Eugenio Scalfari, “Scuote l’anima mia Eros”, Einaudi – 2011, letto da Dante Maffia

copSe non conoscessimo profondamente la tensione etica che è sempre stata alla base delle battaglie giornalistiche di Eugenio Scalfari, il suo saper immergersi nell’attualità con coraggio e puntigliosità, il titolo del libro darebbe immediatamente fastidio e lo relegherebbe pregiudizialmente nello scaffale dei retrogradi, dei vecchi cultori del mondo greco e latino legati alle citazioni colte. Sappiamo invece che nella giovinezza sanremese di Scalfari, e del compagno di banco Italo Calvino,  la mitologia fu un elemento importante per comprendere situazioni che emblematicamente furono la palestra della conoscenza i cui riverberi arrivarono a illuminare la quotidianità. Dunque, si entra nel libro senza circospezione e subito si viene accolti da una voce franca che invita a vivere la vita con passione, con speranza e con allegria. L’invito però scaturisce da un ‘esperienza lunga che attinge al tirocinio culturale e umano di Scalfari che affronta, per rendere credibile e vero quell’invito, gli argomenti più delicati a cominciare da quello dell’istinto, passando per il sentimento del tempo e per le trasgressioni fino ad arrivare all’eros. Un altro passaggio di quell’educazione sentimentale pubblicata nel 2008 dal titolo L’uomo che non credeva in Dio, questa volta citando ben due volte Flaubert. I libri di Scalfari portano a una riflessione sul romanzo in generale e su che cosa oggi debba intendersi per tale e io non esito a dire che i due testi citati sono romanzi di altissimo livello, opere che hanno saputo tessere acquisizioni culturali immense dandone il distillato rimasto a fecondare il senso del vivere e del morire. C’è, nella scrittura di Scalfari, una biblioteca pesante almeno quanto quella di Mister Kien di Elias Canetti, ma egli non la fa quasi “sentire”, la salda agli avvenimenti del quotidiano e ne orchestra le parti proprio come spartiti di un’opera di cui riusciamo a percepire la profondità e la dolcezza del suono. Quel che affascina maggiormente, comunque, in questo parlare diffuso e meravigliosamente ricco di mille sfumature e perfino di odori e di sapori, è la libertà di Scalfari. A ripensare a tanti suoi articoli mi pare che lui sia stato sempre libero e diretto, ma in queste pagine, che sono anche un testamento spirituale, egli si apre con tale armonia al mondo da dare l’impressione che si voglia “comunicare” e proprio nel senso più antico ed evangelico del termine. Non ci sono ombre nelle sue parole, non ci sono remore, non ci sono doppi sensi o prevaricazioni e il servirsi ancora una volta dei filosofi e dei poeti per meditare sul senso della vita mi pare una lealtà dovuta alle fonti che lo hanno reso l’uomo che è. E che sia stato Amleto a dare il battesimo al suo pensiero non mi meraviglia, perché quell’opera è sicuramente  una delle sei o sette che ancora adesso possono dire cose importanti a chiunque vi si avvicina. A qualche amico calabrese che ha lamentato l’assenza di Gioacchino da Fiore, di Telesio e di Tommaso Campanella dagli interessi di Scalfari io ho sempre risposto che evidentemente non ha ha compreso che davvero Scalfari è stato ed è “un mercuriale che sognava d’essere un saturnino”. Alcuni dei temi trattati nel libro sono presenti anche in altre pagine precedenti, e ciò credo sia dovuto alla presa di coscienza di convinzioni che radicandosi acquistano sempre più visibilità e credibilità soprattutto se confrontati alle esperienze del mondo odierno. Chiaro che Scalfari non recrimina mai, tutt’al più avvisa o suggerisce ma senza la “bonarietà” del vecchio, soltanto svelando la verità e il senso della vita e della cultura, della poesia e della musica, in tutte le sfaccettature possibili e immaginabili. E a me, lorchiano incallito, convinto  che se Lorca non è il più grande poeta di tutti i tempi è sicuramente il più poeta, cioè il re Mida della poesia, ha fatto un piacere enorme leggere e rileggere il capitolo finale, L’amore andaluso, nel quale, col suo proverbiale garbo ma con fermezza Scalfari pone la centralità del poeta spagnolo: “Il sesso, la pulsione sessuale, lo libera dalla colpa nel momento in cui lo fa, nel momento in cui due corpi diventano un corpo solo. Quella fusione la vive e la racconta con un furore poetico quasi unico”. Qualche pagina prima aveva sdoganato anche D’Annunzio, senza frasi eclatanti, come conviene a chi crede nelle cose. Sottolineo la scelta dannunziana non perché, come ricorda Scalfari ne L’uomo che non credeva in Dio lo ricorda legandolo al padre, ma perché egli è stato sempre il fautore  limpido che ha saputo riconoscere la realtà nel suo fluire e difenderla senza pregiudizi. Non è da adesso che Scalfari non invade e non vuole possedere le cose, ma da sempre, perché il suo rapporto col mondo è stato sempre improntato all’innocenza.

Dante Maffia

 

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