“Ombra” racconto di Edgar Allan Poe

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Edgar Allan Poe (Boston, 1809 – Baltimora, 1849)

Scrive Matthiessen, “dovendo trattare di lui, la questione più interessante da studiare sarebbe quella delle conseguenze che ebbero le sue ristrette, ma dense teorie sulla natura della poesia e su quella del racconto…”, per cui “il valore della sua opera non sta tanto nell’opera stessa quanto nell’influenza da essa esercitata…”. Influenza che è stata vastissima, pensiamo soprattutto a Baudelaire e ai simbolisti francesi. La tradizione “nera” e “gotica” trovarono facile cittadinanza nella letteratura americana. Il “gotico” di Edgard Allan Poe si impose da subito come aguzzo strumento di esplorazione negli oscuri meandri psicologici dell’uomo.

OMBRA
Parabola

In verità! sebbene io cammini
Per la valle dell’Ombra…
Davide, Salmi

Tu che mi leggi, tu sei ancora del numero dei vivi; ma io che scrivo sarò da tempo partito verso la regione delle ombre. Poiché invero accadranno strane cose, segrete cose si conosceranno, ma prima che gli uomini le vedano, dovranno passare secoli e secoli. E quando le avranno vedute, molti non crederanno, altri dubiteranno, solo alcuni troveranno da meditare sulle lettere che qui incido con uno stilo di ferro.

L’anno era stato pieno di terrore, e di sentimenti più forti del terrore che non c’è nome a dirli, sulla terra. Prima si erano avuti prodigi e segni, e da ogni parte, sulla terra e sulle acque, le ali nere della peste si erano spiegate in immensità. Quelli che leggevano negli astri sapevano che i cieli annunciavano sventura; ed io, il greco Oinos, fra gli altri, vedevo come si era di nuovo giunti a quel settecentonovantaquattresimo anno nel quale, all’entrar dell’Ariete, il pianeta Giove tocca l’anello di fuoco del terribile Saturno. Né credo d’ingannarmi se dico che lo spirito dei cieli si manifestava non solo sulla massa fisica della terra, ma sulle anime anche, e le fantasie e le meditazioni umane.

nouvelles_histoires_extraordinaires_p255Intorno a coppe colme di rosso vino di Chio eravamo sette una notte entro le mura d’una nobile sala, in una tetra città chiamata Tolemaide. E alla nostra stanza non v’era altro ingresso che un’alta porta di bronzo; una porta di rara fattura dell’artigiano Corinnos, che si serrava di dentro. Drappi neri tesi tutto intorno nella malinconica stanza tagliavano fuori dalla nostra vista la luna, le stelle lugubri e le vie spopolate; allo stesso modo, però, non restavano esclusi il presagio e il ricordo del flagello. Accanto a noi, intorno a noi esistevano cose di cui non so dire; materiali e spirituali, pesantezza nell’aria, e il senso di soffocare, un’ansietà; soprattutto era quel terribile stato in cui vivono le persone nervose, quando, a pensiero assopito, i sensi son desti, e acutamente vivi. Un peso mortale ci opprimeva. Scendeva sulle nostre membra, si posava sui mobili della stanza, sui bicchieri nei quali bevevamo e tutto ne restava schiacciato, eccetto le fiamme delle sette lampade di ferro che ardevano sul nostro simposio. Affilandosi in esili steli di luce le sette fiamme bruciavano pallide e ferme; e noi seduti contemplavamo nell’ebano della tavola, da quella luce reso uno specchio, contemplavamo ognuno il proprio pallore e l’inquieto sguardo che balenava dagli occhi dei compagni. Purnondimeno ridevamo, allegri a modo nostro, da isterici; e cantavamo cose di Anacreonte, che sono fatte di pazzia; bevevamo pure, senza fine, sebbene il vino facesse pensare al sangue. Poiché nella stanza c’era un altro ancora, nella persona del giovane Zoilo. Morto e chiuso nell’urna, disteso quant’era lungo; egli era il genio, il demone della scena. Ahimè! egli non prendeva parte al nostro diletto, e solo il suo viso devastato dalla peste, solo i suoi occhi, dentro ai quali la morte non aveva spento che a metà il fuoco della febbre, sembrava avessero per la nostra gioia tutto l’interesse che sanno avere i morti per la gioia di chi è sul punto di morire. Epperò io, Oinos, nonostante mi sentissi quegli occhi addosso, mi ostinavo a non intendere l’amarezza, e sprofondavo lo sguardo nello specchio dell’ebano, e con voce alta e sonora cantavo i canti del poeta di Teos. Pur il mio canto a poco a poco ebbe fine, e l’eco che se ne portò lontano le parole tra le cupe tappezzerie divenne debole, indistinta, svanì anch’essa. Dalle tetre profondità di quei drappi dove la canzone si perdeva, si avanzò allora un’ombra, una oscura forma indefinita, ch’era come un’ombra di luna, di quelle ombre che la luna disegna di un uomo quando è assai bassa nel cielo; ma non era d’uomo o di un Dio, né di alcun essere conosciuto. Passò in un fremito tra le stoffe, infine si eresse in piena vista contro la porta di bronzo. Era un’ombra vaga, informe, un’ombra indefinita; né d’uomo, né di Dio; di nessun Dio della Grecia, né di Caldea, e nemmeno di un Dio egiziano. Stava contro la grande porta di bronzo, di sotto all’arcuata cornice, senza muoversi, né pronunciar parola, e sempre più si assestava nella sua immobilità. E alla porta contro la quale stava l’ombra erano, se ben ricordo, rivolti i piedi del giovane Zoilo nell’urna. Ma noi sette che avevamo vista l’ombra sgusciar fuori dai drappi, non osavamo più guardarla e gli occhi tenevamo fissi nella profondità dello specchio d’ebano. Solo io, Oinos, trovai alla fine il coraggio di mormorare piano alcune parole, e all’ombra domandai d’onde venisse, e quale nome avesse. E l’ombra mi rispose:

«Io sono OMBRA, e vicino alle Catacombe di Tolemaide ho la mia dimora, vicinissimo agli oscuri campi dell’Eliso che si stendono in riva alle torbide acque d’Acheronte».

E allora noi sette scattammo dai nostri posti, pieni d’orrore, e restammo tremanti, presi da un fremito di sgomento; dappoiché il timbro di quella voce non era di un solo ma di una moltitudine di esseri; ed era una voce che riconduceva alle nostre orecchie, da sillaba a sillaba, cangiando di suono, i ben noti e familiari accenti di amici e amici scomparsi.

Edgar Allan Poe

(traduzione di Elio Vittorini)

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