
Che vegetale petaloso velo.

III
Si ricomincia da qui
dalla divina mente
del creato, dal fiore girasole
che è profezia e rende illuminato
il muro della terra
la strategia del polline sui suoli
trasfigurati, i campi
fioriti sul Mar Nero
e gialli a riassorbire
il cesio l’arsenico
non altrimenti il cromo
di guerre fredde e questo fanno i fiori
quei cappellini delle praterie
o il girasole giocondo Andaluso
che ilare uccide vermi, stronzio, uranio.

IV
Sfoga una illumine
malia dalle cedraie
dell’Atlante. Quel poco suono agro
di liquide nel sillabare ce- dra-ie
va ad allegrare a colmare tazze.
Ma non basta al trionfo d’agrumi un vaso
serve un cratere. E qui le scorze piene.
Scorza, spugna del conforto su tempia
dell’avvampato morto.
Topazio sulle carni a dare freddo
e inerzia a questo strazio di ce dra ie
tra i denti, l’ultima granita paglia
di fiato già nella via
del verso aridamente…

V
S’accompagna alla veglia
la figura del fiore
viso d’oro che spande
arsura, ansia di virtù. Redenta
luce tempera a filo la tua punta!

Incorollano i luoghi
remoti delle glebe
le costole di magra intelligenza
acerbo sentire. Da condominiale
stanza il lumen di screziati cervelli
vegetali stentatamente sale
manto umile, salus, enèrgheia
anacoretico fiore
suo talento: l’odore.

VI

Espia col silenzio
della creazione, quello mattinale
che si raccoglie in conche
scrigni di verdura.
Stirane il tessuto di pietra uguale
per parole di salmo ed orazione.
Piane di biade alte come vette
incensate di lavanda:
a questa sete sveglia
il refolo dalla ventraia urbana
sorgivo requiem d’aria sotterranea.

Resta quell’allusione al quietamento
che svampa col tramontano la sua pace
più toccante silenzio.

VII
La rotta di un pulvereo
vento imbocca le vaste
gole interne dell’acino.
Il musco assorbe i suoni
l’ascolto di correnti:
questo è mutismo di terra che incaverna
la cova dei tuberi.
Eccolo il segno della luce nera
nutrimento del pomo
su patate e bucce, legno di cannella
tra i fiori d’arnica d’un altro suolo.

VIII
Col tuo dono fatale
dell’embrione di quercia
grinza della corteccia
robusta, vegetale
pezzo di tronco arso, crepitato
cornucopia combusta

col tuo dono fatale
della scaglia di brace
mi ritorna memoria
di grande suono pirico in minore
che furiale divora
tra gli accenti e i mordenti
di ardente cetra ignea nel cerreto.
Che cottura cruenta – nel segreto –
dei pruni e delle ortiche.

IX
La ragna di radici
vermi e farina minerale inzeppo
col cucchiaio nel vaso.
Incalzano le scariche di polline
per successive onde di forme
altrove. Migra su sé
l’ intelligenza, scorre
nell’olio della terra
sfiora le erbe, origani
suoli sbucciati, il Tartaro, le lapidi
sfiora e ovunque liba bile e resina
e nutre la spessa pelle di foglia
che –nuova- scoppia nei raggi.

X
Il frutto molle per la refezione
meridionale mosto
di melarancia con la perla di cera
porzione dolce intatta sul picciolo
melassa delle sorbe settembrine
confuse alle cassette di primizie.

Da quale armonico castrum, giardino
citroniera ai bordi del girone
cittadino. Il pomo nel cestino
all’inizio dei sogni:
l’abbecedario è baco
che sbuca dalla mela.

*

Letizia Leone abita a Roma. Ha pubblicato i seguenti libri: Pochi centimetri di luce (2000); L’ora minerale (2003), (seconda edizione 2004); Carte sanitarie (2008); La disgrazia elementare (2011).

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