Giorgio De Chirico e l’apparato ambiguo dei laboratori umani, di Michele Rossitti

le_muse_inquietantiSe entro in una stanza qualunque della mia casa tutto quanto non mi meraviglia perché la ghirlanda dei ricordi che si affratellano spiega la logica di ciò che guardo: ammettiamo che per un momento e per cause ignote alla mia volontà si spezzi quel filo e chissà mai quale stupore o terrore proverei osservando la scena che non è mutata, semmai la vedrei sotto diversa angolazione per la postura metafisica che le cose hanno. L’aspetto corrente è comunemente visibile dagli uomini, l’altro, spettrale, solo da rare menti chiaroveggenti, allo stesso modo di certi corpi occultati da fasci impenetrabili ai raggi solari che non riescono ad apparire se non sotto il riflettore di luci artificiali, o raggi X. Questo accade soprattutto nelle opere di Giorgio De Chirico dove menzioni alla routine e alla storia dell’arte si mescolano. L’attitudine bifronte è la maniera in cui l’artista si lascia colpire da Ferrara in Le Muse Inquietanti: da un verso vede la città capace di mostrare lembi di vecchie mura tenebrose, da una parte lo incuriosiscono le vetrine dei negozi farcite di leccornie e biscotti dalla morfologia oltremodo strana, metafisica per l’appunto. In primo piano una scatola multicolore ricorda le confezioni dei dolciumi e Ferrara, simbolo del potere estense, è ridotta a puro cellofan, involucro della propria memoria. L’immagine è articolata in spazio di rappresentazione mentale e l’orizzonte si propone innaturale, alto, quasi voglia cedere il posto a un palco teatrale. Rossi accesi, cielo verde, ombre allungate in un crepuscolo estivo non indicano solo la fine del giorno bensì di un intero complesso. Le due figure in primo piano sono incroci tra tradizioni differenti: la prima in piedi mostra una testa di manichino sartoriale innestato su un dorso nerboruto e classicheggiante mentre la veste ricalca le scanalature di una colonna dorica; il soggetto seduto con testa svitata e accostata alle gambe ricorda nelle proporzioni alcuni soggetti di Picasso, infatti le cuciture da cui è rigato lo avvicinano a un fantoccio di pezza, non a una scultura di marmo. Serio e ironico, sontuoso e giornaliero si congiungono in un habitat inospitale. Al tramonto occidentale della civiltà nata sul bacino del Mediterraneo le muse recano spaesamento e Le Grazie che acquietarono Foscolo, italo-greco come De Chirico, appaiono irraggiungibili. Lontanissimi echi di conchiglia portano noi a increspare le falangi nella peluria di una fatica che alla fine somiglia all’odore di quel sudore che un poeta non deve scordare. Si smentisce altresì l’etichetta di visionari applicata a chi, seduto davanti allo schermo (un tempo la carta), crepita le lettere sulla tastiera e partorisce rinnovata prole appartenente a tutte le specie, fuorché alla brossura virtuale di una futura silloge. Agli alfieri di slogan affrettati mi viene sempre voglia di divorare il cuore dopo averglielo strappato, Dante ha portato la terra in cielo. Una vitalità creatrice che rileva una grande visività assicura la sua traducibilità attraverso epoche e lingue disparate, figuralmente antistorica ma di immediata e normale leggibilità in virtù di un registro immaginativo che precede le differenze di ogni linguaggio. Offre un materiale rielaborato o mutato in relazione al significato raggiunto nell’aldilà, dopo che nell’al di qua era stato soltanto l’ombra di ciò che sarebbe diventato, confinato nell’errore antico di vari paganesimi privi della Rivelazione o nella colpa torbida di un’età ormai cristiana. Levare dalle bolge quotidiane con l’unica arma concessa, la parola, adesso che i fermenti ideologici e politici perseverano nel testimoniare il loro fallimento, è letale: se la realtà muove impenetrabile, se l’essere uomini e donne è inconoscibile si tenta l’ultima ipotesi della “cittadella-rifugio” del corpo. Ma nemmeno lui dura, le sue membra si dissolvono incontro a lumini e loculi, indistinte verso la processione delle bare, del crematorio e poi il nulla. Si tenta allora con lo spirito di squarciare una breccia alla negatività del vivere, il contatto diretto con l’“io”, cioè il dare del “tu” al sacchetto del corpo che avvolge con arti e membra, mentre gli organi ne equilibrano o sbilanciano il metabolismo a tratti. Si deve azzardare una definizione, il leitmotiv che ci serpeggia tra le impalcature di vertebre e costole è “etico” non “estetico”. L’ipoderma ci dà testimonianza di ciò che ha provato e lo documenta, invita a scavare nell’ingordigia individuale o nella catastrofe per tentare il pareggio con una sopravvivenza, spesso pure impossibile da immaginare. Tante variegate destinazioni indicano la fisicità marchio identitario della nostra epoca e al medesimo istante costituiscono l’invito a far divenire parte della memoria personale di ciascuno quell’infinita cicatrice che scoprono: il dolente retaggio contemporaneo dell’umanità. Un soul interculturale, forse monocorde dei mali identitari (gioie effimere, patimenti, sconfitte affettive) necessari alle creature per ottenere riscatto in quanto “il vero Gesù è Giuda” avrebbero affermato Borges e Berto prendendosi la mano. Accanto, tra mýthos e logos, il ricorso alla parola non comporta il disvelamento della verità, anzi mantiene la carica ambigua, dice e non dice sul suo valore allusivo ed evocativo associato al significato greco di “disvelamento”, alétheia.  In tal senso il dio Apollo assolve in sé le contraddittorietà del partecipare al mondo: dolcezza e crudeltà convivono nei suoi attributi fondamentali, la lira e l’arco. L’una diffonde suadenti melodie, il secondo saetta minaccioso, espressioni che sono dispensate a chi saggiamente rischiara l’oscurità e scioglie i nodi, oppure manifesta l’ignoto e precisa incertezze. Un elegante impeto allora disintegra le totalità con il cinetico e sidereo del suo viso loquace e fa pensare che il suo attributo, “arco”, in greco abbia lo stesso suono di “vita”. La violenza dunque è vita, la distruzione il risultato, miei cari. A fianco gli tossisce invidioso Dioniso, flusso biologico che precipita da cascate a rocce e annega con l’ebbrezza di un volo lo strazio della caduta; è il singolo frammentarsi, alberga in ciascuna delle contraddizioni del corpo acquoso e tenue contro le pietre appuntite del fondale. Suo portavoce è lo specchio, l’illusione inesistente del reale, un riflesso rappresentato dalla conoscenza, guardandosi ci si scruta nei budelli. Dioniso ci scorre in vena: noi e il nostro universo siamo la sua parvenza mendace, la cartina tornasole che lui vede ponendosi dinanzi alla superficie di vetro. Così la lirica, formalmente canto apollineo, nel contenuto invece mistero dionisiaco, sintetizza la polarità e il connubio di entrambi. Dove cominciano e dove terminano certe cortine invalicabili? Forse non esistono proprio in quanto figlie gemelle della medesima inquietudine orfica. L’anima non è però fattore risolutore ma presenza problematica che si rovescia ben presto nell’ “oggetto emblema” del corpo sempre insidiato dallo sperone di sofferenza e annientamento come la Morte che giunge, ospite inattesa, durante un ballo in maschera e sorprende i presenti, nel celebre racconto di Poe. Per parafrasare Raboni è l’anima senza tendini né sangue a essere la compagnia più sanguinosa, è lei a contenere la rete muscolare, mai viceversa. Il tempo e il suo gorgoglio incessante inghiottono la memoria, condannano le aspettative all’estraneità del naufragio costante. L’anima dimentica l’architettura strutturale in cui si trova ingabbiata, fruscia soltanto le sue stanze fisiche in una “sera”, il declino esistenziale. La singolare suggestione che connota ogni carne misteriosa dove lo spirito entra è la soglia di una crisi e il sentore è avvalorato dalla certezza che la percezione si spalanchi sulle vestigia di un teatro anatomico. La sala di dissezione, magari allegorica, ha la valenza stevensoniana de Il trafugatore di salme e non implica in esclusiva l’indagine intestina della lacerazione di un insieme, allude piuttosto alla gogna della mistificazione o del travestimento ignobile. La sapienza è dunque più sublime e recondita rispetto ai vani degli sdoppiamenti e delle sofisticate metamorfosi. Umiliata ed esclusa conserva un barlume autentico e di candore in una laguna arida ma è affascinata dalla pulsione che ancora, per iscritto, resiste in ingenuità e coraggio. La sua purezza antropologica è ormai riscontrabile nelle sacche di emarginazione, in escrescenze (anche patologiche) che fioriscono sul ciglio del cuore e della sua metà di mela nera. Il dubbio è assoluto: non si sa chi fra anima e corpo dica alla fine addio, se siamo attesi in una dimensione ultraterrena (se c’è) o restiamo a conversare a veci nostre qua o al di fuori ma comunque la scrittura si appoggia reliquia nel labirinto a narrare esperienze e drammi. Ricuperare un’anima rubata è diffuso, la sua malia ci caracolla nel cervello, schiocca per molti anni successivi alla sua dipartita, insistente.  Mentre esprimiamo il contesto terreno rimane la traduzione in un altro abito della realtà primordiale che si sottrae a qualunque diretta rappresentazione. Ed è con la presenza di tale consapevolezza che il vivere diventa un magnifico e salubre esercizio.

Michele Rossitti

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1 commento
  1. Certo, De Chirico preferiva valutare le opere tastando colore, impasti e pennellate; se la prendeva innazitutto con chi non sapeva nulla della tempera all’uovo, aveva in odio la “pece” nera della pittura seicentesca. Tutto questo per lui veniva prima, davanti all’ingresso della rappresentazione, ma Michele Rossitti riesce a oltrepassare la soglia senza temere il tremendo sguardo di quel simpaticissimo tiranno. E chissà se De Chirico avrebbe approvato questa lettura. C’era da stare attenti con lui, se ti dava amichevolmente una pacca sulle spalle te la tenevi per tutta la vita, gelosamente. Bravo Rossitti!

    Tra l’altro Giorgio De Chirico, che per me è il massimo pittore italiano del novecento, era anche un ottimo poeta:
    IL SIGNOR GOVONI DORME
    Nella città dove l’acclamano tra mille statue su piedestalli
    sì bassi che sembra esse camminino coi cittadini frettolosi.
    Sul palcoscenico tutto è mistero…
    Lo specchio sul cavalletto. Il quadro non è ancor compiuto.
    Il filosofo dorme. Si picchia all’uscio.
    Son gli amici; ché il sole già scende, e l’ombre
    già lunghe si fanno più lunghe, e invitano
    all’amicizia peripatetica.
    …Si picchia all’uscio. Invano! Invano!…
    La fante oscena strilla dalla finestra:
    Tutta notte egli ha vegliato, guardando
    la piazza, e il castello rosso, e il fiume chiaro…
    e adesso dorme, dorme, dorme, … e non bisogna,
    non bisogna svegliarlo
    http://www.fondazionedechirico.org/scritti/consultazioni/poesie/

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