Il rhythmos di Mirone: il Discobolo e il gruppo bronzeo di Atena e Marsia

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Il periodo che dagli ultimi decenni del secolo VI a.C. giunge alla metà del V è d’importanza fondamentale per l’arte greca. Fra i centri di produzione, Atene viene consolidando il primato che manterrà per quasi due secoli. La ricostruzione della città e dell’Acropoli devastate dai persiani mette gli artisti di fronte a un campo d’azione sgombrato da ogni impaccio materiale e dal tradizionalismo stilistico. In corrispondenza con la fioritura letteraria e filosofica anche l’arte, e la scultura in particolare, accentua il suo umanesimo, operando un equilibrio tra umano e divino che apparve insuperabile e generò il concetto di classico. Mirone, scultore e bronzista, è attivo tra il 470 e il 440 a.C. La sua attività è documentata dalle fonti letterarie (Dialoghi di Luciano di Samosata), che gli attribuiscono un gran numero di statue in bronzo, purtroppo perdute, raffiguranti dei, eroi, atleti, animali. Originario di Eleutere, discepolo probabilmente di Agelada di Argo, aprì strade nuove alla scultura greca, affrontando tra i primi il problema della raffigurazione plastica della figura umana in movimento, in un più libero articolarsi delle membra nello spazio. Mirone cerca di fissare l’attimo fuggente del culmine di una azione e conclude il processo di ricerca anatomica che si presenta come la soluzione di un problema di ritmo. Opere famosissime sin dall’antichità, ma a noi note solo attraverso copie romane, sono il Discobolo (Discobolo Lancellotti in Roma; Discobolo rinvenuto nel 1906 a Castel Porziano in una villa romana e custodito nel Museo delle Terme; il Discobolo del British Museum, il Discobolo del Museo Vaticano) e il gruppo bronzeo di Atena e Marsia, (Castel Gandolfo nei ruderi della Villa di Domiziano; Museo Lateranense; Museo Vaticano) già sull’Acropoli di Atene.

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Mirone, Il Discobolo – 455 a.C. Copia romana conservata al British Museum

 

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Mirone, Atena e Marsia – 450 a.C, copia nei Musei Vaticani

 

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3 commenti
  1. Quell’inchino profondo del discobolo, proprio mentre i piedi si sbalzano l’un l’altro avventandosi alla corsa e il braccio si allunga all’indietro a prender lena di slancio, tutto questo è certamente un tecnema perché attiva un’operazione di poesia. Quale. La raffigurazione plastica di ciò che sia l’umano e di che tipo siano le imprese onde egli si superi, restando quel che è. Quell’inchino induce la poesia a raffigurare la coscienza, nell’uomo, e l’accettazione umile di esser di terra, di humus, e la persuasione di non potersi superare se non sempre più discendendo nella sua humilitas; e insieme – la poesia è mossa a dire dal quel braccio retroflesso – ripigliando a sua energia tutta la storia da essa humilitas percorsa nei millenni di millenni. Così l’homo si supera, ma restando sempre quel che è, in quanto è il lampo del suo terreno intelletto che si slancia nelle altezze più vertiginose. Lui resta terra, persuaso di esser terra.

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