“Nell’altalena degli elettroshock”, dieci poesie di Maria Marchesi

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A pezzi agende calendari afrori
di corone mortuarie nel recinto d’albicocchi
per collaudare l’assetto del tempo
turgida vena che spegne o accende
la verità del sangue
nell’altalena degli elettroshock.

Della biografia di Maria Marchesi si sa soltanto che nacque nel Veneto da madre lombarda e padre friulano. Era laureata in Lettere Classiche e per un breve periodo insegnò greco e latino nella scuola. Soffrì per lunghi anni di gravi disturbi della psiche, relegata in un manicomio dal quale uscì dopo la legge Basaglia.

L’occhio dell’ala, Lepisma – 2003 (premio Viareggio-Rèpaci 2004) è il primo dei suoi unici due libri di poesie ( il secondo  Evitare il contatto con la Luce, Lepisma – 2005). Nel suo cassetto restavano alcuni racconti e un romanzo che probabilmente non vedranno mai la luce.

Dalla “Premessa dell’autrice”:

E’ una strana vicenda poetica la mia. Scrissi le prime poesie in un ospedale psichiatrico. Scrivevo e strappavo. Trasformavo in versi tutto ciò che mi accadeva, pensavo o percepivo. […]

Quando poi i manicomi sono stati chiusi e sono stata riconsegnata a me stessa (con tutte le difficoltà che si possono immaginare), ho ripreso a scrivere. Intanto avevo fatto molte letture,  di poeti soprattutto, e sentivo che i miei versi non erano peregrini e che avevo voglia di farmi leggere. Così inviai un mannello di composizioni ad Andrea Zanzotto e a Geno Pampaloni. Le risposte furono immediate: Zanzotto, con due cartoline postali, mi parlò di “consapevolezza autentica, di grande poesia; mi consigliò di “evitare riferimenti ad altri autori letterari” e mi raccomandò a un editore importante; Pampaloni sottolineò “la musicalità… il senso acuto del paesaggio, la malinconia di fondo che non arriva alla disperazione” e azzardò un paragone con grandi poeti come Celan, Michaux, Trakl, Silvia Plath. Diceva “E’ poesia alta, una sorpresa che sconcerta ed esalta”.

Imparare a morire per rinascere
sul pavimento tra polvere e sputi.
Nebbie e caimani combattevano
per lunghe notti e lunghi giorni.
Sui bastioni grugnivano i maiali
in bare di cristallo. un imbuto assetato
corrompeva le stelle
che bivaccavano nella neve. Il grido
si ripeteva. Io assente me ne ridevo
guardando in faccia il muco del dopo.

*

Fu quando apersi gli occhi e vidi l’alba
e conobbi il principio dell’azione
che vidi il mio corpo in agonia
e l’anima separata dai miei occhi.
Mi soccorse la parola, la sola ombra
che ha sangue e carne,
mi dette la pietà che occorreva.

*

Non mi ascolto più, non ascolto.
che secchino tutti i fiori
e il cielo s’incartapecorisca
e arrivi l’uomo nero
su una lettiga tutta d’oro.
Il mio cuore ha perduto la luce,
il verde s’è dissolto.
Il primario m’incoraggia a scrivere.
Per chi dovrei farlo?
Per te stessa, innanzi tutto per te stessa.
Povero boia imbecille, se scrivessi per me
morirei in meno di tre giorni.

*

Dicono che il bianco
fa compagnia alla follia.
Sarà vero, ma io ho sempre trovato
il nero nel latte, nel letto, nel piatto.
O è un vezzo della psichiatria
o ancora una volta mi sbaglio e confondo
il bianco per il nero.
Certo, dentro di me è un cimitero
senza confini e senza croci, bela
dannato distillando aborti.

*

So che il dolore in parole è appena
un venticello di stracci, murene d’acquario.
Ma io sono stata morta per troppi anni e adesso
sono oltre la velleità del dolore e oltre la comprensione
che sillabe su sillabe possano dare.
Il mio scrivere è soltanto un buio errare
tra funeste stazioni diroccate, tra binari spenti
che tracciano disegni angusti, stenti
ricoveri di stelle cadute nelle pozzanghere.

*

Io non sono poetessa
ma mi piace scrivere e affermare
di esserlo. Da piccola ho sentito dire
che i poeti sono pazzi e allora
perché non secondare il detto?
E poi, da quando scrivo
mi è più facile avvicinare
gli uomini; cominciano a trovarmi
interessante, d’animo gentile.
Così mi vengono sopra
con giusta violenza, temono di sciupare
una bella pagina o di finire
nei miei versi con nome e cognome.

*

Primavera è a un passo, mi colma
d’azzurro e di riverberi, mi chiude
nel desiderio che fa duri i seni
e fa sussultare la vagina. Al canto
delle rane uscirò nuda per le strade.
dovranno vedermi che sono bella
e piena d’ardori. Lui verrà a saperlo
e perderà le staffe. Lo sa che anche il vento
può farmi godere da forsennata.

*

A volte lo psichiatra mi guarda
come se fossi una donna e gli svelassi
l’arcano della creazione e dell’amore.
Gli faccio notare che io sono appena una parola,
un indizio di vita, una cicala sbandata
ch’è stata scambiata per formica.
Ride, mi pone la mano nella mano, si scuote.
E io che lo consolo dicendo che scherzavo,
suoni pure le campane della sua abiezione
quotidiana, ecco, sono pronta, la vena
è aperta ancor prima che arrivi l’infermiere.
Mi mette un dito nel culo, poi chiude la porta,
ha i brividi d’un animale.

*

Se sono stata madre non lo so.
Tutto è possibile. Mesi di silenzio assoluto,
ovatta di parole, gesti, ronzii.
La tramontana dava la mano
al sole marcio, cadevano torri antiche
senza far rumore. Il mio ventre
non sentiva aromi, né sussurri, era
un davanzale di pietra e aveva tanto sonno.

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5 commenti
    • *
      A volte lo psichiatra mi guarda
      come se fossi una donna e gli svelassi
      l’arcano della creazione e dell’amore.
      Gli faccio notare che io sono appena una parola,
      un indizio di vita, una cicala sbandata
      ch’è stata scambiata per formica.
      Ride, mi pone la mano nella mano, si scuote.
      E io che lo consolo dicendo che scherzavo,
      suoni pure le campane della sua abiezione
      quotidiana, ecco, sono pronta, la vena
      è aperta ancor prima che arrivi l’infermiere.
      Mi mette un dito nel culo, poi chiude la porta,
      ha i brividi d’un animale.
      *
      poesie di straordinaria forza e bellezza! come sanno esserlo alcune scritture di donne capaci di toccare da dentro il dolore, sentirlo gemere come una creatura viva, ferita a morte, e poi, rivoltarlo, smontarlo come un gioco che non fa più paura, o come una bestiolina ammansita da tenere a guinzaglio; ed entrare,di soglia in soglia, nella misura nuova di una sopravvivenza tutta immaginaria, ma autentica, nella propria verità interiore alla conquista di una misteriosa, seducente metamorfosi …

  1. rilievo psicologico mentale molto alto ovvero si percepisce un affronto poetico circondata di attesi.. di essere e non essere.. silenzio, voci, concentrato di elementi formati da pensieri che nascono, sviluppano e si orientano su tetto d’anima

  2. Mi permetto di aggiungere questa,che mi è stata richiamata dal commento di Patrizia Cremona.

    Sempre dallo stesso libro di Maria Marchesi

    Nell’istante in cui l’essere mi frana
    e si distorce in abbagli avvizziti,
    nel pallido nulla inconsistente, io vedo
    me distesa in un lenzuolo, rosso di sangue,
    che si restringe e geme.
    So di avere perduto il paradiso,
    d’essere entrata nell’oppio del passato
    che si traveste in scaglie minute
    e diventa aghi perforanti.
    Quale la distanza tra me e la pietra,
    tra me e il pino su cui canta il cielo
    cieco di arse pupille? Sono oltre la morte,
    oltre il dilaniarsi degli eventi.

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