“Qui Radiotevere” di Gianni Bongioanni, letto da Marco Onofrio

bongioanni di Marco OnofrioDi questa «storia di radio, d’amore e di morte» (“Qui radiotevere”, Sovera, pp. 224, Euro 14) – straordinaria “tranche de vie” di un uomo che all’epoca dei fatti narrati, nel 1944, era un talentuoso ventenne di belle speranze – vale subito notare l’emersione del fattore umano, attraverso la semantica dell’individuo (il suo sguardo, la sua percezione delle cose, la sua palpitante esperienza degli attimi vissuti – redatti sotto forma di diario) incastonata ed intrecciata, a doppio nodo, con la complessa filiera dei vettori storici concomitanti, entro cui prende corpo uno spaccato vivido e intensissimo, veritiero come non mai, di un momento cruciale per i destini dell’Italia e del mondo. Si legga, ad esempio, – datata 24 marzo ‘45, alle ore 2,30 di una notte insonne (per troppi pensieri) – la mirabile “sintesi”del processo involutivo della società italiana sotto il Regime:

«Si comincia a delegare altri a pensare invece di usare il cervello. Poi, via via, razioni di Minculpop, trasvolate atlantiche, Abissinia, tanta Radio Pompa (lessico famigliare per giornale radio), tanti film LUCE, tanta Mistica Fascista, tanto passo romano, e divise con aquile, teste di morto, e gerarchi che saltano nel cerchio di fuoco. Fino a quello là che non perde occasione di prime pietre, feste della trebbiatura, tagli di nastri, per martellare su destini imperiali. Non molti sanno vedere oltre i lustrini di utopie a buon mercato, calcolarne i costi in violenza, sangue, dolore. È così comodo diventare gregge, annullarsi nella grande mamma, l’Idea».

È così che Gianni Bongioanni sa riprodurre, con maestria sapiente da régisseur, quale è, il colore e il sapore di quei giorni. Scrittore raffinato, capace di grande controllo del mezzo espressivo, nella resa dei dettagli, anche minimi (ma non per questo meno importanti), che sa raccogliere – con nitida precisione – già a livello di sguardo, di passato attualizzato, in memoria lucida e assoluta: estremamente attento alla ricchezza intrinseca di ogni sfumatura, al mistero del suo senso e al fascino del suo contributo. Immersi nella lettura di queste pagine, ne respiriamo lo “spirito del tempo”: ci sembra di vivere allora. Un libro che, in ciò, obbedisce a un intento programmatico, enunciato in più luoghi dallo stesso autore: quando ad esempio (7 febbraio ‘44) definisce doveroso «dare un’idea di chi siamo, lasciare ai posteri una traccia del nostro passaggio»; o quando (16 aprile ‘44) viene preso dalla consapevolezza che «andrebbe buttata giù ogni fesseria che passa per la testa», ovvero dalla «netta sensazione che ogni cosa non scritta, anche la più misera, in un futuro più o meno lontano sarà altrettanto materiale da costruzione che verrà a mancare»; o quando ancora (20 ottobre ‘44) ribadisce l’intento di «restituire carica, sangue, carne, umori vitali alle vicende umane».

Certo, la scrittura integrale del tempo è un limite ideale, irraggiungibile. Nessuno, nel tentativo di “scrivere il tempo”, è in grado di colmare il divario che lo separa dalla “scrittura” che il tempo fa di sé medesimo, attraverso la realtà storica. Si è sempre “dopo”, indietro di uno scarto. È quasi tutto a perdere: è un’esperienza che sfuma e si consuma, irrimediabilmente, e dalla cui combustione è possibile salvare solo tracce, reperti, frammenti. E tuttavia, può avere più potere di rivelazione umana il racconto di un autore che cento narrazioni storiche ufficiali. Anche per questo è stato giustamente riabilitato il valore del “quotidiano” ai fini del processo di storicizzazione. La più alta forma dell’intendere, infatti, è proprio l’Erlebnis, l’esperienza ri-vissuta, salvata dal costante dileguare. Sta alla bravura dello scrittore restituirci questo tessuto microstorico di emozioni perdute.

«Quelle gelide sere di dicembre, armati di tutte le nostre speranze passioni energie ancora brade, senza bersaglio definito, vivevamo un’avventura ricca di bellezza, di magia, annuncio per la nostra fantasia bambina di infiniti avvenimenti positivi che ci avrebbero riempito la vita. Non sapevano di essere sull’orlo della catastrofe».

Il vissuto giovanile di Bongioanni e, per suo tramite, quello di un’intera generazione, si snoda all’incrocio tra grandi sogni e piccole realtà: da una parte il lavoro in radio, la carriera cinematografica, gli orizzonti di gloria e di successo; dall’altra il lavoro manuale, di lima e di tornio, e la dura sopravvivenza, la necessità di guadagnarsi la “pagnotta”. Ed ecco, ancora, le “irruzioni” della grande Storia nel quotidiano, come lo spettro delle deportazioni naziste e, per converso, l’opzione della lotta partigiana, nel farsi incerto e vibratile di un destino personale, sullo sfondo di quello collettivo, che prende corpo tra «mille versioni di futuro» dove si annidano innumerevoli possibilità di riuscita o perdizione: dunque tra “stelle” e “stalle”, che in fondo sono molto più vicine di quanto si creda. Ogni attimo è intriso di morte incombente, per prepararsi alla quale il ventenne Bongioanni lavora lungamente, nel suo spirito agonistico di nuotatore, con veri e propri “esercizi spirituali”. Una vita, la sua, giocata fin da allora tra due passioni furibonde e luminose, chiaramente enucleate alla coscienza: la radio e il cinema. La radio gli è subito «giocattolo indispensabile», fin dalla «grossa Phonola» di famiglia: componente aggiunto e valore affettivo (praticamente, una di casa). La radio come strumento di crescita sociale: «ci ha accompagnati, svagati, informati, ci ha avvicinati alla lingua italiana, ha stimolato fantasie». E, ancora, le emozioni vivide che a questa scatola meravigliosa finisce per sentire veicolate, partecipandovi da speaker, oltre che da fruitore: ad esempio il «cuore in gola al battesimo del fuoco, l’attimo che il tecnico dalla regia fa il fatidico segno di via. Sapermi IN ONDA. Non ci posso ancora credere. La mia voce irradiata da tutta la rete di trasmettitori e ripetitori, udibile in tutta l’Italia non occupata dagli angloamericani»; o lo stupore perché lo pagano per partecipare «a questo stupendo Gioco», mentre «sarebbe più giusto che fossi io a pagare per avere il permesso di farlo. Mai divertito tanto».

La radio è anche “scuola di cinema”, per il rispetto dei tempi che impone, per il montaggio dei momenti e la “sacralità” dello spazio che riconosce alla voce umana, questo «grande mistero (…) oltreché irripetibile prodotto di retaggio genetico e culturale». E poi il cinema, anche e soprattutto: la «droga che mi aiuta a sopportare, ma semina in me un divario fra un’idea grande, ricca, di vita che mi arriva dai film americani (…) e il mio asfittico trantran». Pure Bongioanni, per questo tramite contagioso, sente che «Hollywood mi ha colonizzato l’anima, che sono mezzo americano anch’io». Alla luce di questa temporale esperienza di vita, centellinata in densità di giorni, ore, attimi (come granelli dentro la clessidra, ciascuno unico e particolare), Qui Radiotevere è ascrivibile al genere del Bildungsroman (romanzo di formazione). Il giovane Bongioanni è sveglio e attento, curioso di tutto, motivato dal bisogno di imparare, di crescere umanamente e professionalmente, di mettersi in gioco per sperimentare le proprie potenzialità. Capisce di dover incamerare le esperienze e «metterle sotto spirito», se vuole – come in effetti vuole – inserirsi brillantemente in una società che gli è “altra” per estrazione e codici culturali: deve impararne le regole non scritte. Ed è sempre il primo a mettersi sotto esame, duro e addirittura spietato con se stesso, benché consapevole, in fondo, e orgoglioso dei propri talenti. Mostra un atteggiamento analitico, di grande onestà intellettuale, nella lettura delle realtà oggettive e soggettive. Si autodefinisce «cacadubbi», «spaccatore di capelli», «illuminista piemontese, cartesiano convinto». Ma, parallelamente, a questo esprit de géométrie razionalistico si accompagna un esprit de finesse pulviscolare, sul versante degli istinti, degli impulsi, dei moti d’animo, per cui la tessitura gnoseologica dello sguardo – rigorosa e cristallina, benché “aperta” – è attraversata e “nutrita”, per così dire, da calde correnti affettive, mentre il romanzo delinea i movimenti, i tuffi, i palpiti, le scosse sismiche di una sofferta ma emozionante educazione sentimentale, alla scuola della «dama misteriosa», dagli occhi che «prendono alla gola», la quale trascina il giovane protagonista nel gorgo estatico di una passione sfrenata, che divampa e si consuma, repentinamente, del suo stesso fuoco.

Dice giustamente Jean Paul Sartre, tra gli altri, che «lo stile di un autore è direttamente collegato alla sua concezione del mondo: la struttura delle frasi, dei paragrafi, l’uso e il posto del sostantivo, del verbo, e così via». Anche in questo Bongioanni è un autore coerente, in quanto caratterizzato da tratti stilistici congeniali al suo ritratto umano, al suo temperamento. Una sintassi agile e vivace, ricca di strutture paratattiche e di periodi brevi, talora nominali. Una scrittura densa, asciutta, icastica, tagliente, spesso ironica, di taglio giornalistico e cinematografico: sempre interessante, sempre capace di tenere incollati alla… pagina (starei per dire: allo schermo). Qui Radiotevere è uno dei rari libri che vale davvero la pena di leggere – tutto d’un fiato, come consente di fare – per procurarsi «quella fitta dentro» che – con le parole stesse dell’autore, dedicate peraltro a una sequenza di «cinema-cinema» – si prova «davanti all’Opera d’Arte Compiuta».

Marco Onofrio

 

 

 

 

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