I Canti leopardiani: Sopra il ritratto di una bella donna

576px-Leopardi,_Giacomo_(1798-1837)_-_ritr._A_Ferrazzi,_Recanati,_casa_LeopardiQuesto canto, scritto quasi certamente a Napoli nell’inverno 1834-35, invece di piangere sulla gioventù stroncata, piange sulla bellezza dalla morte distrutta. La poesia si apre con l’affermazione della vituperosa e trista realtà attuale: della polvere, delle ossa, del fango a cui è ridotta colei che, tempo addietro, fu deposta in quell’urna e di cui  si vede ancora scolpita vanamente l’immagine sulla lastra marmorea; immagine ferma e silenziosa che pare contemplare il perenne e rapido passare degli anni. Nella parte centrale è rappresentata la gioiosa realtà del passato: di quando, cioè, quelle ossa, quel fango, quella polvere costituivano una vivente creatura capace di destare in chi la mirasse fremiti di ammirazione e di desiderio. Qualsiasi più celeste sembianza è ridotta turpe dall’opera implacabile della morte. Quella femminile bellezza che splendeva sulla terra come un raggio divino e che sembrava dare agli umani indizio e speranza di felicità sovrumane, diviene, ad un tratto, spaventosa a vedersi. Il corrompersi della materia porta con sé l’abbassamento e il deterioramento delle nostre felicità morali e intellettuali. Ma perché accade tutto ciò? Se la natura umana è assolutamente fragile e vile, e se tutta la sua sostanza non è altro che materia che si riduce a polvere e ad ombra, come può innalzarsi a così puri sentimenti e a così alti concetti quali sono quelli che la visione della bellezza le ispira? Il poeta pone la questione senza risolverla: ha notato ancora una volta le strane e misteriose incoerenze che presiedono all’ordine dell’universo e al destino dell’uomo.

 

SOPRA IL RITRATTO Dl UNA BELLA DONNA
SCOLPITO NEL MONUMENTO SEPOLCRALE DELLA MEDESIMA

Tal fosti: or qui sotterra
Polve e scheletro sei. Su l’ossa e il fango
Immobilmente collocato invano,
Muto, mirando dell’etadi il volo,
Sta, di memoria solo
E di dolor custode, il simulacro
Della scorsa beltà. Quel dolce sguardo,
Che tremar fe, se, come or sembra, immoto
In altrui s’affisò; quel labbro, ond’alto
Par, come d’urna piena,
Traboccare il piacer; quel collo, cinto
Già di desio; quell’amorosa mano,
Che spesso, ove fu porta,
Sentì gelida far la man che strinse;
E il seno, onde la gente
Visibilmente di pallor si tinse,
Furo alcun tempo: or fango
Ed ossa sei: la vista
Vituperosa e trista un sasso asconde.

Così riduce il fato
Qual sembianza fra noi parve più viva
Immagine del ciel. Misterio eterno
Dell’esser nostro. Oggi d’eccelsi, immensi
Pensieri e sensi inenarrabil fonte,
Beltà grandeggia, e pare,
Quale splendor vibrato
Da natura immortal su queste arene,
Di sovrumani fati,
Di fortunati regni e d’aurei mondi
Segno e sicura spene
Dare al mortale stato:
Diman, per lieve forza,
Sozzo a vedere, abominoso, abbietto
Divien quel che fu dianzi
Quasi angelico aspetto,
E dalle menti insieme
Quel che da lui moveva
Ammirabil concetto, si dilegua.

Desiderii infiniti
E visioni altere
Crea nel vago pensiere,
Per natural virtù, dotto concento;
Onde per mar delizioso, arcano
Erra lo spirto umano,
Quasi come a diporto
Ardito notator per l’Oceano:
Ma se un discorde accento
Fere l’orecchio, in nulla
Torna quel paradiso in un momento.

Natura umana, or come,
Se frale in tutto e vile,
Se polve ed ombra sei, tant’alto senti?
Se in parte anco gentile,
Come i più degni tuoi moti e pensieri
Son così di leggeri
Da sì basse cagioni e desti e spenti?

Giacomo Leopardi

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