“ABITARE IL VENTO” di Sebastiano Vassalli, Calypso -2008, letto da Dante Maffia

Vassalli_ventoSì,  si può abitare il vento, soprattutto quando ha dei momenti di pausa e le sue smanie diventano possibilità di colloquio, radure dove si può arrivare cercando l’utopia. Ma cominciare a parlare di un libro in questi termini si rischia di ridurlo a un vademecum di astrazioni metafisiche dentro cui rifugiarsi per scavalcare lo lordura del mondo, per nascondersi alla cancrena montante delle disillusioni.

Sebastiano Vassalli è uno dei pochi scrittori italiani che ha continuamente rischiato -e continua a rischiare- per tentare di arrivare a capire i fenomeni del sociale, non nell’ impatto immediato, ma nei loro sviluppi. Perciò nessun fenomeno può leggersi senza prima avere percorso la storia che sta alle spalle, senza prima avere attinto alle scaturigini degli eventi che poi si sono dispiegati nella maniera in cui li viviamo. Forse per questo Vassalli è uno che non scrive mai in modo “gratuito”, è forse per questo che ogni suo testo si pone come momento focale della condizione umana. Certo, i suoi sono testi che vanno collocati in un ambito preciso, ma che Vassalli non vuole restino circoscritti nella sfera di una stagione. Il suo tentativo è quello di fermare il senso di un processo storico in atto, ma per trarne indicazioni valide per il futuro, per cogliere il seme perenne che vivifica quelle azioni fuori poi dal contesto. Operazione non facile, c’è in agguato il rischio della retorica e della maniera, del rispetto di regole universali codificate da tutti i teorici del romanzo, a cominciare da Henry James e finire a Vargas Llosa.

Quest’ultimo nome non è citato a caso; Vassalli ha di Llosa il medesimo umore, lo stesso piglio intellettuale, la carica “politicamente” motivata dello scrittore che non resta inerte o indifferente dinanzi al fluire della vita, al di là delle apparenze.

Le esperienze di Vassalli sono molteplici, poeta, narratore, saggista, fondatore di riviste, studioso di psicanalisi e di arte, ha sempre portato nei suoi libri una ventata di carattere “rinascimentale” (decisamente tra virgolette) capace di illuminare protagonisti e situazioni umane, sociali e storiche a tutto tondo.

L’adesione al “Gruppo 63” non lo ha inchiodato allo stereotipo d quella mala assortita compagnia e infatti se ne è allontanato con una posizione netta e con critiche chiare e precise. Scrive, per esempio, in Arkadia, un pamphlet pubblicato da El Bagatt nel 1983: “Nata da esigenze più che lodevoli di aggiornamento culturale dopo la dittatura mussoliniana e dopo gli anni tristi del dopoguerra, l’avanguardia del Gruppo ’63 fu un’avanguardia grigia e impiegatizia, fatta quasi tutta di professori e di funzionari di case editrici”.

La sua franchezza è proverbiale ed è per questo che un libro come Abitare il vento, nonostante i trenta anni trascorsi dalla pubblicazione, può ancora farci intendere la portata delle azioni occasionali e di quella ideologica. Sembra che Vassalli affidi al caso la funzione dei protagonisti dei suoi libri, ma è un caso molto particolare, legato a ciò che sta avvenendo nella società il cui riflesso e condizionamento entrano nella psiche perfino di chi vive in un individualismo stavo per dire accecante, come accade ad Antonio Cristiano Rigotti detto Cris. Egli è il cavaliere errante in viaggio per un’Italia ebete e priva di identità, per una Firenze degradata e una Milano che “appunto si chiama a quel modo perché se li raccoglie tutti nel culone  suo disumano” (sta parlando di “tutti gli ani della brianza”) e poiché “l’emergenza è la vita” deve trovare il modo di sbarcarla esaudendo le sue esigenze che tutto sommato non sono esigenze principesche, ma che servono, soddisfatte, a dargli il senso del trascorrere del tempo, a dargli un anticipo della casa che avrà nel vento.

Nel gioco creato tra autore e personaggio affiora il ricordo della lezione di De Unamuno, così come affiorano certi “ritmi” di Jack Kerouac. Anche il continuo parlare con il Grande Proletario fa pensare a Io e lui, ma si comprende subito che Vassalli non finalizza il sesso alla maniera moraviana, ma lo esibisce come un’arma per uscire dagli impatti complicati delle azioni. Ovviamente non si tratta di stabilire quali maestri ci siano alle spalle dello scrittore, altrimenti farei i nomi di Ivan Turgenev, di Louis Ferdinand Celine e di Raymond Queneau, mi preme soltanto dire che Vassalli ha macerato dentro di sé infiniti mondi e ne ha ricavato una sua radura personale  dove anche le risonanze sono diventate caratteristiche del suo modo di essere, di pensare  e di scrivere.

Abitare il vento ritengo che sia uno dei libri che meglio hanno saputo fotografare ciò che è accaduto dopo il fatidico Sessantotto. Cris (che come dice il quarto di copertina della prima edizione del romanzo, è “crisi, Cristo”, nei “possibili sviluppi enigmistici”) è clerico vagante del nostro tempo però senza una meta universitaria, senza uno scopo culturale che lo spinge a verificare il senso delle sue azioni. Il vezzo di ripetere che ha studiato al liceo classico prima del sessantotto è un ritornello che apre spiragli di valutazioni enormi sul giudizio di Vassalli, ma egli non si permette minimamente di giudicare; racconta e fa rimbalzare gli accadimenti come una necessaria conseguenza della mancanza di certezze. Il fallimento delle istanze sessantottine è ormai un dato di fatto, la politica è diventata un gioco assurdo e stanco delle parti e la vita non sa in che direzione andare, evirata dalle dosi massicce delle fedi inventate e imposte. Allora è bene guardare all’interno dell’animo degli individui per vedere che cosa sta avvenendo. E qui Cris ci aiuta a percorrere una sintassi disumana e banale della tessitura del quotidiano che sbanda a povere mete e in rituali con dinamiche che hanno qualcosa di epigonale, se non di agonia.

Non c’è giustificazione alla parata del terrorismo che vivacchia dentro confini paranoici e senza finalità, l’ideologia è spenta, non accende quella carica che fa sentire protagonisti di una svolta e Cris va avanti in una specie di truogolo della delusione, dove le perdite producono accensioni erotiche, sbandamenti che anelano ad azioni  occasionali con il solo spiraglio di quella Tatti che è metafora di un approdo lontano e forse per sempre sfumato.

Ma chi è veramente Cris? Il prodotto abortito di una rivoluzione che ha avuto soltanto coiti interrotti, la risulta di una società che non ha saputo approfittare delle occasioni per rigenerarsi e adesso bivacca nel lerciume di rivendicazioni che non portano da nessuna parte. Un uomo vuoto, che diventa anche impotente, a un certo punto, l’occasionale cieco guardiano di un ragazzo sequestrato al quale può soltanto rimproverare di non avere letto l’Apocalisse e i Lirici greci tradotti da Salvatore Quasimodo.

La presenza di Quasimodo è costante durante la narrazione e serve a mostrare un risvolto necessario per capire l’alter ego, anch’esso sconfitto, di un Cris avviato alla deriva. Certo, egli ha la risorsa della settimana enigmistica, la sua testa senza mondo (per citare e non a caso la lezione di Elias Canetti, soprattutto quello di Massa e potere), ma sono un argine povero all’avanzare indistinto di una società che sbanda in rivoli e in mille elucubrazioni funestamente irrisolvibili e misere

Per mettersi dentro la storia  Cris ha avuto bisogno “di un’automobile grossa possibilmente francese”, poi ha finito con l’abbandonare tutto ciò che possedeva, si è ridotto a qualcosa di astratto e l’impiccagione è diventata la strada maestra da seguire. Già, ma chi è l’autore? “Gli autori sono personaggi anche loro… Tutti abbiamo la nostra parte di responsabilità…Allora cerchiamo di metterla così, che sono un personaggio, chiaro? Un personaggio che non ti corrisponderà mai. Ci mancherebbe altro. Con la vita integrissima che fan gli autori d’oggi in brianza. Con la vita proba e indefessa da pancemolli e piccoli borghesi e cattivi arnesi”. La verve di Vassalli si esplica in tutta la sua potente ironia, in tutta la sua sacrosanta indignazione e trova l’apoteosi non nel finale, frutto della logica stringata del racconto, ma nel linguaggio che riesce a cogliere i reconditi fermenti della Storia con una “partecipata obiettività” che rende incredibilmente credibile le manie di Cris, anche se hanno l’inconsistenza dello stereotipo. Ciò si riflette anche nelle invenzioni lessicali e linguistiche che, è bene dirlo, non hanno nulla da spartire con le operazioni del neorealismo o dell’officina linguistica tout court. Vassalli, e lo si può ricavare fin dai suoi primi scritti, per esempio da Narcisso , romanzo d’esordio del 1968 e  da Disfaso, poesie dello stesso anno, è stato sempre assillato dal danno che il petrarchismo ha portato alla società italiana grazie soprattutto all’autorità di Pietro Bembo. Il bembismo, che ha fatto più guasti di mille guerre perdute  con i fautori del mimetismo a tutti i costi, non ha risolto il problema, anzi lo ha aggravato ed era perciò naturale che ci fosse una giusta reazione non teorica. Egli dunque si avvale di questa lingua inventata che percorre le corde di una civiltà con un segno di beffa e di oltraggio: il lettore si sente impacciato e scomodo nel momento in cui comincia a leggere il guazzabuglio farneticante di Cris, ma poi lo segue, perché si rende conto che non si tratta di assecondare una ragione social-mimetica, ma di prendere atto di che cosa è diventato un uomo che è passato attraverso le difficoltà della caduta dei valori. Strano, ma mi viene voglia di dire che Cris sembra essere il figlio legittimo della caduta del muro di Berlino. E ciò la dice lunga sulla universalità di un personaggio così irrealmente reale, così povero di risorse, ma emblema di un costante umanità che sa vivere soltanto tra le scorie senza risollevarsi dalle procedure spocchiose dei rituali, fossero pure quelli delle bande armate che dovrebbero essere tizzoni accesi contro le abitudini.

Poi la scrittura e le tematiche di Vassalli hanno preso altre strade, nel 1991 e nel 1992 egli pubblica La chimera e Marco e Mattio in cui l’investigazione storica diventa un interesse importante tuttavia lontano dall’accezione con cui veniva trattata nei secoli precedenti. “È evidente”, le affermazioni sono di Giacinto Spagnoletti, “che questa strada imboccata da Vassalli lo condurrebbe inevitabilmente al romanzo di denuncia, abilmente sfruttato dall’editoria di consumo, se a giustificare il suo lavoro rimasto oggi pressoché isolato, dopo la scomparsa di Sciascia – non intervenisse un chiaro disegno stilistico, preciso e soprattutto privo di enfasi. Sono qualità, del resto, che si riscontrano nella bella biografia del poeta Dino Campana, La notte della cometa (1984), aderente come poche costruzioni italiane allo spirito di un tale personaggio e ai fatti di cui fu protagonista” narrati con un continuo gioco di identificazione che dà al libro una luce abbagliante di specchi che si rifrangono

Dante Maffìa

( “Abitare il vento” pubblicato da Einaudi nel 1980)

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1 commento
  1. Molto molto bella-colta, articolata, sicura e appassionata- questa recensione di Abitare il vento di S. Vassalli ad opera di D. Maffia a .. trenta anni trascorsi dalla sua pubblicazione. Rileggo:
    “ Caro autore io mi sono impiccato ma tu règolati come vuoi perché questa faccenda non ti appartiene e non so mica chi sei. Così va meglio. Inzomma e contiamocela giusta, gli autori sono personaggi anche loro. Nostri. Come i lirici greci nell’immortale risuono. Del verso quasimodiano.. e io Antonio cristiano rigotti sono personaggio come tutti. Ma sono anche autore di tante cose. Del grande proletariato ad esempio. E il Grande Proletariato, lui sì, è solo sul cuor della terra. Ma poi non è propriamente solo perché c’è l’altra faccenda, la lunga e nera. La stessa. La sciarada alterna di storia e fessa. Così è inutile che scrivo perché se non fossi io l’autore di me adesso non mi vorrei impiccare per conferire. Per conferire con l’autore del mio romanzo inchiodato finalmente al trave delle sue responsabilità. Per abitare il vento, oh yes.”
    Molto stimolanti i richiami culturali, di cui sottolineo: “…c’è in agguato il rischio della retorica e della maniera, del rispetto di regole universali codificate da tutti i teorici del romanzo, a cominciare da Henry James e finire a Vargas Llosa…. Vassalli ha di Llosa il medesimo umore, lo stesso piglio intellettuale, la carica “politicamente” motivata dello scrittore che non resta inerte o indifferente dinanzi al fluire della vita, al di là delle apparenze…..” E condivido la conclusione critica: “Vassalli ha macerato dentro di sé infiniti mondi e ne ha ricavato una sua radura personale dove anche le risonanze sono diventate caratteristiche del suo modo di essere, di pensare e di scrivere.” Ottima conclusione, aperta a nuovi ripensamenti. Grazie.

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