Morir di non amore, di Francesco M. T. Tarantino

francesco-tarantino-0Morire della solitudine più nera abbarbicato alla rocca, ad un mondo chiuso in se stesso, dove lo sguardo non raggiunge che monti e paesi vicini, qualche camion in autostrada e la statale con una vettura ogni tanto, un paio di cavalli e ciminiere, senza una donna da immaginare, o, forse, pensata irraggiungibile e castrante, al punto da sentirsi indegno, inadeguato, inadempiente senza forza congiungente se non confusa-mente impotente. Morire lontano da ogni-ben-di-dio, dalla bottiglia e dalle sigarette tra un cortile, un orto e le campane ad ogni quarto d’ora, quelle domenicali, festive, serali e mattutine e, le ben più lente, funerarie: le campane a morto, quelle che non senti l’ultima volta nonostante i rintocchi segnino l’abbandono della posizione eretta e della casa che t’ha accudito i giorni, i mesi, gli anni che hai contato e le solitudini in cui ti sei dimenato. È tardi per domandarti a quale santo raccomandavi gli occhi chiusi, se avevi una madonna o pregavi Dio in un conflitto permanente o con disinvoltura: ¡chissà quale fosse il tuo pensiero e l’espressione della mente che mai nessuno ti ha domandato, che mai nessuno ha mai saputo chi fossi, dov’eri e che facevi! Le nostre coscienze pelose, raccapriccianti e piene di sufficienti elogi autoincensanti, sono basse adesso ma solo per 24 o al più per 72 ore (che sarebbe il massimo!); quel che conta è la cazzata che impunemente si va ripetendo senza convinzione e senza intendimento: la vita continua! E infatti continua, ad offuscare il tempo tra i crepuscoli, due fiori in croce e una lastra di cemento che ritrae l’aspetto e la coscienza, i sentimenti che sussistono soltanto se riesci ad ascoltare: perché non basta sentire! La pietà, quella falsa, appartiene all’incredulo ritrarsi per un attimo allo specchio senza riuscire a guardarsi, quasi un non vedersi, tanta è l’abitudine ai contorni che ci rendono animali, e sfigurati andiamo a vestirci di cravatte e dentifrici per illustrare il sorriso ipocrita che ristagna sulle nostre labbra come un ghigno feroce, ambiguo e sdolcinato in oltraggio all’indecenza. Puoi morire fratello, che nessuno se ne accorge e a nessuno gliene frega, perché ognuno ha i suoi guai, e ognuno ha famiglia, i figli, le preoccupazioni e le tasse da pagare, la borsa che scende e se non sale…: poveri guadagni andati in fumo per un cazzo in quel posto che più non ti disturba! Morire senza pace e senza distinzione, senza incontrare una mano amica e gli occhi in cui specchiarsi: non farci caso van tutti a testa bassa e più nessuno ha forza di sostener lo sguardo altrui. Morire d’incomprensione e di non comunicazione; esplodere, come un vulcano, ed eruttare un fuoco che ricade su se stesso e lascia traccia di lava raffreddata che s’incunea tra le fosse e le sconnessioni di un amaro deglutire in contro lena oltre l’umana sopportazione che resiste alle scomposizioni ed alle mutazioni di un’era prossima e sconosciuta. Morire di dislessia del tempo, di avanguardie di pensiero che si è spinto oltre senza lasciare in retroguardia ogni attenzione dell’arte di non perdersi intavolando un riflesso di memorie che dallo spavento riconducono all’oblio di un un esilio permanente. Morire senza l’eredità di una corsa sopra il mare, sopra i fili d’erba o lungo la ferrovia di un tempo distante, ma ancora possibile, che ancora resta da riconsiderare oltre le ciance clientelari, elettorali d’incantamenti fuorvianti e ormai derubricati. Morire per un’idea da trattenere, da giocarsi a carte per invertire un destino non ancora digerito ma prossimo all’introduzione di una metafora che espelle i primi e non più gli ultimi; i cantagalli appesi alle finestre dei cancellieri di interni e di metastasi tribunalizie che a Natale attendono l’Epifania lungo una direttrice di trafficanti e pegni. Morire nell’abbandono di un tempo abbandonato che rende all’esistenza un continuo abbattimento di barriere d’assalto tra le macerie dell’ultimo rifugio scordato dai soldati alla fine della guerra e mai riconvertito in una pace permanente di paesi e popoli in controtendenza. Morire senza nessuno che ti offra il pianto di lacrime amare per non averti saputo amare e non solo, ma non averti mai detto né buongiorno né buon appetito, senza mai la voglia di coricarsi al tuo fianco e darti la buonanotte e risvegliarsi attento all’immanenza del tuo sguardo e delle tue considerazioni, della tua voglia di accorciare il tempo e la distanza da questa vita scevra di memorie e d’altre possibilità. Morire di mancati amori che non sai dare né prescindere e neanche immaginare, amori di carne, di labbra e di passioni, amori dell’anima che ti cambiano la vita e scandiscono i passi e le novelle che non sai raccontare e ti piacerebbe inventare per una volta almeno in fingimento. Morire di nullezza, di evanescenza, d’inutile vacanza stagionale per tutte le stagioni, per un vuoto a perdere, giorno dopo giorno, che include la miseria come una filosofia in uno scatto irrazionale di tardivo orgoglio chiuso in un cassetto a scomparsa che più non si apre e se lo forzi ti scivola il domani in un frantumo che ti dispera e non ti consola. Morir di non-amore, di egoismo sdrucciolo e tardo ripensamento, d’un infinito corrucciarsi in simbiosi con la presunzione di essere e non essere, a piacimento, il doppio di se stessi e governare la forza del confronto e ripensarsi in un ruolo che non t’appartiene: l’incognita della separazione in uno scorrere del tempo che impietoso ti raccomanda di fare in fretta. Sentirne il peso, l’angoscia e l’inconfondibile ansia della provvisorietà. Continuare a morire ogni giorno di meno finché uno schianto chiamato deleterio non ci porti via per ogni eterno così sia. Morire andando verso una resurrezione che implica la morte e la decomposizione per non morire mai più nei secoli dei secoli. Forse siamo già morti e non lo sappiamo e continuiamo a sostenere l’incontrario di un malcelato inganno di dissoluzione che non prevede esequie né rimbalzi sopra un palcoscenico di maschere e folletti in trasfigurazione mediante un gioco di luci e di colori in un ologramma di macerie:
“To die, to sleep, perchance to dream”…

Francesco M. T. Tarantino

(da Faronotizie.it)

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