Quattro poesie di  Lidia Are Caverni, nota di Giorgio Linguaglossa

unnamedQueste quattro poesie  confermano quanto, in tempi lontani, ho scritto circa la crudità e la ingenuità del  linguaggio poetico di  Lidia Are Caverni . La sua è una poesia che mi ricorda la pittura di un Henry Rousseau, a metà strada tra una ingenuità naif e una straordinaria complessità di rarefazioni dendritiche e filamentose delle cellule cerebrali. A Henry Rousseau fu rimproverato, da parte di altri pittori dell’avanguardia parigina, di fare una pittura eccessivamente naif e ingenua, quando invece la sua pittura ci appare oggi tanto significativamente nuova e complessa. Così è per la sua poesia, che potrebbe apparire ad un lettore superficiale, naif e ingenua. E’ una poesia che ci parla di mani, di uccelli, di fiori, di piume, di sogni, di ombre e lo fa con gentilezza e composta compiutezza. Mi viene da pensare che il bando dei poeti dalla città pronunciato duemila e cinquecento anni fa da Platone sia tuttora valido, solo che Platone, forse il più grande filosofo della civiltà occidentale, ha preso il più grande granchio, ha voluto decretare il bando dei poeti dalla città, e invece i poeti si sono moltiplicati, oggi tutti sono diventati poeti. Si contano decine di milioni di addetti alla poesia, in realtà la poesia è quasi scomparsa. Chiediamoci perché è avvenuto questo? Perché il mondo moderno della tecnica si nutre di decine di milioni di aspiranti auto-poeti? Io penso di poter rispondere così: che tutte quelle decine di milioni di scritture pseudo poetiche sono in realtà scritture privatistiche, che ciascuno verga per se stesso, sfoghi personali, eccedenze dell’io; la poesia invece è un manufatto pubblicistico ed è scritta con un linguaggio pubblicistico, inconfondibile, dove l’autore si identifica con il proprio linguaggio, non con l’io presuntivamente posto, dove il linguaggio coincide con l’intenzionalità dell’autore. Il linguaggio con cui è confezionata la poesia di  Lidia Are Caverni è la prova migliore  della bontà di essa. Se leggessi centinaia di scritture poetiche, penso che sarei in grado di distinguere la sua scrittura da tutte le altre. La sua poesia ha il sigillo della autenticità. La sua poesia è Lidia Are Caverni.

Giorgio Linguaglossa

 

Curvo il fiore disdegnava la luce
aspettava il dono della sera
il quieto calare dell’ombra non ci sarà
la luna oscurata dalla notte un disco
nascosto per le nostre dimenticanze
solo una stella si vedrà a gareggiare
con l’ultimo satellite disperde parole
le mie le tue in un unico protendersi
sull’antenna dove un uccello sosta.

*

Fioriva il giorno per le mani
deserte per il troppo oblio
a lungo avevano atteso promesse
perdute nel nulla ora si sono
fatti spenti gli sguardi inutili
occhi che attendevano di vedere
risi a illuminare altri occhi mani
a stringere altre mani colme
di conforto non bastavano i rari
fiori che abbellivano stanze
erano nudi i prati di rade erbe
dove gli uccelli spersi e attendevano.

*

Avevo chiuso pensieri
leggeri involucri di seta
venivano a becchettare
le cince per il mio conforto
erano lente le notti ombre
che fuggivano via senza che
le vedessi avevano l’essenza
dei sogni che si tendevano
a perforare stanze alberi
custodivano ricordi incisi
su tronchi senza foglie né
germogli per le vane speranze.

*

Erano rimasti due fiori
sulla pianta spersa gemellate
ricorrenze di feste di ogni
anno le custodivo pezza di nylon
sugli alberi spogli deposta
dal vento non smetteva di gridare
soffio di giorni di notti dove
non si udiva il sibilo attardato
tra mani impudiche di antenne
dove si posavano gli uccelli
poche piume che non osavano
levarsi in volo.

Lidia Are Caverni

 

Lidia Are Caverni, nata a Olbia (Sassari) il 3/11/1941, dopo aver trascorso parte dell’infanzia e dell’adolescenza a Livorno, risiede da molti anni a Venezia-Mestre dove è insegnante elementare in pensione. Si occupa di Poesia e Narrativa, ha moltissimo materiale in versi, in racconti e sei romanzi. Ha scritto molte cose anche per bambini e ha pubblicato nel 2000 un romanzo intitolato “Clotilde e la bicicletta” con la Casa Editrice Bruno Mondadori. Due suoi racconti, sempre per l’infanzia sono stati pubblicati su libri di lettura ministeriali della Casa Editrice ElMedi oltre a brani del romanzo.

Ha pubblicato i seguenti volumi di Poesia:

(1985) “Un inverno e poi…” Edizioni del Leone – Spinea (Venezia)
(1990) “Nautilus” Edizioni del Leone – Spinea (Venezia) con una nota di Cesare Galimberti
(1991) “Il nido della termite” Editoria Universitaria – Venezia
(1999) “Il passo della dea” Masso delle Fate Edizioni – Signa (Firenze)
(2000) “Fabulae linguarum” Masso delle Fate Edizioni – Signa (Firenze)
Premio speciale per l’inedito della Giuria dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli
(2002) “Il giorno di Ognissanti” Masso delle Fate Edizioni – Signa (Firenze)
Premio speciale per l’inedito della  Giuria dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli
(2003) “Il volo della farfalla” Quaderni della Rivista Pomezia – Notizie
(2005) “Le montagne di fuoco” Edizioni dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli con la prefazione di Giorgio Linguaglossa, Premio Nuove Lettere dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli 2003
(2005) “L’anno del lupo” Passigli Editori – Firenze con la prefazione di Walter Nesti
(2006) “Animali e linguaggi” Bonaccorso Editore – Verona con la prefazione di Michele Boato (2009) “Il prezzo dell’abbandono” Raffaelli Editore Giugno 2009 prefazione di Pietro Civitareale (2010) “Fiore bianco notturno” Edizioni Orizzonti Meridionali prefazione di Giuseppe Panella (2010) “Colori d’alba” Edizioni Orizzonti Meridionali prefazione di Franco Manescalchi (2014) “Nova Itinera” Edizioni Orizzonti Meridionali prefazione di Franco Dionesalvi.

 

1 commento
  1. È necessario non cessare mai di problematizzare la soggettività, anche e sopratutto quando gli esiti di questa operazione critica ci conducono lontano da quelle che sembravano le nostre certezze. La soggettività, come la sfera della verità e quella del gioco, è una questione politica, è una costruzione della polis; ed è ovvia la considerazione secondo cui la soggettività nel «polittico» sia cosa diversissima dalla soggettività come quella che vediamo in opera nella poesia di Bertolucci o di Fortini o di Lidia Are Caverni. È ovvio che ogni forma poetica adotti un determinato paradigma della soggettività, operi nel senso di una decostruzione del soggetto, quella che consente, nel testo e nei testi, una migliore omogeneizzazione rebus sic stantibus delle linee di forza stilistiche di un campo di forze storiche.

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