Rispolverare i classici: Marco Tullio Cicerone (Laelius de amicitia, paragrafi 65-66)

200px-M-T-CiceroIl periodo che segna la fine del regime sillano e l’inizio delle lotte fra le fazioni vide gli esordi politici ed oratori di Marco Tullio Cicerone. La sua carriera ebbe inizio quando il dittatore era ancora vivo. Cicerone non apparteneva per nascita all’aristocrazia romana: era un provinciale di Arpino, dove era nato il 106 a.C. da una famiglia appartenente al ceto equestre. Ricevette una raffinatissima educazione: i suoi maestri furono Licinio Crasso e Marco Antonio, i due più noti oratori dell’epoca, Quinto Mucio Scevola, un famoso giurista, l’attore Roscio, che gli insegnò l’arte della dizione, Apollonio Molone di Rodi, maestro di retorica, Filone di Larissa e Diodoto, due filosofi greci molto conosciuti a Roma. Si affermò come oratore con la difesa di Roscio ( orazione Pro Sexto Roscio Amerino) e il processo contro Verre (orazioni note come Verrine). Divenne console nel 63 e sventò la congiura di Catilina con quattro orazioni, le Catilinarie. Esiliato nel 58, quando rientrò a Roma sostenne la difesa di Milone, uccisore di Clodio (In difesa di Milone). Schieratosi coi pompeiani alla scoppio della guerra civile, si riavvicinò a Cesare dopo Farsalo. Quando il dittatore fu ucciso, Cicerone si scagliò con le sue Filippiche contro le ambizioni di Antonio, ma questi lo fece uccidere dai suoi sicari. Morì a Formia nel 43 a.C. Tra le opere retoriche: Dell’oratore, Bruto, L’oratore. Tra le opere filosofiche: Della repubblica, Delle leggi, Dei limiti del bene e del male, Della natura degli dei, Della divinazione, Le Tusculane, Dei doveri. I primi mesi del 44 a.C. furono proficui per Cicerone dal punto di vista letterario quanto gli anni 46-45. Nuove opere si aggiunsero alla sua produzione filosofica: il Cato Maior de senectute e il Laelius de amicitia, due opere che contemplavano la materia del De natura deorum, il De divinatione e il De fato. Nel De amicitia, i cui protagonisti sono Lelio, Quinto Mucio Scevola e Gaio Fannio, l’argomento è la definizione del concetto di amicizia. Essa è più che un legame morale tra uomini; è un vero e proprio vincolo fra persone affini non solo per educazione e sentimenti, ma anche per convinzioni politiche. Meno nota è l’opera poetica di Cicerone. Da giovane scrisse epilli di tipo alessandrino, come il Glaucus e L’Alcyones, che sono andati perduti. Ci è stata conservata invece in gran parte la traduzione dei Phaenomena, poema astronomico di Arato di Soli, col titolo di Aratea, abbiamo circa 600 versi legati ai canoni della poesia ellenistica. Le altre opere poetiche (il Marius, il De consulatu suo, scritto nel 60 ad auto elogio dell’anno di consolato, il De temporibus meis) denunciano già nei titoli la scelta di argomenti storici contemporanei: ciò equivale in modo inequivocabile ad adesione ai principi enniani del poema epico, destinato a cantare momenti importanti della storia di Roma, con prevalenza dell’elemento storico su quello mitico.

Laelius de amicitia (paragrafi 65 e 66)

65. Firmamentum autem stabilitatis constantiaeque eius, quam in amicitia quaerimus, fides est; nihil est enim stabile quod infidum est. Simplicem praeterea et communem et consentientem, id est qui rebus isdem moveatur, eligi par est, quae omnia pertinent ad fidelitatem; neque enim fidum potest esse multiplex ingenium et tortuosum, neque vero, qui non isdem rebus movetur naturaque consentit, aut fidus aut stabilis potest esse. Addendum eodem est, ut ne criminibus aut inferendis delectetur aut credat oblatis, quae pertinent omnia ad eam, quam iam dudum tracto, constantiam. Ita fit verum illud, quod initio dixi, amicitiam nisi inter bonos esse non posse. Est enim boni viri, quem eundem sapientem licet dicere, haec duo tenere in amicitia: primum ne quid fictum sit neve simulatum; aperte enim vel odisse magis ingenui est quam fronte occultare sententiam; deinde non solum ab aliquo allatas criminationes repellere, sed ne ipsum quidem esse suspiciosum, semper aliquid existimantem ab amico esse violatum. 66. Accedat huc suavitas quaedam oportet sermonum atque morum, haudquaquam mediocre condimentum amicitiae. Tristitia autem et in omni re severitas habet illa quidem gravitatem, sed amicitia remissior esse debet et liberior et dulcior et ad omnem comitatem facilitatemque proclivior.

65. Fondamento, poi,  di quella stabilità e costanza che cerchiamo nell’amicizia è la buona fede; niente infatti che sia infido è stabile. Inoltre è giusto che si scelga uno schietto, vicino a noi, e a noi affine, che cioè sia toccato dalle medesime cose che noi; e tutto questo concerne la buona fede. Non può infatti essere fidata un’anima proteiforme e tortuosa, e non può davvero essere o fidato o stabile chi non è toccato dalle medesime cose e non ha un carattere che per natura si incontra con quello dell’amico. Si deve aggiungere allo stesso fine che l’amico non pigli gusto a lanciare accuse nè creda ad accuse lanciate da altri; e queste cose concernono tutte quella costanza di cui già da un po’ vengo trattando. Così diventa vero quello che ho detto in principio, che l’amicizia non può esistere se non tra le persone perbene. Ed è proprio d’un uomo perbene, che anche si può dire saggio, osservare nell’amicizia queste due cose: la prima, che non ci sia nulla di finto o di simulato: persino l’odiare, se si faccia apertamente, è più da uomo nobile che nascondere il proprio pensiero dietro l’atteggiamento del volto; la seconda, che non solo si respingano le accuse mosse da qualcuno all’amico, ma che noi stessi non si sia sospettosi pensando sempre che dall’amico sia stata commessa qualche mancanza. 66. Bisogna che a ciò si aggiunga una certa dolcezza di parole e di modi, condimento nulla affatto mediocre dell’amicizia. L’aspetto arcigno, la serietà severa in ogni circostanza ha sì essa una sua gravità, ma l’amicizia deve essere un po’ più alla mano, più sciolta e indulgente, più incline alla cortesia e all’affabilità.

(traduzione di Carlo Saggio)

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