Giacomo Leopardi e la ricerca del massimo piacere possibile: il telescopio puntato su Campo dei Fiori, di Michele Rossitti

a_1_01Si tratta di un incubo, uno dei tanti che possono riemergere frequenti negli anni sensibili di un bambino delicato: la caduta della luna sulla terra. E Leopardi nella matura giovinezza lo guarda e racconta con un sorriso carico di humor e scetticismo. Rimane operante il brivido di rapimento intimo, venerabile stupore che gli suscita la contemplazione della pluralità nella sua veste selenica e siderale. La conclusione de Lo spavento notturno è affidata alla canzonatura di Melisso, altro volto di un Leopardi irridente dissolvitore di miti e favole. Uomo pratico cattura il lato assurdo e comico di quell’incubo infantile ma ad Alceta affida la confessione. Attraverso il “n’agghiacciava”, alla comparsa della luna che si scolla inavvertitamente, si avvicina al suolo e cresce fino a diventare una secchia che rovina al suolo e vomita sbuffi di lapilli o ancor più alla vista di paurosa cavità rimasta in cielo, cratere vulcanico senza ugola fosforescente, il taccuino sfoglia in tasca le espressioni care “ove per poco il cor non si spaura” o “quando fanciullo nella buia stanza, / per assidui terrori io vigilava, / sospirando il mattin”. Il tono è sempre confidenziale, di creatura che accoglie sazia la nostra tristezza. Luna, selva, notte, pianto sono elementi di un sincero spettacolo, possono catapultarsi nel sentire che cerca la solitudine, colgono le amarezze, si separano dagli estranei e partecipano sentimentali al ricordo che trasloca l’osservazione dal triste presente a un passato tanto più bello se più vago e lontano. Infelici le cose si offrono alla memoria e la vita è contrassegnata da quotidiane angoscianti sofferenze e quel trascorso consola, fa riaffiorare speranza e forse l’uomo si proietterà verso la ventura, scorderà l’ampia parentesi degli anni odierni. In contrasto col fatto che l’orizzonte giunge illimitato all’iride, se ci si siede dietro una siepe-finestra con lo sforzo di osservare lo spazio delimitato da lei, si creano nella mente iati sconfinati e silenzi che trascendono la nostra esperienza, la calma di canyon impensabili. Si può pervenire a questi esiti perché qualsiasi cortina, se limita lo sguardo, ha mosso l’immaginazione che scavalca l’istante concreto e l’area definita. Tra spazi e silenzi quiete. Per poco, il cuore non si smarrisce e annega in perdita il radar della realtà fino a quando uno stormire qualsiasi d’alberi o un Melisso irrompono e richiamano al molteplice chiacchiericcio delle vite attuali e scomparse. Dalla storia che è sempre il risultato delle nozze tra voci e dal tempo circoscritto si passa quindi a considerare l’eterno. Non è Infinito la trinità trascendente del monoteismo cristiano e nemmeno altra divinità delineata attraverso determinazioni morali bensì lo spulcio di una lente di dinieghi: niente estensione interminabile né tempo perché sempre vincolati e vincolanti, assenza di barriere e risoluzioni, in un vocabolo l’Indefinito, quella specie di tregua che ci attornia quando, confusi, avvertiamo di essere circondati e soverchiati dall’immenso. La liturgia di Leopardi è la non accettazione della realtà banale e infettiva, il bussare alla porta del tempio, nella segreta fiducia che un giorno si aprirà e gli permetterà l’ingresso. Il suono giunto dell’età in cui vive, come ogni altro rumore, è destinato a passare e sparire muto ma nei paragoni tra finito ed infinito, nell’evocazione dell’inestinta fobia di una formica, il pensiero crolla e affossa nel mare dell’incancellabile. Il colare a picco in un oceano dell’innumerato silenzio non genera disperazioni e contrasti ma la dolcezza di chi sprofonda nell’incalcolabile riposo. Le modalità di affrontare la considerazione cronologica, enigma e passione, vengono orchestrate secondo la sfilza frammentaria che sbilancia il baricentro del pathos verso la sottile leggerezza del sorriso poetico di Melisso che scorge forse il suo tropo in Amelio, l’autore de l’Elogio degli uccelli in “Sul riso”. Il fiorire e il nulla dialogano, ambedue “abissi” a patteggiare un percorso che avvicinerà la tragica leggera meditazione di Leopardi in siesta all’ombra della ginestra (corolla gracile capace di allargare a mezzaluna le labbra titaniche dell’ombrello di petali sull’arido del cosmo) alla Niemandsrose di un tragico Celan. Chi sorride è padrone di sé, il giusto ha il coraggio di morire. Il riso, camicia del pianto, verdeggia lo sfondo attivo del dire, la “ricordanza” suggellata in versi. Risalta così un’antropologia sussurrata, scevra di dogmi ma ricca del progetto educativo in cui si narra la galassia dove accresce la natura dell’esperienza biografica. I pretesti del “Notturno” e del “Mito” grazie alla parola identificata dalla luce lunare e dal suo silenzio, emblemi di apologhi classici e illusioni sono poi il porto dove vita e poesia risultano complementari. Per bocca di Melisso, l’influenza chiara del pensiero eleatico suggeritagli da Leopardi corregge l’accento sull’assenso greco della “finitudine” per radicalizzarlo; un sorpasso dialettico in corsia d’emergenza leggerebbe il cataclisma abbagliante di Alceta con la negazione della conformazione sferica dell’Essere, proclamandone l’assoluta infinità. Melisso sceglie dunque tra viltà e audacia e, leva nolana, pronuncia il vero anche se potrebbe nasconderlo o mentire. Dire la verità a faccia pulita è il suo gesto eretico come è eroica al massimo la sua risposta, da appuntare all’intera sorte umana. Mentre preclude cortesia, il congedo cristallino di Melisso gli offre l’occasione di emergere testardo per validare altre ammissioni, oltre a quelle scientifico-astronomiche. Getta Alceta nel bagno gelato di una ragione sana perché si scuota dal torpore dei laudani modaioli o dalla superstizione: conoscere non è dono ma faticosa conquista. In contemporanea, l’ingannevole nostalgia insita nelle dottrine viene rigettata, abortita dal capolino del deserto che qui, recondito, scongiura attese messianiche. Sorgerebbe, aggiornata, un’appendice: “Ricordi quante volte, o Alceta, fantasticavi la discesa sul minuscolo prato mondiale, per sollecitudine nei tuoi confronti, di politeismi recidivi che disquisissero con i tuoi simili? Ripensi al secolo corrente che riconsegna alle fiamme il saggio e pare valichi tutti i suoi antenati in nome di un presunto superiore grado civile e rinnova i sogni in precedenza messi alla berlina? La maturità di un frutto, senza agenti esterni, piomba, fa strage d’imenotteri laboriosi, come la lava per gli sventurati cittadini di Pompei”. Scoperta la negatività dell’essere e il suo fiore doloroso, alle pendici del Vesuvio, l’ex vate scalza l’alloro retorico, codificato dalle tempie occidentali. Primus inter pares, interpella noi uomini per supplicarci di non imbrogliare noi stessi e i nostri compagni, di stringerci in una solidarietà caparbia che da sola può rendere più vivibile l’esistenza. Ogni società fa bancarotta perché disobbedisce a Leopardi. Non serve giudicare il desiderio di un’utopia, semmai coltivarlo. Basta restare scioccati dal frullo d’elitre di una filosofia poetante nella crisalide di una lirica pensante, dalle lanterne degli steli declinati all’indagine metrica pura, senza la speculazione applicata che spilla il miele o il fiele dalla serra di un poeta mentre s’interroga sulla laica immortalità.

Michele Rossitti

ALCETA

Odi, Melisso: io vo’ contarti un sogno
di questa notte che mi torna a mente
in riveder la luna. Io me ne stava
alla finestra che risponde al prato,
guardando in alto: ed ecco all’improvviso
distaccarsi la luna; e mi pareva
che quando nel cader s’approssimava,
tanto crescesse al guardo; infin che venne
a dar di colpo in mezzo al prato; ed era
grande quanto una secchia, e di scintille
vomitava una nebbia, che stridea
sì forte come quando un carbon vivo
nell’acqua immergi e spegni. Anzi a quel modo
la luna, come ho detto, in mezzo al prato
si spegneva annerando a poco a poco,
e ne fumavan l’erbe intorno intorno.
Allor mirando in ciel, vidi rimaso
come un barlume, o un’ombra, anzi una nicchia,
ond’ella fosse svelta; in cotal guisa
ch’io n’agghiacciava; e ancor non m’assicuro.

MELISSO

E ben hai che temer, che agevol cosa
fora cader la luna in sul tuo campo.

ALCETA

Chi sa? non veggiam noi spesso di state
cader le stelle?

MELISSO

Egli ci ha tante stelle,
che picciol danno è cader l’una o l’altra
di loro, e mille rimaner. Ma sola
ha questa luna in ciel, che da nessuno
cader fu vista mai se non in sogno.

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3 commenti
  1. “Basta restare scioccati dal frullo d’elitre di una filosofia poetante nella crisalide di una lirica pensante, dalle lanterne degli steli declinati all’indagine metrica pura, senza la speculazione applicata che spilla il miele o il fiele dalla serra di un poeta mentre s’interroga sulla laica immortalità.”
    Con queste parole Rossitti giunge al culmine del suo crescendo, che poi è il volgersi all’indietro senza il quale sarebbe solo, e il suo scritto incurante di tutto e di tutti. Degno di Leopardi.
    Ne approfitto per dire che Michele Rossitti, per ragioni mie personali, è tra i poeti che ho preferito nella raccolta “Tra i vuoti delle costole”. Comunque tutti bravi.

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