Leonardo Bonetti, “La quercia nella fortezza”, Italic – 2015, letto da Dante Maffia

2885652Nove racconti, molto densi, accesi da una scrittura poetica molto efficace e accattivante, da una meticolosa scelta lessicale che bada a rendere ogni scena, ogni dialogo, ogni descrizione momento solenne e sublime, direi pausa di riflessione per intendere ciò che nella realtà quotidiana fugge verso l’irrazionale e il metafisico. Ogni protagonista dei vari racconti ha qualcosa di troppo terreno e di troppo inafferrabile, ed è teso a cercare l’altro se stesso, in una sorta di indagine del nonsenso che però non diventa mai nebbiosa conclusione o resa al mistero. No, il mistero è sparso a piene mani perfino nelle azioni quotidiane ed è per questo che ogni cosa, anche la più incredibile, sembra essere vera, cioè vissuto non soltanto letterario. A fare attenzione alle trame dei racconti può sembrare che siano molto diversi tra loro, e invece vi trovo una grande affinità, non soltanto per la qualità linguistica e stilistica con cui sono scritti, ma soprattutto per il fiato sottile che punta alla dimensione dello straordinario. Al fondo appare chiara la lezione di due grandi, di Edgar Allan Poe e di Jorge Luis Borges, ovviamente lezione consumata attraverso innesti modernissimi che fanno di Leonardo Bonetti un narratore nuovo, uno di quelli che non scrivono in maniera gratuita, ma sanno dosare e calibrare, indagare e ammiccare, che non si servono delle parole soltanto per informare, ma soprattutto per rendere le percezioni che stanno nascoste dietro le apparenze, le sfumature che sono sostanza imprescindibile di significati esoterici. So che il nostro tempo non ama il racconto, so che gli editori addirittura respingono i dattiloscritti o gli allegati in internet che offrono storie brevi, ma io ho sempre creduto, e continuo a farlo, che spesso il racconto è una sintesi bruciante di mondi che altrimenti si sarebbero diluiti e dispersi. Lo ripeto spesso, Piero Chiara e Mario Soldati dicevano di continuo che è più difficile realizzare un racconto anziché un romanzo, e non sbagliavano. Infatti bisogna soffermarsi su queste pagine di Bonetti senza pregiudizi e ci si accorgerà che egli ha saputo far vivere sensazioni ancestrali e accensioni di una realtà in dissoluzione ma carica di poesia, di aloni meravigliosi. In ognuno dei racconti ci sono momenti davvero indimenticabili raccontati con tocco felice e a volte con quella dolcezza sognante che appartiene a Calderon (non è casuale che ne La terza cantoniera sia citato esplicitamente La vita non è sogno, come non è casuale la rivelazione finale, molto ben preparata, di Un treno perduto: “Così è proprio vero. Sono io il treno che corre a ritroso la sua corsa, che non si può fermare”). Leonardo Bonetti è uno scrittore autentico e ricco di risorse e non uno dei tanti che ormai infestano il panorama della narrativa odierna sempre più votata all’effimero e alla telenovella. La sua scrittura nasce da un lungo esercizio che sa coniugare i classici con l’attualità, le spinte interiori con la realtà odierna, l’indagine psicologica  con la fantasia più dolce e più sfrenata.

Dante Maffia

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