L’addio di Antoine de Saint-Exupéry ovvero l’illeso prodigio perdurante in ogni età, di Michele Rossitti

Antoine-de-Saint-Exupéry

Antoine de Saint-Exupéry (Lione, 29 giugno 1900 – Marsiglia 31 luglio 1944)

In principio era un seme minuscolo in balia della bufera, poi il cielo l’ha deposto sul brandello del litorale. Il seme si è rotto, ha germinato ferro per diventare pian piano un uccello che si protrae al blu, non per sfidarlo ma sfiorarlo con gli alettoni, l’uragano è stato il suo concime. Il carrello di quella fusoliera ha subìto l’ultima virata per mano di Antoine de Saint-Exupéry. Il seme minuscolo di una volta continua a incendiarsi. Ora è una fenice che spande scie di gratitudine ingrata. Se per Fillia e D’Annunzio l’aeroplano vuole la modernizzazione dell’universo o il volantinaggio su Vienna e la cecità del Notturno, per Saint-Exupéry è elica del giuramento perpetuo oltre l’indicatore di stallo. Inchiostro e brevetto di volo autografano l’armonia della scontentezza dove il cordoglio per l’efflorescenza tardiva, svaluta e rifiuta costante il presente. Questa persuasione prende piede sia dall’affetto per le corrispondenze e i dilemmi che la natura offre agli audaci, sia dall’indole di staccare l’ombra dal brulichio artificiale. Gli espedienti contro l’ecosistema sono cosmesi nocive, quindi lo spirito d’avventura non vale in sé bensì nella sua attitudine di prova che scrutina il senno e la condivisione su luminarie verginali. Saint-Exupéry pone l’atto solidale e l’amicizia figlie impavide, tutte doglie di un’impresa rischiosa. La routine ufficiosa scioglie i doveri coscienti e l’inaridimento della cordialità muta il timido in inetto che si odia senza volersi mai più desiderare né vedere. Sperduto nel Sahara dopo un’avaria, Saint-Exupéry riconosce i visi della sua infanzia con luci e suoni dunque si desta, costellazione di forza: “Avevo bisogno di quei mille punti di riferimento per riconoscere me stesso, per scoprire di quali assenze era composto il sapore di quel deserto”.  La parola “Fine” ai problemi e i dissidi più rigidi si delineano nell’uomo carattere e profilo per responsabilizzarlo davanti ai propri simili, seppure l’intrapresa maturazione appassisca quasi già al suo germoglio. L’affondo è smarrire il senso della vita, spesso ridotta a frequenza dove si assiepano utenze che la intasano alla pari del clacson urbano, intercambiabile con l’idiozia patentata dei discoli in sorpasso. Così le rincorse e gli appetiti screditano il bonus e la gioia del traguardo, cioè l’obbligo dell’attesa e le marce sul sentiero impervio, perché le escursioni interiori scortano dedizione e pazienza. “È il tempo che tu hai perduto con la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante” dice il pilota al piccolo principe e riafferma che è il dono immenso di sé, esente tariffa, a premiarsi tesoro anche per i proscritti in contumacia. È ambiguo leggervi lo sconforto scaturito dalle cartoline del passato o la nostalgia verso le ambizioni elitarie di un rampollo aristocratico rispetto ai gattopardi dell’aviazione moderna. Meglio, la volontà presta l’abito al sintomo pronto alla scelta che orienta età e vite su viatici di riserbo e confessione. Il volo include il periodo e il segreto dell’amicizia fra affini, cioè il legame che addomestica a vicenda perché scaturito da reciproci bisogni. È quel fiore che il piccolo principe ha lasciato nell’asteroide e ha accudito con affetto; sulla terra ha visto rose meravigliose, ma nessuna è la sua, la migliore. Dai baffi della volpe, in risposta, non le è adeguato un mondo senza galline, a ragione, sul suo muso le formalità liturgiche annusano i riti senza dar loro volto. Il rito, inteso a ampio raggio, ricalca un po’ il computo dell’abaco: una palla diversifica l’altra, persegue l’istinto del gesto rinnovato dagli albori e, per rapportarsi con le cifre delle operazioni matematiche, ricorre a una certa preparazione senza accorgersene, con atti e calcoli ripetitivi. Perciò, in rapporto, l’equazione trova riscontro, come in terra così in cielo, nelle “Nubi pesanti spegnevano le stelle” di Fabien a bordo del velivolo postale che ostina la sua traversata sopra il continente latinoamericano. Il pioniere in missione del Vol de nuit si libera nonostante il serbatoio in riserva e la radiotelegrafia interrotta; nell’impotenza, il suo superiore assiste al decorso della tragedia. Là sotto, a Buenos Aires, la severità pluridecorata, col pensiero alla moglie dell’aviatore, si domanda a che titolo spinga i propri graduati, li sfratti dalla famiglia nella rotta degli eroi scaduti in quiescenza. La paura di Fabien dura effimera, la manovra dosa zeli a sangue freddo e raid temerario li coglie, mentre la spinta scocca dalla vocazione che si attua. Infatti, l’ascesa immaginaria di icari e ippogrifi fino ai decolli contemporanei è facoltà della mente, sebbene lo sconfinamento avvenga con l’appendice di libbre metalliche e aggeggi meccanici che sbalzano in alto. Sulla stima delle perdite umane, l’esito dell’aereonautica è perizia non disgiunta dall’abbraccio in “groppa del fiero animale” ma privo del pallore pudico di dirsi fifoni, e dall’etica. Dato adito alle leggende, ogni pilota, in volo, avrebbe un angelo custode. Saint-Exupéry crede quasi si tratti di un tutore con la catapulta sbucatogli sotto l’ala e, quel raro perfetto, è il bimbo che lo scrittore è stato da piccolo e che, finto auriga, gli siede appresso.  La Kitty Hawk dei fratelli Wright non cancella l’infanzia e il mito, è metafora che avvalora, per diversa destinazione, l’istinto dell’insolvente Saint-Exupéry a sentirsi visionario di quanto c’è. Addirittura, l’aderenza tanto sollecita ai risultati del reale entra in tensione e ci guadagna con l’esercizio scientifico del pericolo a dispetto della contraerea.  Il nascere per morire, senza ipotesi conclude la solitudine ricognitiva di adeguarsi al domani incerto e non importa schiantare la carlinga su Hitler, sia cronaca vera o bufala. Forse, piuma frustata in aria, un medesimo fazzoletto impenna il guanto del pilota nell’indugio di una mamma che veglia il figlio al capezzale: “Di ciò che ho amato, cosa resterà?”.

Michele Rossitti

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1 commento
  1. Antoine de Saint –Exupéry è famoso come autore de Il piccolo principe, ma è stato anche un aviatore francese, scomparso in una missione aerea nel luglio 1944. Di questo tema si parla nel bellissimo articolo di M. Rossitti. Iniziò la carriera d’aviatore nel 1920, come pilota di linea sul percorso Tolosa-Casablanca. Dopo aver organizzato il servizio delle linee della Patagonia, abbandonò le grandi linee per diventare pilota-collaudatore. Compì i raids Parigi-Saigon e New York-Terra del Fuoco. Partecipò alla campagna del 1940 nei reparti da ricognizione, raggiunse gli Stati Uniti dopo l’armistizio, quindi le truppe alleate in Africa del Nord nel 1942, riprendendo il servizio attivo. Il 31 luglio 1944 partì dalla Corsica per una missione aerea dalla quale non fece più ritorno. La sua opera letteraria è quasi interamente la trasposizione della sua esperienza umana. Il racconto diretto dei suoi viaggi, accompagnato da quelle meditazioni fanno di Saint-Exupéry un umanista di grande rilievo morale: Volo di notte (1931), Terra degli uomini(1939), Pilota di guerra (1942)….
    Nel complesso esprime un nuovo ideale di eroismo: nell’azione pericolosa e nella scelta ineluttabile l’uomo raggiunge la sua suprema realizzazione. Superando l’ individualismo, il senso della solidarietà e del sacrificio dà alla morale dello scrittore un vasto significato umano.
    La scrittrice Laura Pariani gli dedica un bel romanzo: Tango per una rosa, intenso e partecipe, che racconta sul filo della memoria il momento in cui la vita si disfa definitivamente.
    “Proprio per dimenticare Buenos Aires aveva scritto Vol de nuit. Un libro sul volo notturno, e, nel suo senso più intimo, un libro sulla notte….Si sentiva così eccitato quando gli capitava di pilotare l’aereo tra Bahia Blanca e Comodoro Rivadavia: la sconfinata distesa di quei tavolati vasti come un oceano gli produceva nell’animo un senso vago e piacevole di infinito; le angosce si quetavano… I cieli maestosi della Patagonia, ora tempestosi di nubi fosche che all’orizzonte si accavallavano in una galoppata furiosa, ora soffusi di delicate tonalità di lilla e di gialli. E quei paesini patagonici di baracche dai tetti di lamiera ondulata tinti di azzurro, tra cui si aprivano stradine che somigliavano a stretti corridoi ingombri di neve sporca, percorse più da cani randagi che da persone. Sorrise ripensando al vecchio indio che una sera gli aveva recitato un lungo rosario di espressioni per designare i vari tipi di neve: quella che si indurisce a crosta; la fresca, fina e farinosa; la neve umida e pesante; oppure quella alzata dalla tormenta di vento…. Senza contare le illusioni ottiche che in quelle regioni estreme sono così frequenti…”

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