Una poesia di Luciano Luisi, Dante Maffia, Luciano Nota, Marco Onofrio

luciano_luisi

CAMPANE

E’ inutile che battano le campane
se nell’aria non rompono l’inferno
dei siluri volanti in picchiata.
A noi più non s’addice
questo sereno bronzo delle chiese,
ma l’urlo della sirena che taglia
la lunga notte di guerra lontana
e ci riporta, stanchi, ai nostri letti.
A sognare d’un lupo che si stana
e una città di case scoperchiate.

Luciano Luisi

DIFFIDARE-DALLE-IMITAZIONI-DANTE-MAFFIA1

LE AVVERSE CIRCOSTANZE

Le promesse, naturalmente
diverse; negli atti d’ufficio
non si parla di traviamento
né di svincoli, né di autonomie.
Le avverse circostanze
vanno fronteggiate
anche senza capire.
Sono nel gioco del misfatti,
nel morire
che non trova attenuanti.

Dante Maffia

luciano_nota_poeta_di_accettu

CAMBIAMENTO D’ARIA

Sono troppe le matite,
troppi i palpiti del cardo e del miocardio.
Ti alzi e vedi pianeti così lesi
che hai bisogno di esecuzioni classiche
tra i capelli,
di lumi in qualche modo divisi
per stagioni.
Il sorriso se ne sta sulle ali del falco
poco scarlatto
rientrato per ascoltare musica
e pioggia.
Non si è accorto del cigno appena andato.
Troppe le matite
pochi i toni nel sottosuolo delle viole
che non hanno più archetti.
Ed è troppa la pioggia
la strada per congiungersi alle parti.
Il falco s’addormenta.
Il liutaio non rientra.

Luciano Nota

marco-onofrio-1

LA NOTTE

Abita la Notte nelle cose:
ma il cuore più profondo,
il seme è d’oro.

Bruciano le stelle il firmamento
come lo sguardo i vetri alle finestre
che di lontano abbagliano al tramonto
e luce e fonde ignote nel rossore
di un vago fumigare perse e spente
come la mano eterna che le accese.

Fiamme azzurre vibrano lampare
oceaniche, misteriche aporie
multiverse scie di una lettura
che non conclude mai,
come la vita.

Marco Onofrio

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1 commento
  1. A ISIDORO
    In memoria d’un cugino che si die’ arie superbe una volta
    quando era con noi.

    Vengono su rose appena l’acque smuovendo
    una brezza lieve con parole che il sereno
    affetto fa calibrate a volte io rompo argini
    misure salto su a dire distanze in giù o
    in su non importa ma subito si riacqueta
    il fiume di parole gesti guardature
    e riecco a salire le rose con qualche volto
    appannato ma per noi vivo ancora inguaribili
    rivisitatori di tempi perduti in altri orecchi
    appena con un lieve gorgoglìo… ma noi… ma noi
    li riponiamo in sesto nei luoghi che ne fiorirono
    ecco mi dico o mi ridico avendolo già detto
    le volte tra le pieghe dell’anima spiegazzata
    che mai trova requie nel sonno ecco è sempre
    lì quel filo di momenti con i quali piantavamo
    l’esistere passato molto presente nel rombo delle
    vite che vaniva oltre i tòppoli è sempre lì
    pronto e vivo come non mai spezzato o interrotto
    e mi dico rivolto al tuo volto corrugato ecco
    fu questo riprendere il filo appena ieri sera deposto
    un riprendere la piantagione con l’àire giovanile
    il dono dei miei libri che in modi medesimi
    e diversi avevano dischiuso altri piani ove distendere
    coltivi mi dicevo che pure portavano dei frutti
    tuoi che si sarebbero accese fiaccole d’intima
    letizia nel fondo del tuo sguardo e avresti detto
    parole ai tuoi figli di come si era noi giovani
    noi vignaiuoli di loro tralci ed uve.

    Dicevo. Tu forse dicevi altre cose. Dicevi forse
    chi è questo monte che si alza per abbattersi
    sopra di me che sto lungo muri sbrecciati dall’ombra
    pago di albicelle pulite e tramonti sereni…
    Così dicevi forse e non aprivi i libri dove avresti
    veduto non i fastosi orami di glorie ma storie
    di albicelle appunto chiare o solo ombrate
    di qualche rimpianto e sì e no sereni tramonti
    che a volte accompagnano tuoni e terremoti.
    Questo forse ti dicevi. Ed hai alzato un maremoto
    quell’ultima sera che voleva nutrire d’olio durevole
    lampade a tenerle accese tra venti e refoli che
    porta la vita… Ho forse anch’io fatto salti in su
    non volendo o solo volendo spiegare tra noi
    il drappo gualcito di antichi e nuovi crucci
    amori vilipesi o forse chincaglierie se vuoi
    che credevo tesori e poi vidi calpestare ridendo
    e me ne restava la pena. Era l’ultima sera di lume
    e ricordi le donne alla fontana o nell’acqua gelida
    del fiume che chiamano Calore in autunno
    a battere i panni con canti da riporre poi nel lungo
    inverno, così io in quel lume forse intento a lavare
    crucci nuovi o antichi per riporre netta l’amicizia
    nel tempo che ci avrebbe separato, che insieme
    vanno fatte le puliture dell’anima con chi la tessemmo
    insieme nelle ore albule della giovinezza.
    Tu forse dicesti che viene costui a crollare la pace
    che ho patteggiato in lunghissimi anni tra
    me e me e il mondo guerrafondaio. Sono sue macule
    a ognuno tocca le macule proprie mondare.
    Questo forse ti dicesti. E cominciavano per le tue piane
    ad accendersi fuochi e poi non manca mai
    un soffio in questi casi ad estendere l’incendio
    e vi bruciavi cose da te costruite rompevi come
    rompe e sfrange cose chi invece vorrebbe
    volti sfrangere e mozzare teste e invece
    fa il vuoto intorno perché ben chiara si veda la sua ira.

    Roma, 1 settembre 1998

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