Piero Raffaelli, “Il libro dell’ultimo flagello”, Venosa, Osanna Edizioni – 2014, letto da Dante Maffia

684-largeNon ho le conoscenze adeguate per poter stabilire quanta invenzione ci sia in questo romanzo (un romanzo senza nessuna invenzione non sarebbe tale) e quanta verità storica, ma credo abbia poca importanza. Jorge Luis Borges inventava perfino le fonti e con disinvoltura indicava luoghi e date come se realmente avesse avuto tra le mani i documenti e ne fosse andato alla ricerca con affannosa curiosità. Piero Raffaelli ha compiuto studi di filologia bizantina ed è stato allievo di Cosimo Damiano Fonseca e di Vera von Falkenhausen che sono capisaldi della materia trattata e quindi ha sicuramente ricevuto la spinta per indagare su situazioni affascinanti riguardanti il Medioevo. Da qui il coinvolgimento di Raffaelli che, diciamolo subito, è molto bravo nel saper dipanare l’intreccio della storia pullulante di avventure e di colpi di scena, ed è anche molto bravo nel saper ricreare le atmosfere dell’epoca, senza le quali la struttura del romanzo diventerebbe una sequenza di informazioni, corrette quanto si vuole, ma prive del necessario pathos che è sempre il lievito per affascinare e coinvolgere il lettore. Avendo avuto contatti, per varie ragioni, con Rossano e con Grottaferrata, oltre che con la Grecia e con la letteratura dell’Armenia, ho potuto rendermi conto della ricchezza infinita che hanno prodotto questi luoghi, non solo nel campo delle arti e della spiritualità, ma anche in quello delle idee. Le suggestioni, a rileggere opere che li riguardano, non finiscono mai, specie quando poi si tratta di un argomento così importante come la lotta tra il bene e il male. Ma proprio perché le suggestioni sono facili, quando ci si mettono le mani c’è il rischio di diventare epidermici e pretestuosi, rischio che Piero Raffaelli ha evitato disinvoltamente, perché è riuscito a raccontare con fermezza, direi con naturalezza, portandoci all’interno di eventi molto delicati che ha saputo districare anche grazie alla sua conoscenza e alla sua perizia. Ho provato a cercare di definire il libro per inquadrarlo criticamente all’interno delle solite categorie stabilite dai critici ma non mi è riuscito. Mi è parso che ci siano elementi del romanzo gotico, di quello storico tout court, di quello avveniristico, di quello barocco, di quello metafisico, di quello religioso, ma mi sono reso conto che ogni definizione va stretta e dunque Raffaelli ha saputo condensare in una perfetta misura l’insorgere di ognuna delle percezioni da me ricevute, grazie soprattutto alla scrittura che si scioglie in un dettato di sapore documentale ma senza restare imbrigliato nella ossessione della veridicità. Se non ricordo male, Il libro dell’ultimo flagello è il primo romanzo che io leggo arricchito a fine di ogni capitolo da fitte note esplicative. Non so stabilire se ciò appesantisca la lettura o se invece l’agevoli. Alessandro Manzoni si fermò al Prologo e alle “grida”. Raffaelli esagera. Ma davvero la sua è una esagerazione? O invece è  il suggerimento a comprendere con maggiore adesione una civiltà nelle sue sfaccettature che si diramano in diverse direzioni? Non si dimentichi che siamo negli anni che vanno dal 1059 al 1070 e che il protagonista, il normanno Sarlo, viaggia tra la Lucania e la terra Santa. Viaggi che all’epoca erano davvero difficili, rocamboleschi e pericolosi. Figuriamoci poi se fatti con le intenzioni  di ricercare l’ icona di oro e di porpora. Bellissimo l’incontro con Basilia nel bordello di Adana, ben riuscita la descrizione che ci fa intendere l’esplorazione di Sarlo quando vuole rendersi conto del confine che separa il corpo dal sogno. Ma soprattutto ben congegnata l’azione che lo spinge a cercare che cos’è veramente l’Anticristo, di che cosa è fatta la sua sostanza. Il libro è fitto di avvenimenti, perfino cruenti, affascinanti, con  una punta di esoterismo che condisce bene lo svolgersi delle situazioni. E che dire dello scontro con la puttana del Nilo, certa Mamunah al Hazzaa, serva della Bestia? Un susseguirsi di vicende straordinarie che poi dalla Terra Santa riportano Sarlo alla Lucania dove, nell’eremo di Monteforte, vicino ad Abriola, “incontra l’anacoreta Pancras che gli svela il segreto della spada di Cristo (Sotèr), l’arma forgiata dall’evangelista Giovanni per uccidere la Bestia”. Poi Sarlo avrà la fortuna di scoprire che cos’è il flagello dell’Apocalisse. Romanzo ben condotto, con una fisionomia riconoscibile, con una sua voce che pretende ascolto non solo per la dovizia della materia e per la caratterizzazione dei personaggi, ma soprattutto per il ritmo che Piero Raffaelli ha saputo imprimere, e per gli scenari che si aprono a sorpresa, incastonati uno dentro l’altro, come una  matriosca.

Dante Maffia

 

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