“Poco fa, nel silenzio”, monologo di Daita Martinez e Maria Grazia Galatà

POCO FA, NEL SILENZIO

felice-casorati-arte-silenzioQuesta strada mancata da uno scialle lasciato ai fianchi di un nome ripetuto a tutti i mutamenti di stagione. Uno scialle, quello con le frange disposte sulla chiosa del cuore o forse di una arrivata nostalgia come hanno all’istante i ramoscelli quando sfilano dai piedi la fatica del viaggio. Chissà poi se è coerenza il pensiero della fuga o della parola affaticata di anni, negli anni della forma mai adatta e sempre all’erta dei seni, dell’angelo adagiato sulla fronte nell’ora che bagna il cortile per la sete del paesaggio e una gonna che andava storta sotto il grembiule dei primi giorni sul promontorio dell’amore senza averlo capito il fondo da affilare nel ritorno per non cedere al vuoto dell’assenza, le mani. Le mie, le sue, le tue e io poco fa nel silenzio. Le sue e le mie adesso che naufrago sulla distanza a ridosso dell’ombra e neppure so il solco che ricade e mi fa gravida di immagini andando dietro il muro della casa a ore scarlatte e sempre più dietro alla voce di mia madre, alla voce della madre di mia madre, all’odore che hanno le cicale quando ha sonno il nastro tra i capelli ancora dietro o dentro ai boccioli della sedia che pure ha rumore e mi porta indietro quasi eco, quasi acqua, quasi incustodita cadenza di vento innaffiato sulla cicatrice delle gambe assorte.

Poi c’è il dolore della lontananza sfuggita agli dei.
Tempi di oracoli. E tu che parli di nudità in simbiosi a quell’amore che cerca amore o l’equilibrio delle ultime notti insonni in grembo al desiderio multiplo, armati di silenzio assordante che devasta l’abbandono!
C’è un pensiero nascosto tra i rami di betulla, un verso di Pound taglia la luce d’agosto. Vorrei sentire un canto nell’assurdità del blu, un tempo lasciato al peso della memoria che scade nel liquefarsi del silenzio apposto ai margini della mia vita.
Vita! Che appari in tutta la mia serva esistenza! Io madre, sorella amica, amante e cosa? Cosa sono mentre tremo al richiamo di un’ombra. Le tue dita hanno il sapore delle vene, quelle che sgorgano da sentieri binari in un mutamento ambiguo.
Ho il vestito rosso, quello che ti piaceva tanto, e capelli che odorano di gelsomino in una domenica che sa di assurda quotidianità. E non parlarmi sui pensieri, nella monotonia apparente c’è un sonno che parla di amici, di voli, di treni. La memoria di luoghi a metà tra la neve di marzo e i fiumi dell’est
di quelli che sembrano non finire mai. Hai sentito mamma? Mamma? Non senti mai. Come Dio. Ti ho perduta alla periferia di un mondo senza ricordi ed ho tagliato le vene per te, dentro una mattina nel luogo di una ragione invisibile. Che anno era, il settantotto?

(canta sottovoce) Questa di Marinella è la storia vera
che scivolò nel fiume a primavera
ma il vento che la vide così bella
dal fiume la portò sopra a una stella

sola senza il ricordo di un dolore
vivevi senza il sogno di un amore
ma un re senza corona e senza scorta
bussò tre volte un giorno alla tua porta

bianco come la luna il suo cappello
come l’amore rosso il suo mantello
tu lo seguisti senza una ragione
come un ragazzo segue l’aquilone

Era il settantotto, mamma?
E di me quale anno sulla croce del giudizio?
Di me che non so mangiare la parola e scoperta cado nello scontro della bocca sino a dove stridono i coralli insolenti sulla piazza che era il tempo del peccato essere legata d’innocenza, o forse un grido sulla benedizione dei ritagli il suo bacio, il mio pudore e quei tratti sfocati in un canestro che avanza di carta intatta quando poi nessuna partenza s’è compiuta soglia, e la stanza e i buchi di gomma e la grandine che non c’era e insistente cadeva la sera di tutte le sere l’identica mossa del velo mai preciso e qui che ancora al nulla si conserva la pioggia della bambola dopo il sogno quindi prima del cancello l’affondo delle chiavi dove restare e andare andare e restare immobile al principio immateriale, alla fragilità del ballo e di legno il sole.

Ho infinito tra la voce e oggi?
Ho infinito? Infinito! L’infinito?

Un dondolio ripiegato contro l’abitudine dei passi a pochi passi da quella boccata concepita nella tazza del caffè ch’esce dall’altra parte della testa quando il fiato si spalanca nell’urto del timore mentre rideva la matta ed ero io. Ero io sul costato delle lacrime? Io? Ero io la luce privata, l’indizio nascosto sotto il cuscino di una chiesa d’altre pause e la santità del cielo coi passeri riapparsi nella lana di una tasca addormentata sui gradini d’uva nera.

Ho preso un solo istante, uno solo e sento l’ore nei battiti di pioggia e vento. Tra le ombre. Utopia di un movimento o sottrazione di tempo. Ferma le labbra, oltre le quali io possa sentire la velocità della vita che mi insegue nelle notti violate da mille solitudini, nella stanza dai petali lasciati ai sogni.
Che tempo è, questo tempo? Di preghiere.

Daita Martinez e Maria Grazia Galatà

Maria Grazia Galatà nasce a Palermo negli anni cinquanta, ha all’attivo due personali fotografiche a Venezia e collettive in Italia . Pubblica tre libri di testi poetici e fotografie. E’ presente in cataloghi d’arte internazionali.

Segnaliamo “Simmetria di un’apparenza” di Maria Grazia Galatà mostra fotografica all’Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica – Palazzo Correr Venezia – Campo Santa Fosca (Cannaregio) 2214

 

rev1618371Scrivere, fotografare, creare, è un modo di trasformare energia in frasi, immagini, materia e, come ogni lavoro, è il cambiamento di una cosa in un’altra. Maria Grazia Galatà con la consapevolezza di questo sapere tesse la sua opera tra parola e luce e con ardite sperimentazioni spinge il nostro pensiero “verso” una dimensione ulteriore.

Venezia – dal 14 al 26 settembre 2016

orario: da lunedì a domenica ore 16,00 – 19,00

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