La città delle colonne. Roma in “Sorelle Materassi”, di Marco Onofrio

materassi

Teresa e Caterina Materassi, le sorelle ricamatrici protagoniste del capolavoro di Aldo Palazzeschi (1934), hanno la meccanica rigidezza di bambole con dentro un carillon a ricarica manuale. Ripetono da sempre gli stessi gesti, le stesse parole, quasi gli stessi pensieri, al centro di un mondo di abitudini inveterate e rituali immodificabili. Una vita morigerata, di impegno e sacrifici, da cui le ricchezze accumulate senza neppure saperlo, a forza di non spendere (se non lo stretto necessario). Hanno fatto del lavoro una «disciplina ferrea, sola ragione di vivere». Stanno sempre a cucire e a ricamare, tranne la domenica, e se qualcuno chiede loro qualcosa rispondono senza alzare la testa dal telaio. Il lavoro è il veicolo grazie a cui tentano di elevarsi sull’ambiente rurale di Santa Maria a Coverciano, dove peraltro vivono, frequentando – sia pure a servizio – le maggiorenti che le vengono a trovare per la squisita fattura dei manufatti. Pur essendo «nate e vissute sempre in aperta campagna, ed essendo proprietarie di un podere assai vasto e fertilissimo» non sentono per la terra alcun «interesse o trasporto», anzi: ritengono il lavoro agricolo «sudicio e vile», come il puzzo del concime che il fattore Fellino spande lungo i solchi del podere, e di cui si vergognano con le «signore, le duchesse, le marchese, le contesse, i canonici mitrati e le mantenute» che da un momento all’altro possono arrivare.

«Odiavano gli odori della campagna, si scansavano davanti al pollame, avevano dei buoi un terrore sacrosanto, guardavano con disprezzo o compassione un cavallo da lavoro, e consideravano il ciuco un animale indecente».

Questo “complesso rurale” le ha rese persone e donne irrisolte, imprigionate in un frammezzo sospeso tra il “non più” e il “non ancora”: tra un non potersi più riconoscere nelle proprie origini e, d’altro canto, un non appartenere ancora alla dimensione signorile e cittadina verso cui guardano. Anche per questo squilibrio sono rimaste «indissolubilmente unite e zittelle», giacché «un poveraccio non lo avrebbero preso e un signore, d’altra parte, non avrebbe preso loro; s’erano trovate fuori di strada inconsapevolmente, nessuno si era avvicinato». Ed ecco il bisogno di compensare l’amore mancato con il lavoro, affrontandolo in guisa di anestetico, palliativo, medicamento. E i ritmi circadiani ordinati, e le abitudini immutabili. E la stanzialità pressoché assoluta:

«Le due ricamatrici non si muovevano mai dal loro arsenale intorno al quale, a rispettosa e rispettiva distanza, si muoveva tutto il resto come le stelle intorno al sole (…). Un solo giorno dell’anno abbandonavano il lavoro non per comandamento, ma per il loro intimo piacere: il giorno di San Francesco per recarsi alla fiera di Fiesole».

Nel teatrino da stampa dell’ottocento di cui Teresa e Caterina sono regine, o meglio figurine imbalsamate, un fatto straordinario giunge improvvisamente a scompigliare le carte; prima ancora del bellissimo e affascinante nipote Remo, che porterà il vento profumato e inusitato della vita, della mondanità, della dissipazione: da cui la rovina progressiva delle sorelle. Cosa può esserci di più sconvolgente che un viaggio per chi vive sempre nello stesso posto, dove fa e dice le stesse cose? E non un viaggio qualsiasi: addirittura a Roma! Sarà «un avvenimento tanto clamoroso da rivoluzionare il paese: tutto il popolo di Santa Maria per molti mesi» ne continua a parlare. Palazzeschi è, come suo solito, prodigo di spiegazioni circostanziate.

«Avendo eseguita una pianeta per un cardinale di Curia ed essendo stata ammiratissima fino nelle anticamere di Sua Santità, per mezzo del Cardinale Arcivescovo di Firenze le due sorelle vennero informate che il Santo Padre le avrebbe ricevute in udienza particolare con poche altre persone. Tale notizia mise il vicinato in convulsione. (…) “Le Materassi A Roma! Ricevute dal Papa!”. Tutti volevano sapere se ci sarebbero andate e quando, ma, soprattutto come si sarebbero vestite, giacché ognuno sapeva che per essere ammessi alla presenza del Pontefice ci vuole un abito speciale. (…) Per togliersi da tale orgasmo decisero di portare un dono al Papa, una stola alla quale lavorarono insieme, senza abbandonarla un momento, giorno e notte, con commozione struggente durante tutto il mese che le separava dalla partenza. Carolina gettò il disegno di una bellezza austera, che culminava nella parte di destra in un Cristo sulla croce, e in quella di sinistra in un San Pietro nell’atto di consacrare l’ostia. Per un mese donne e donnette lì vicine non parlarono che della stola e della partenza. Sarebbero riuscite a terminarla pur lavorando il giorno e buona parte della notte? Come sarebbe venuto il Cristo? Il sangue delle ferite? E la cosa più difficile, la faccia di San Pietro con le mani che reggevano l’ostia all’altezza del petto nell’atto della consacrazione? Quasi che tutte la dovessero eseguire».

Ne vien fuori un lavoro ad arte, anzi: il capolavoro delle Materassi. È così che

«accompagnate da un prelato di Firenze, con dieci o dodici altre persone, in una mattina di giugno col sole squillante nel cielo di un azzurro denso e uguale, tremanti come colombe spaventate e traballando sopra una carrozzella che salterellava sui ciottoli della piazza come sul greto di un fiume, vestite di nero col velo fin sulla fronte, si avvicinavano annichilite al palazzo apostolico, e più si avvicinavano più si sentivano inghiottire dalle fauci maestose di quella sacra mole. (…) Vennero introdotte nella sala delle Benedizioni, in attesa che si aprisse la porta dalla quale il Pontefice doveva uscire, e che tutti fissavano senza il coraggio di respirare.
A un tratto la porta si aprì (…), apparve Sua Santità. Era Pio Decimo, ed era il giugno che precedette la conflagrazione europea; pochi giorni dopo quel cuore pietoso cessava di battere. (…) Allorquando il prelato disse che quelle erano le ricamatrici di Firenze, e della stola portata in dono a Sua Santità, prese con tenerezza, fra le sue, le loro mani per vederle, dicendo a entrambe: “brave, brave”. Le poverette, inginocchiate, non seppero che piangere».

Soltanto Teresa riesce a spiccicare qualche parola, per indicare al papa i destinatari della benedizione (i genitori defunti, la sorella di Ancona, i compaesani), e il papa assicura che è «per tutti, per tutti». Se Remo porterà la vita capace di sciogliere la forma in cui le Materassi sono imprigionate, abbandonandole man mano ad un “naufragio”, Roma rappresenta la Forma con l’iniziale maiuscola: la sede deputata della storia, del potere, dell’ufficialità. È, in un certo senso, il modello tetragono e assoluto della tradizione di valori e doveri su cui, come in brutta copia provinciale, si fonda il grigiore della loro esistenza asfittica. Non a caso appare come la città delle colonne, cioè degli elementi architettonici atti a sorreggere; benché molte colonne siano spezzate e crollate. E non a caso, forse, il nipote che sradica le Materassi dai sigilli della forma si chiama Remo: «meglio Remo che Romolo, il quale, pure avendo fondato Roma, aveva ucciso il fratello» commenta la direttrice della scuola dove Teresa e Caterina vorrebbero che Remo prendesse la licenza elementare; per poi concludere: «bisognava fondare Roma senza uccidere nessuno, sarebbe stato meglio».

colonne

Di Roma, le due sorelle elaborano una visione provinciale, ingenua, confusa, fuggevole, «da sogno agitato», condizionata dalle ombre del pregiudizio: da un lato il timor di Dio che suscita in loro il contatto, fugace e tanto più prezioso, con la Roma pontificia; dall’altro il terrore che provano sfiorando le vestigia di Roma imperiale, suggestionate dai racconti spaventosi del sacerdote che le accompagna, e pensando all’eventualità che certe caligini possano di nuovo prevalere (come in effetti stava accadendo, con lo scoppio della grande guerra). La storia millenaria di Roma testimonia il cuore atro e feroce di barbarie che la civiltà, per edificarsi, deve oltrepassare. L’esperienza del viaggio, già anticipata nelle pagine iniziali, viene rivissuta e sintetizzata, a mo’ di bilancio, nel terzo capitolo del romanzo, intitolato a Remo:

«Del viaggio a Roma, in quei tre giorni che vi si erano trattenute, era rimasto un ricordo di colonne: colonne fra colonne, colonne dopo colonne; colonne che stanno su, colonne che stanno giù, rovesciate, colonne su colonne; mezze colonne, pezzi di colonne; colonne a sedere che si riposano, distese, malate, infermicce, tagliate a pezzi come le donne che si mettono dentro le valigie. Si erano sperdute in una foresta di colonne in fondo alla quale era apparsa, a rendere la pace del cuore dopo una vaga sofferenza da sogno agitato, la figura bianca e soave del Pontefice benedicente, che senza posare il piede scendeva dall’azzurro nella luce che veniva da un’altra sala inondata dal sole e coperta di arazzi, pitture, dorature; il gesto paterno, l’espressione dolce nel benedire i devoti, e la voce un po’ afona, lontana, non per debolezza fisica, ma per una bontà che non è più terrena. Quando le condussero davanti agli avanzi di Roma imperiale e all’entrata del Colosseo il sacerdote che le accompagnava disse che lì gli antichi romani si dilettavano, anche le donne, anche le dame, a vedere i gladiatori lottare fra loro fino a uccidersi, e lottare con le belve fino a ucciderle o a farsi sbranare; e che a quel modo venivano trattati i primi cristiani condannati a morte; riavendosi dallo stordimento di quei giorni fuggirono inorridite facendo più e più volte il segno della croce, né vi fu verso di farle entrare, ma rimasero fuori volgendo le spalle al monumento e borbottando confusamente. Né vollero vedere altro di quella Roma antica che si risolse in un’immagine di ferocia abominevole. E sempre ritornando alla memoria il Colosseo facevano il segno della croce raccomandando al Signore di tener ben saldo al suo seggio il santo vecchio, che non dovessero risorgere costumi così empi da quelle rovine».

Marco Onofrio

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