“Al padre” di Salvatore Quasimodo, nota di Rosalma Salina Borello

salvatore-quasimodoIl terremoto di Messina del 28 dicembre 1908 fu la scoperta precoce del dolore e della violenza: il paesaggio sconvolto, i morti sventrati ed accatastati, i ladri presi e fucilati sul posto dai soldati. Ma, tra le macerie, gli orrori, le distruzioni, lo smarrirsi delle coscienze, emerge la figura del padre che continua, con calma severa, a compiere il suo dovere. Per merito suo, la scoperta o “scienza” del dolore diviene una lezione morale altissima e pur semplice ed esatta come un conto di numeri bassi, un bilancio tratto anche per tutti gli anni futuri. Il figlio che, dopo aver lungamente lottato, ha portato il nome del padre “un po’ al di là dell’odio e dell’invidia”, vuol ora rendergli pubblicamente omaggio con la formula rituale di saluto che il campiere rivolge al padrone: “Baciamu li mani”.

AL PADRE

Dove sull’acque viola
era Messina, tra fili spezzati
e macerie tu vai lungo binari
e scambi col tuo berretto di gallo
isolano. Il terremoto ribolle
da due giorni, è dicembre d’uragani
e mare avvelenato. Le nostre notti cadono
nei carri merci e noi bestiame infantile
contiamo sogni polverosi con i morti
sfondati dai ferri, mordendo mandorle
e mele dissecate a ghirlanda. La scienza
del dolore mise verità e lame
nei giochi dei bassopiani di malaria
gialla e terzana gonfia di fango.

La tua pazienza
triste, delicata, ci rubò la paura,
fu lezione di giorni uniti alla morte
tradita, al vilipendio dei ladroni
presi fra i rottami e giustiziati al buio
dalla fucileria degli sbarchi, un conto
di numeri bassi che tornava esatto
concentrico, un bilancio di vita futura.

Il tuo berretto di sole andava su e giù
nel poco spazio che sempre ti hanno dato.
Anche a me misurarono ogni cosa,
e ho portato il tuo nome
un po’ più in là dell’odio e dell’invidia.
Quel rosso del tuo capo era una mitria,
una corona con le ali d’aquila.
E ora nell’aquila dei tuoi novant’anni
ho voluto parlare con te, coi tuoi segnali
di partenza colorati dalla lanterna
notturna, e qui da una ruota
imperfetta del mondo,
su una piena di muri serrati,
lontano dai gelsomini d’Arabia
dove ancora tu sei, per dirti
ciò che non potevo un tempo – difficile affinità
di pensieri – per dirti, e non ci ascoltano solo
cicale del biviere, agavi lentischi,
come il campiere dice al suo padrone:
“Baciamu li mani”. Questo, non altro.
Oscuramente forte è la vita.

Salvatore Quasimodo (La terra impareggiabile 1955-1958)

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5 commenti
  1. Una “perla” di Quasimodo, dimenticata dalle antologie scolastiche che insistono solo su alcune liriche (sempre le stesse) del grande Salvatore

  2. Sì, è vero. Le antologie insistono sempre sui soliti pezzi, quelli che s’inquadrano su certe tradizioni sacralizzate da Mammasantissima della letteratura. Quante opere d’arte dimenticate, quanti geni persi tra quelle pagine, perdite alle quali concorrono stesso gli editori, dando il passo solo a quei soliti ed a quelle solite cosucce da operatore ecologico, per non dire spazzino, che non si può più. La Mondadori – la Grande Mondadori! – ha disposto una macchina a ricevere le nostre cose, cui risponde invariabilmente “Se la cosa c’interessa vi risponderemo!” E noi si resta lì ad aspettare in eterno, senza un sì e senza un no, per tutta la vita, per tutta la morte! Poi c’è il calciatorino di successo, che non ha mai letto un libro né scritto altro che la sua firma su un verbale di contravvenzione, eppure ha successo e deve tale suo successo alla bravura sua di dar calci alle palle, eppure un bel giorno riceve una visita dalla Mondadori – la Grande Mondadori! – che da un suo scagnozzo gli fa dire “Vuoi scrivere un libro?”, e lui: “Ma io non so scrivere!” E Lei, nel suo scagnozzo, “Te lo scrivo io. Non ti crucciare. Tu raccontami qualcosa!”. E così, liolà e liolì, il libro eccolo lì. E noi con tutta la nostra bravura? Ce ne andiam via con la sciacquatura! Tu cosa credevi fosse oggi la cultura?
    Domenico Alvino

  3. In questo stretto e incancellabile legame di affetto il poeta si riconosce figlio e conferma in se stesso la misura del padre, anche se la sorte è stata con lui più generosa e gli ha concesso a di andare un po’ più in là delle meschine invidie dei risentimenti quotidiani.
    E ora, giunto a novant’anni, rimasto sempre giù nella Sicilia di gelsomini, agavi , lentischi e cicale , appartato, lontano dal figlio, che nel nord, in città piene di mura e frastuono, lo ricorda e ricorda pure il difficile dialogo fra di loro, (difficile affinità/ di pensieri ) non può che essere rievocato con rispetto, amore che vince la distanza, filiale amore e spirito di religiosità che si esprime con la formula della tradizione siciliana “baciamu li mani”, ultimo omaggio a figure imperiture della nostra vita privata.

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