Domenico Cosentino “Addio Kind of Blue”, Villaggio Maori Edizioni, nota dell’autore

Non lasciate che lampade artificiali
disegnino strane ombre di voi.
Non sognate
se volete chei vostri sogni
s’avverino…

Pedro Pietri

Addio kind of blue

Giorno di prigionia 415.
Non riesco a vedere fuori, non so se ci sia il sole o la luna. So solo che i Maori mi hanno rapito, mi hanno messo in questa catapecchia con i topi e gli scarafaggi e che mi fanno da maggiordomi (sospetto che sia la dimora di Giuseppe Torresi, uno dei due editori maoriani). Mi hanno costretto a ascoltare le loro idee (la parte peggiore), rileggere, correggere, questo libro che col tempo ho imparato a odiare, soprattutto perché me l’hanno pubblicato loro. Dopo mesi di riletture e trascrizioni finalmente è come lo potete leggere voi, non è perfetto, ci saranno alcuni errori, e i verbi non hanno i tempi giusti. Potevo correggere tutto questo, ma mi sono rifiutato. Questo libro non è perfetto perché racconta una vita non perfetta, ma quale vita lo è? Non si racconta di gente che “arriva”, ma arrivare poi dove? Perché correte? Perché andate di fretta? Io qui ho solo il mio tempo e dalla mia prigione non vi invidio proprio. Anche perché la mattina Salvatore La Porta mi porta la colazione a letto, e anche se sto incatenato ho gli occhi liberi e posso osservarlo mentre indossa il vestitino da cameriera sexy. E questa è peggio della tortura cinese delle gocce d’acqua. Aiutatemi.

Domenico Cosentino

April in Paris

Parigi è una città difficile. Capitale dei senzatetto, dei clochard. L’unica via d’uscita è andare via da Napoli, fuggire dall’Italia. Qui ho solo brutti ricordi, lavori in nero e sottopagati. Non riesco a costruire rapporti e molti miei amici ora non ci sono più. La vita è difficile e ti mangia da dentro. Arrivo a Parigi e deposito il mio bagaglio alla stazione – tutta la mia vita in un’unica valigia – per poter girare più comodamente. Capisco subito cosa significhi vivere in strada, quando hai con te solo cinquecento euro e nessun posto dove andare. I primi giorni sono i più difficili, devo imparare molto in poco tempo. Devo capire che è una guerra tra poveri e che la prima cosa che tentano di fotterti sono le scarpe. Te le fregano mentre dormi, non ti accorgi di nulla; le usi come cuscino, per tenerle sotto controllo. Il fetore di sudore penetra nelle tue narici, ti arriva al cervello ed entri in un sonno senza sogni, ma è l’unico modo per avere i piedi caldi l’indomani. Capisci che di notte la città diventa fredda, una giungla. Impari che puoi dormire sulle grate della metropolitana, dalle quali fuoriesce sempre aria calda. Ti senti come un raviolo al vapore, ti svegli con gli occhi rossi, gonfi e un gran mal di testa. Ma sei ancora vivo. Inizi a capire dove sono dislocate le mense per poveri. Capisci questo e altro… in questo stato, forse, scopri una grande voglia di vivere. Questa che voglio raccontarvi è la storia vera di una di quelle esistenze smarrite e scadute. Nico fa parte di un gruppo folto e colorito di persone mutilate nel proprio essere: i nuovi emigranti, ragazzi che in patria non trovano lavoro o una collocazione, che non si sentono italiani e abbandonati dallo Stato, senza diritti ma solo doveri, costretti a imparare una nuova lingua e a sottomettersi a nuove leggi, con la speranza di trovare un posto diverso in cui finalmente poter vivere. Uomini e donne che guadagnano ottocento euro al mese per dieci ore di lavoro al giorno e sono costretti a pagare settecento euro di affitto. Comprare casa e creare una famiglia per molti sono retaggi storici, sogni di un futuro che non potranno mai permettersi. I nostri nonni hanno subito angherie, sono emigrati in continenti lontani per assicurare un futuro ai loro figli, e noi – loro nipoti – dopo sessantanni dobbiamo ricominciare tutto da capo per poter sopravvivere in una società in cui i bisogni primari non sono assicurati. Eppure quel periodo non potrò mai dimenticarlo e ancora oggi, quando sono sconfortato e amareggiato dalla mia schifosa vita, ripenso a quei momenti e la mia mente vaga felice e serena. Parto e con me ho cinquecento euro, tutto quello che ho accumulato in questi anni con lavori degradanti, pagati sempre in nero. Ho venduto tutto ciò che possedevo; in poche settimane mi sono liberato a malincuore dello stereo e dei regali della comunione che ho venduto al monte dei pegni, racimolando quei pochi soldi che mi sarebbero serviti per la fuga. Mi rendo conto che è una somma irrisoria, ma non volevo rimanere altro tempo a Napoli e morire dentro, giorno dopo giorno. Napoli è una città che ti dà tanto ma ti toglie tantissimo, devi essere sempre guardingo, pronto a tutto, combattere ogni volta che esci di casa, molti diritti ti vengono negati. Non è solo Napoli – non parlo male del posto in cui sono nato –, ogni grande città è così: dove c’è umanità costretta in un piccolo spazio nascono disagi. Napoli è una città che ti sfianca, per il traffico, per il caldo; quando piove i marciapiedi diventano viscidi e si alza una puzza di cane bagnato e di piscio. Napoli ti distrugge, in senso buono e in senso cattivo. Devi esserci abituato, al troppo calore delle persone che incontri, alla loro disponibilità, agli eccessi, alla folla e al caos. Napoli è la città più economica d’Italia e, se pensi alle altre grandi città, in fondo qui con cinque euro mangi, bevi e ti va di lusso. Napoli è una bella donna ma scontrosa, devi avere tanta pazienza per conquistarla e alla fine, dopo mesi e mesi di moine, è anche possibile che non ti fa chiavare. Sarà faticoso, ma questo lo sapevo anche prima di partire. Mia sorella Laura mi ha spiegato il tragitto che dovrò percorrere dall’aeroporto fino alla città e mi ha insegnato alcune frasi per potermi districare nella nuova metropoli. Mi accorgo di essere finalmente arrivato a Parigi solo una volta fuori dalla metropolitana. I nomi delle fermate sono assurdi, ma ho in tasca gli appunti che mia sorella ha scritto diligentemente per me. Lei mi raggiungerà solo tra qualche giorno e mi ha lasciato l’onere di trovare una sistemazione decente e abbastanza vicina alla scuola che dovrà frequentare. Laura è sempre stata più forte di me, il suo carattere è più resistente alle avversità della vita. Sotto questo punto di vista mi ritengo molto debole. Sono partito mentre mia nonna moriva e mio nonno rimaneva da solo. […]

Domenico Cosentino

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