Imre Kertész “Essere senza destino”, Feltrinelli, letto da Dante Maffia

copLa letteratura sui campi di concentramento è ormai così immensa e così diffusa che si fa fatica a orientarsi tra libri autentici e libri “strumentali”, cioè nati con intenzioni esclusivamente politiche. Certo, quelli che ormai sono classici, cito almeno l’italiano Primo Levi, hanno dimostrato a quale grado infimo di aberrazione l’uomo scese all’epoca, e lo hanno fatto senza forzare la mano, limitandosi a raccontare le vicende con quella obiettiva maniera che le ha rese, ahimé indimenticabili. Ma una sorta di “resoconto” dettagliato, che non diventasse mai puro esercizio di cronaca, diario degli accadimenti, l’abbiamo con Essere senza destino di Imre Kertész, libro totalmente ignorato, in Ungheria, per moltissimi anni. Addirittura l’autore fu messo al bando e soltanto dopo la caduta del muro di Berlino ebbe la facoltà di uscire allo scoperto e farsi apprezzare. Ma questa è la vicenda di molti scrittori di quell’epoca straziata e amaramente ghettizzata da un regime cieco che non permise mai di dire la verità, anzi la distorse e la pianificò, fino a renderla altra da quel che era. Non ci si meravigli, poi, se nascono gruppuscoli di facinorosi esaltati che negano perfino l’olocausto e affermano che i lager sono una invenzione. Le duecento venti pagine fitte di Kertész si soffermano sui minimi dettagli di un’esperienza vissuta in prima persona e non trascurano niente degli incontri facendo sottilmente diventare sensazioni le cose viste. Il procedimento di Kertész ha qualcosa di misterioso: egli a volte elenca ciò che gli occhi vedono e però scatta una percezione acuita da minimi risvolti e da concatenazioni inaspettate fino a che i “quadri” del reale si infittiscono e deflagrano in emozioni. La storia è quanto mai semplice (e a tratti anche un tantino noiosa per la dovizia dei particolari e per il lungo soffermarsi sulle sfumature delle azioni). Gyurka , quando non ha ancora quindici anni, in una Budapest impaurita dalla presenza dei nazisti, è costretto ad assistere alla partenza del padre per i lavori  forzati. Un dramma vissuto, tutto sommato, senza ancora intravedere all’orizzonte nessuna tragedia, non solo perché egli è ragazzo, ma anche perché ancora non è avvenuto l’inasprimento delle leggi razziali. Ma da lì a poco anch’egli sarà preso e mandato ad Auscwitz e poi in altri campi di sterminio. Gyurka non si rende bene conto di che cosa gli sta effettivamente accadendo e si abbandona a ciò che gli altri stabiliscono per lui. Potrebbe fare diversamente? Così vive, non vivendo, il periodo del suo internamento adattandosi, con un atteggiamento che ha dell’inverosimile, ma che illumina l’anfratto più oscuro dell’animo di chi è stato sbattuto dentro il nero di quella immane tragedia. Sembra che nessun  dettaglio sfugga all’attenzione del ragazzo che si abitua subito all’incongruenza dei campi, che avverte i minimi mutamenti, e comunque “gode” il calore di un corpo ammalato, l’uscita del sole, un pezzo di pagnotta in più, una parola cortese, il colore allegro di una baracca. Ma non si tratta dell’ottimismo della sua natura, qualcosa di più profondo lo guida, ed è l’amore per la vita, anche se la vita è fuggita quando non ha potuto più gestirla secondo le sue abitudini e i suoi desideri. Attraverso gli occhi di Gyurka l’orrore delle camere a gas, il funzionamento feroce dei lager(che balzano in tutta la loro irruente follia proprio quando è tornato a Budapest e viene interrogato dal giornalista incontrato sul tram per caso e lui utilizza la parola “naturale” oserei dire con naturalezza), l’illogicità del potere emergono con una brutalità e una violenza che scuotono e sconquassano l’anima. Si entra nel tunnel dell’essere senza destino, per parodiare il titolo del libro, e perciò non si può che assistere impotenti allo scorrere delle vicende, al turbinare del male che stringe da ogni lato qualsiasi misura umana, qualsiasi briciola di verità. Intanto però il ragazzo ha maturato una sua filosofia, e quando il sereno torna e lui, tra pochi, riesce a salvarsi e rivedere Budapest, comincia a desiderare di capire fino in fondo il comportamento della gente. Non condanna nessuno, ma vuole fare chiarezza su come ragionano gli uomini quando incombe l’in giustizia e la perversione sociale. “Se esiste un destino, allora la libertà non è possibile; … se però la libertà esiste, allora non esiste un destino… il che significa che noi stessi siamo il destino”. Si va verso questa conclusione, infatti Gyurka non può “mandare giù l’amara idiozia di essere semplicemente e  nient’altro che innocente” Il libro è sconvolgente non solo per la forza di documento scritto in prima persona, ma soprattutto perché è capace di trasmettere la gioia che si prova nell’adattarsi ai luoghi e alle persone che la sorte offre, di adattarsi alle circostanze e saper vedere in ogni cosa il senso inarrestabile dell’esistere. La vita è più forte della morte, c’è perfino “una felicità dei campi di concentramento”, anche se poi la sordità della morte cancella tutto, azzera e permette di stare nel consorzio umano senza preconcetti, senza ricette prestabilite che dettino il come, il dove e il quando. “… nessuna argomentazione plausibile, comprensibile perché io mi trovassi per caso qui e non altrove”.

Dante Maffìa

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1 commento
  1. L’orrore della Shoah dovrebbe essere studiato a fondo non solo per sete e dovere di conoscenza ma per evitare, ognuno nelle proprie possibilità, che situazioni simili si possano riproporre nella Storia dell’umanità. La cosa che più mi ha sconvolto, e tuttora mi sconvolge, negli anni in cui ho studiato l’Olocausto e le sue origini è proprio la “normalità” che sta dietro ad esso. Mi spiego meglio: pensare ad un caso follia di collettiva, che ha colpito milioni e milioni di individui, è solo un modo estremamente facile per cercare di comprendere quello che la nostra mente non riesce a concepire razionalmente. In realtà c’è stato un disegno spietato, ma concepito con intelligenza ed incredibile senso pratico, che ha permesso ad Hitler ed ai suoi scagnozzi di sottomettere la Germania e tante altre nazioni al mito anti-semita. Tornando alla critica al testo da parte del Prof. Maffia, al di là dello svolgimento narrativo, trovo molto interessante e condivisibile che essa ponga l’accento sulla capacità umana di resistere e che sottolinei la possibilità di “una felicità dei campi di concentramento”. Di tanti libri che ho letto e studiato sull’argomento credo che questa sia sostanzialmente la novità del libro di Kértesz . Come diceva un noto scrittore e critico letterario mio compaesano, Pier Angelo Soldini, la cosa che rende veramente diversi gli uomini dagli animali non è la capacità di resistere, ma la capacità di adattarsi. Laddove l’animale, per un cambiamento repentino delle condizioni di vita, morirebbe in pochissimo tempo l’uomo può trovare il modo di sopravvivere e anche progredire.

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