MONTE SARDO COME MACONDO, note a Dante Maffia, Monte Sardo, Rubbettino, 2014, di Giovanni Caserta

9788849841947_14e0300_maffia_piatto_150Monte Sardo è, per Dante Maffia, ciò che è Macondo per Garcia Marquez. E’ un luogo leggendario, in cui accadono cose “vere”, che riguardano la storia di un qualunque piccolo paese della Calabria, e anzi del Sud. E’ la storia calata nel mito, e quindi più vera della storia certa. In premessa si legge che il libro “è opera di fantasia. Personaggi e luoghi citati sono invenzioni dell’autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi  analogia con fatti, luoghi e persone, vive o scomparse, è assolutamente casuale”. Invece l’analogia non è affatto casuale. Si direbbe che è vichianamente e pavesianamente vera. Vi si abbraccia un periodo che va dal gennaio 1946 ai giorni nostri, percorrendo un cinquantennio di grandi trasformazioni, che attraversano anche Monte Sardo, luogo mitico, che la leggenda dice aver ospitato Calipso e, quindi, Ulisse.  Corrisponderebbe, come  Atlantide, ad un’isola ora sommersa, che si trova a circa dodici miglia da Amendolara, sul mare Ionio, nel golfo di Taranto. Il romanzo ha due linee narrative. Da una parte c’è il racconto in terza persona; dall’altra, capitolo per capitolo, in corsivo, al bar, c’è che contadini, braccianti e piccoli commercianti commentano gli eventi. Questi ruotano intorno alla figura di Tommaso, che si porta nel nome il “segno” di un destino. Il padre, infatti, aveva voluto  che si chiamasse Tommaso, in omaggio a Campanella, il filosofo calabrese che inseguiva l’utopia  della Città del Sole, prendendosi il carcere, la tortura e l’esilio. La Città del Sole aveva mura istoriate di disegni e segni che erano come un grande libro aperto a tutti. Tommaso è anche lui votato all’utopia, la quale, per lui, è la poesia, o la letteratura in genere. Per inseguire questo suo sogno, egli lascia il paese, Monte Sardo, che, giù, in Calabria, vive la sua storia di alti e bassi. Il momento più alto si è registrato quando, nell’immediato dopoguerra, un modesto maestro elementare, Ciccio Viceconte, osa sfidare le forze egemoni e dominanti del paese, cioè dottori, proprietari  terrieri e uomini della ‘ndrangheta, parlando di democrazia, giustizia e libertà. Un vero terremoto. Egli è, nel mito, il simbolo di tanti giovani intellettuali, di recente formazione e di estrazione umile (molti erano veramente maestri elementari), che, come Rocco Scotellaro, mai laureatosi, nel secondo dopoguerra scossero il mondo contadino meridionale, da secoli immobile. Ma fu solo una ventata. Presto il paese di Monte Sardo si piegò su sé stesso, tornando a vivere la sua vita di oppressione e silenzi, puntualmente espellendo le forze giovanili, nuove e vitali. Ciò altro non fece se non determinare una condizione di maggiore impoverimento.  Nei decenni successivi, infatti, ci furono solo grandi ondate migratorie, che facevano presagirne la estinzione, nonostante  che, per merito anche di Ciccio Viceconte, nel tempo, il paese avesse espresso ed esprimesse laureati, scrittori e uomini d’ingegno. Tommaso stesso è giunto ad avere una medaglia d’oro alla cultura,  grazie a un decreto di Ciampi, Presidente della Repubblica. Ma ciò non è motivo di grande gaudio e soddisfazione per lui, che, giunto al declinare degli anni suoi, fa un bilancio della sua vita. Conclude, malinconicamente,  che la poesia, per la quale ha vissuto, non è la vita e anzi molto toglie alla vita. Non ha sangue – scrisse Pavese all’indomani della conquista del premio Strega. Stando al pensiero del saggio Manzoni, è vero solo il contrario. Non è la poesia, infatti, che dà senso alla vita e la può migliorare. E’  vero invece il contrario, nel senso che è la vita a dare sangue alla poesia, che tale è solo quando è vera. Tommaso sa che, sotto questo aspetto, se qualcosa egli stesso ha dato e trovato nella letteratura, era ed è quello che si è portato dentro da Monte Sardo; ma se, in certo qual modo, grazie a Monte Sardo, la sua poesia ha acquistato un qualche valore, essa non ha dato nulla a Monte Sardo. Molto di più, invece, diede il maestro Ciccio Viceconte, con le sue rischiose battaglie, pur vanificate da eventi successivi, indipendenti dalla sua volontà. Il romanzo, con la sua ampia parabola storica, è, in fondo, il libro di una vita, sia perché percorre una intera esistenza individuale e collettiva, sia perché vi è calato tutto il mondo di Dante Maffia. E’ la storia di tanti figli del Sud dispersisi per il mondo che, come Tommaso-Dante, sono andati via, mai rompendo il cordone ombelicale col paese d’origine, conforto e tormento nello stesso tempo, qual è la nostalgia. E nostalgica, nel senso etimologico e più complesso del termine,  è l’anima che regge il romanzo.

Giovanni Caserta

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