Autori lucani: Ascanio Persio, di Giovanni Caserta

Sassi%20di%20MateraLa questione della lingua, molto discussa, nel Cinquecento, toccò anche la Lucania-Basilicata, perché il bembismo, grazie alla invenzione della stampa,da Napoli faceva arrivare anche nei paesi più lontani, sia pure solo in poche famiglie e in pochi luoghi, le opere del Boccaccio e, ancor più, del Petrarca. Si petrarcheggiava a Valsinni e a Senise, a Matera e a Venosa. Ma che in regione si discutesse della lingua e si facessero proposte alternative o integrative, come succedeva nelle regioni del Centro-nord, tra Firenze e Bologna, Ferrara e Venezia, non si può dire, perché, come è facile capire, mancavano veri centri di elaborazione e irradiazione culturale. La questione, tuttavia, coinvolse la Lucania-Basilicata, e Matera in particolare, quando, da Bologna, ad occuparsene fu un materano, Ascanio Persio, emigrato verso più avanzati luoghi di studi e di ricerche.

La grande novità di Ascanio Persio riguardò il ruolo che il Sud doveva avere nella formazione della lingua nazionale. Ed era una novità assoluta, in tempi in cui l’unificazione linguistica dell’Italia la si faceva consistere in un semplice processo di “fiorentinizzazione” dell’intera penisola. Ascanio Persio parlava, invece, dei diritti del Sud a dire la propria e ad avere un proprio ruolo. La tesi è importante, fra l’altro, sul piano politico, perché lasciava intravedere una orgogliosa consapevolezza e richiesta di estensione di italianità anche al Mezzogiorno, che ambiva ad entrare a far parte di un unico Paese, molto più di quanto al Nord e al Centro pensassero di allargarsi ed estendersi al Sud.

Ciò aveva una spiegazione nel fatto che, essendo questo, ieri come oggi, in condizione di inferiorità economica, sociale e culturale rispetto al Centro e al Nord, era terra di emigrazione. La cosa, naturalmente, non riguardava per nulla l’umile artigiano, il pastore e il contadino, che a nient’altro aspiravano, allora, se non alla sopravvivenza materiale. Per costoro esisteva solo l’emigrazione stagionale, circoscritta alla durata dei lavori e solo verso paesi limitrofi. Quanti, invece, volevano una laurea in dottore fisico o utroque iure, o volevano tentare la via dell’arte e della cultura, volentieri e con convinzione si dirigevano a Napoli e a Roma, a Bologna e a Firenze, a Padova e a Venezia.

Fu il caso di Ascanio Persio, che, nato a Matera il 9 marzo 1554, era, per dir così, figlio d’arte. Suo padre era lo scultore Altobello Persio, che, ottimo artigiano, a Matera, sposando Beatrice Goffredo, era entrato nel giro della nobiltà. I figli, perciò, poterono frequentare la scuola privata dello zio, Leonardo Goffredo, e raggiungere alti livelli di studio. Di essi, Giulio fu scultore come il padre; Domizio fu pittore; Antonio fu filosofo; Ascanio umanista e grecista. Giulio e Domizio, “artigiani”, non ebbero bisogno di emigrare, perché la loro attività poteva svolgersi anche nella propria città e provincia; Antonio e Ascanio, invece, per compiere e perfezionarsi nei propri studi, dovettero lasciare la loro città. Antonio, nato nel 1542, sacerdote, fu prima a Napoli e poi a Perugia, quindi a Padova, dove lo raggiunse il fratello Ascanio, di dodici anni più giovane. Cultore di Aristotele e delle lingue classiche, nel 1586 questi si trasferì a Bologna, dove occupò la cattedra di lingua greca, ottenendo di leggere Aristotele nella sua lingua. A Bologna era tuttavia considerato un alienìgena, cioè un forestiero, quasi di altra nazionalità. Ciò gli doleva. E proprio nell’ambiente bolognese, ostile al toscanesimo, egli poté combattere il bembismo e nello stesso tempo difendere il diritto alla italianità del suo dialetto, della sua città, delle “sue contrade” e dell’intero Sud. Ciò sosteneva nel Discorso intorno alla conformità della lingua italiana con le più notabili lingue, e principalmente con la greca (1592).

Il principio da cui partiva il Persio è che la lingua italiana non si esaurisce nel fiorentino, pur dovendosi riconoscere a questo qualità superiori. Quel che non si può accettare è che degli altri dialetti italici si ignori l’esistenza e le potenzialità, oltre che le nobili origini, sicché, ove non esistano vocaboli richiesti in Firenze, li si cerca presso lingue straniere. L’Italia meridionale, con i suoi dialetti, è, invece, un bacino linguistico di grande interesse e nobiltà, perché alle origini delle parlate meridionali c’è il latino, c’è il greco e c’è l’ebraico, proprio come si può dire del fiorentino. V’è quindi da riconoscere pari dignità ai dialetti meridionali, che, a pieno diritto, possono e debbono confluire nella lingua nazionale con vocaboli originalissimi, efficacissimi e, comunque, come si diceva, sempre di nobile origine. Tali sono, per esempio, i vocaboli incegnare, cotizzi (rocce), Murgia e Murge, camastra, stregnare, vervolare, cercolare, ecc. Non è che simili vocaboli vadano presi di peso e trasferiti nella lingua italiana, ché opportuno sarebbe, a giusto parere di Ascanio Persio, “migliorarli. con lo scrivere e proferirli più acconciamente che sia possibile”. Resta tuttavia il fatto che essi non debbano essere pregiudizialmente rifiutati come barbari. Anzi, dice Ascanio Persio, andando oltre Bembo, ma anche oltre Manzoni e verso Isaia Ascoli, e quindi precorrendo la rivoluzione realizzata dalla televisione e dai giornali negli ultimi cinquant’anni, bisogna provvedere a che si faccia una raccolta di voci dialettali da tutta Italia, così come aveva già cominciato a fare lui, spostandosi da una città all’altra. Quella raccolta, dice Ascanio Persio, con molto buon gusto e intelligenza, potrebbe servire “come per tesoro della nostra lingua universale, che in questa maniera ogni particolar lingua d’Italia avrebbe la sua parte nella scrittura di nome, e trapasserebbe con qualche raggio d’onore e di lode ne’ secoli a venire”, grazie anche alla invenzione della stampa.

Tutto ciò potrebbe ricordare l’analoga battaglia che, qualche decennio dopo, in pieno Seicento, avrebbe condotto il cardinale Giovan Battista De Luca, nativo di Venosa, quando la coscienza nazionale era già più diffusa anche nel Centro e nel Nord, in coincidenza con lo stato di sottomissione dell’intera penisola alla Spagna, e quando c’era già, in aggiunta, una cultura che aspirava ad una comunicazione più larga e “popolare”, ormai avvertendo l’angustia della vita di corte. Ascanio Persio morì a Bologna il 1° febbraio 1610.

Giovanni Caserta

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