Giuseppe Trebisacce, (a cura di), Il cantiere dell’utopia – Educazione e sviluppo nella scuola della Locride, Rende (CS), Jonia Editrice – 2014, letto da Dante Maffia

copGiuseppe Trebisacce è ordinario di Storia della pedagogia presso l’Università della Calabria. Da anni il suo interesse prevalente è rivolto al Mezzogiorno, soprattutto alla Calabria post-unitaria. Ovviamente anche questo testo illumina un aspetto importante di tale percorso che, tra contrasti e progettazioni avversate o mal comprese, interrò comunque un seme per una possibilità futura di sviluppo. Se si pensa ai tempi in cui il progetto di “Educazione allo sviluppo” fu proposto e, in qualche modo, attuato, viene spontaneo pensare a un vero e proprio cantiere dell’utopia, come detta il titolo del libro. Del resto siamo nella terra di Tommaso Campanella e dunque l’utopia è di casa. Si tratta di vedere come è stata adoperata, come è riuscita a trovare una dimensione educativa in un ambiente spigoloso, sospettoso, reso impervio da un’atavica condizione che ancora tiene nella morsa della diffidenza qualsiasi iniziativa volta a rinnovare, a dare una svolta, direi qualsiasi azione anche minima. L’esperienza fu attuata negli anni 1990-1993, era finanziata dalla Regione Calabria, gestita dal Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università della Calabria e coordinata da Giuseppe Trebisacce che in prima persona dovette affrontare enormi disagi e perfino “raccomandazioni” a non interferire nell’andamento scolastico dei paesi scelti per l’iniziativa (Africo, Ciminà, Natile, Platì e San Luca). Da quel che apprendiamo dall’Introduzione di Trebisacce al libro che raccoglie materiali di estrema importanza tra interviste fatte ai ragazzi dell’epoca ora divenuti genitori, e interventi di studiosi di rilievo (Franco Bartucci, Domenica Cacciatore, Gianni Carteri, Luciano Corradini, Giuseppe Del Grande, Annibale Foresta, Franco Frabboni, Francesco Fusca, Loredana Giannicola, Pietro Natoli, Sebastiano Natoli, Emilia Paglia, Franca Pinto Minerva, Carmelo Piu, Paolo Pollichieni, Carlo Rando e Colomba Talia) qualcosa in quelle zone funestate da pregiudizi, omertà e soprattutto da infinite e abissali colpe dei politici, è cambiata. Certo, e Trebisacce lo fa presente, non basta un’azione per ribaltare una atavica maniera di vivere e di pensare radicata attraverso comportamenti ed esempi secolari. Ma il fatto che dei ragazzi poterono aprirsi  all’altrove, alla diversità, al viaggio prospettò almeno il dubbio e avviò alle ragioni della considerazione. Se crepe siano state prodotte nel quadro immobile della tradizione e dell’assuefazione non è dato saperlo interamente, ma se è vero, com’è vero, che il cambiamento si può ottenere soltanto se in prima persona si è consapevoli e desiderosi di volerlo (la Giannicola ricorda un’affermazione di Gandhi a tal proposito: “Sii tu il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”) allora bisogna constatare che un germoglio si è ottenuto, sicuramente poca cosa, ma dimostrazione che la scuola, se fatta con intenti pioneristici e con convinzione, soprattutto con un metodo illuminato, può dare frutti succosi e aprire alla speranza, al futuro. Certo, se il progetto, per la verità molto ambizioso, avesse tenuto e non fosse stato avversato e costretto a chiudere bottega, ho l’impressione che alcune cose, e non parlo soltanto di scuola, ma di società e di economia, oltre che di mentalità, sarebbero cambiate radicalmente. No, non è soltanto la fede nella forza della cultura a guidarmi in questa convinzione, ma le ragioni della Storia, che hanno fatto sempre poco quando i mutamenti li ha pretesi dall’alto. In questo caso si trattava di educare le coscienze a cominciare dalle scuole elementari e medie, di educare al confronto ( si legga lo scritto di Carlo Rango), al dialogo, per dirla con Campanella, d’essere padroni della propria mente, del proprio cuore e del proprio corpo. Ha fatto bene dunque Giuseppe Trebisacce, dopo oltre venti anni, a realizzare un libro che parla di una favola che avrebbe potuto portare sostanza nuova nella realtà di una popolazione. Non bisogna mai prendere sotto gamba le favole e men che meno le utopie. Sono frecce lanciate nell’infinito, quasi sempre si perdono nell’azzurro dei cieli. Ogni tanto fanno centro. Comunque dissestano il nero e il lercio delle complicità e delle reticenze e aprono verso le aurore,  quelle meravigliose dello Jonio che gli abitanti della Locride conoscono molto bene.

Dante Maffia

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