Il gatto Moretto e altri racconti di Alfredo Bajocco, letti da Marco Onofrio

Layout 1Nel volume “Il gatto Moretto e altri racconti” (EdiLet, 2012, pp. 148, Euro 12), Giovanna Alatri ha raccolto una selezione antologica di racconti del pedagogista Alfredo Bajocco (1882-1965). Come potremmo definire queste brevi e limpide prove narrative? Racconti pedagogici, apologhi morali, fiabe naturalistiche? Sono, anzitutto, brani di letteratura autentica, scritti per educare fanciulli e adulti alla “natura delle cose”: all’ordine e al supremo vincolo di forze che è iscritto in ogni luogo e in ogni corpo della vita. “Natura magistra vitae” potrebbe essere il motto e il monito da apporre sulla soglia delle pagine. Mi vengono in mente testi di letteratura “essenziale” come “Il leone non mangia l’erba” di Dante Maffìa, e “I sillabari” di Goffredo Parise. Questi ultimi nacquero, come noto, in guisa di rivolta contro il linguaggio sofisticato e roboante, ma insulso, di certa retorica del ’68. In un libro per bambini che vide Parise c’era scritto “L’erba è verde”, e la frase gli piacque molto, come a dire: essenza, verità, tornare dentro un alveo elementare. Ma pure altri echi e riverberi palpitano, “en abyme”, tra i percorsi segnati dalle pagine. Anzitutto un substrato di cultura classica, assimilata creativamente in prima persona, che perciò diventa “istinto” fino ad intridere l’approccio e il modo di guardare alle cose: dalla “physis” pulviscolare di Lucrezio, con gli elementi cosmici in gioco e in equilibrio dinamico, alle metamorfosi di Ovidio, con la continuità e la contiguità del cosmo, che si traduce a sua volta in scrittura ininterrotta della realtà: «continuo trasmutare di cose sempre diverse e sempre uguali»; e poi, anche attraverso il mondo classico, l’attenzione poetica alle piccole cose e la precisione terminologica di Giovanni Pascoli.

Lo scenario simbolico del libro è la forza della vita, il suo grandioso spettacolo. Il cammino verso e attraverso la vita: dall’inorganico all’organico, livello dopo livello, fase evolutiva dopo fase. L’impulso delle creature alla realizzazione, al miglioramento, alla pace, alla felicità: la ricerca del cielo più luminoso. La linfa che freme e gonfia le gemme, il prepotente e prorompente bisogno di spandersi, di fiorire; il «frenetico desiderio» di vivere, di tuffarsi nella luce, di respirare nei pori l’immensità. «Fin dove? Andare, andare, andare… Confondersi col pulviscolo d’oro…» È un’energia «più forte d’ogni ritegno»: qualcosa a cui è impossibile resistere, che ordina imperiosamente a tutte le creature di spandersi all’aria e al sole, di cercare insistentemente il proprio bene. Ma la vita è un assoluto che oltrepassa la somma delle sue parti: ha una purezza e una «religiosa solennità» che la colloca al di là del bene e del male (come noi li intendiamo). La suprema moralità della vita non coincide con quella edulcorata degli umani quando appunto moralizzano, astraendone riduttive interpretazioni. È un “sacro” che assorbe il male e la ferocia dentro sé. Bajocco non preserva il lettore dagli aspetti terribili e tenebrosi dell’esistenza. Non vuole farci credere che la vita è al riparo dalla tragedia, anzi. Si legga un racconto come “La tarantola affamata” (pp. 97-99) con la morte inesorabile per avvelenamento dei piccoli cardellini e della madre:

«Alla nuova alba, quando già la tarantola lavorava ad un altro foro, il piccolo non poteva più muovere la zampina e la madre saltellava a stento su quella sana. (…) alla sera la paralisi aumentò. Il piccino non poteva più muoversi e la cardellina aveva il volo pesante. La mattina dopo non poté alzarsi. Invano i quattro piccoli la chiamarono dal nido disperatamente. Essa fece ogni sforzo per levarsi, e quando capì che ormai era finita si voltò tutta verso il piccolo che si era addormentato di un sonno pesante. (…) Lo sentì freddo e cercò di riscaldarlo col poco calore che le restava. Poi, accasciata, con gli occhi al nido dal quale giungevano pigolii sempre più fiochi, attese.

Quando al mattino dopo il sole chiamò tutte le creature, nessuno dei cardellini rispose. Neanche la madre rispose»

La natura è spietata. Il destino crudele e ingannevole è sempre in agguato. Il presente è spesso segnato dai presagi di un futuro avverso, avaro di benignità. Può accadere (ad esempio ai cuccioli indifesi) di cadere incontro alla morte nell’agitarsi stesso per la gioia della vita. Ovvero: il baratro che si apre nel mezzo del culmine. «La morte è ancora più crudele della vita» scrive Bajocco. La natura è dunque agguerrita di segni, e semi, di inospitalità: la fame scarnificante, i predatori, il vento gelido e violento, il caldo infuocato. Incombono orribili sciagure: come la frana apportatrice di distruzione, accaduta la quale il sole rideva «come se nulla di male fosse avvenuto». La natura è la divina indifferenza che tutto in sé rimargina e ricrea. Vivere (anzi, sopravvivere) non è facile. Alle creature non resta che resistere, esercitando strenua lotta e sforzo tenace. Si pensi all’istinto materno, più forte di qualunque altro: e la speranza che ogni volta viene riposta, nonostante tutto, nell’uovo che cova il futuro, la nuova potenzialità. Lo sforzo dell’esistenza, tuttavia, è limitato da una soglia di saggezza intrinseca che lo spinge sì a resistere, ma lo obbliga anche a non violare, oltremisura, la legge incisa dentro la natura delle cose. Le creature devono essere disposte all’obbedienza: rassegnarsi, infine, alla legge superiore, al comando di Dio, all’anelito pacificante che le spingerà a spegnere lo sforzo dentro il sonno eterno, cullate dal «canto della voce antica». Bajocco propone una visione realistica e organica, cioè naturale, delle cose “così come sono”, senza veli o infingimenti: oltre i luoghi comuni. La bella stagione che arriva, ad esempio, non è un tripudio di festevole armonia, ma un’attesa di doni in ritardo (tanto simile, in questo, alla nostra vita) «in cui marzo moriva tra zuffe scapigliate di venti e piovaschi».

Qual è la lezione degli animali? La lealtà; l’incapacità di coltivare il rancore; la fiducia; la lode della vita coi suoi doni (più semplici e preziosi: sole, aria, acqua); la capacità di godere di ogni cosa (anche delle piogge monotone, che tanto infastidiscono gli umani), di essere lieti e sereni, di vivere degnamente, di rendersi utili, di fare del bene a tutti, di aspettare in silenzio il momento giusto. E ancora. La disponibilità al sacrificio. La voglia di andare oltre le apparenze, di restare fedeli all’essenza, di vivere secondo la propria natura. Il talento di mettere a profitto i limiti, i fattori di debolezza. L’umiltà di aggirare gli ostacoli e di fare tesoro dell’esperienza. E la saggezza antica, l’oscura laboriosità, la bellezza nascosta. Come sono invece gli uomini? Maligni, ambigui, infidi. Ingrati. Superficiali. Levano lodi ai briganti, ammirano le cose indegne: «chi veste riccamente e chi grida più forte». Profanano la natura e poi la accusano per i disastri che, viceversa, derivano dal loro dissennato comportamento. Gli animali sono esempi industriosi di semplicità, di essenzialità. Le bestiole (francescanamente definite «creature del Signore») insegnano a sentirsi parte della comunità vivente, anelli di una catena, fili di un tessuto, note del concerto universale: «Il grillo cantava. Univa il suo canto a quello dei suoi simili, al canto più vasto di tutte le creature, gli alberi e il fiume lontano, il vento e le erbe dei prati, i fiori e il sole».

La scrittura di Bajocco sarebbe parsa interessante a Italo Calvino per “esattezza”, “leggerezza”, “visibilità”. Lo scrittore di Atessa sembra aver fatto propria la grande lezione leopardiana (c’è, infatti, una arcana risonanza delle Operette morali in fondo a questi racconti), non soltanto per la tematica dello sforzo agonistico di resistenza alla natura matrigna (con conseguente opzione di “fronte comune” e di reciproca solidarietà delle creature) e per il feroce disvelarsi delle illusioni, ma anche per la poesia del vago e – per opposizione o derivazione dialettica – della precisione, in cui la voce di Bajocco pare magistralmente edotta, come dimensione congeniale alle sue corde. Una poesia di lontananze remote e di evanescenze, di occhi estatici che guardano oltre, di percezioni corpuscolari (la luce è polvere sottile, velo brillante che fluttua nel cielo), di scintillanti bellezze (il mandorlo che riempie l’orto di stupore, le notti trapuntate di stelle, i silenziosi inverni che invitano al riposo), di visioni aperte e sublimi, di abissi azzurri (cielo e mare), di luci ebbre, di immense serenità. E poi, d’altro canto, la poesia del limite, del bordo, della soglia, del luogo che protegge dall’abisso (il proprio mondo, l’ambiente familiare): «la gioia del canto è perfetta solo se goduta sulla soglia della propria dimora (…) Oh, la dolcezza d’una casa tutta tua e tua soltanto, che ti dona quello che vuoi e che tu ripaghi con la cura armoniosa di chi apprezza il bene posseduto». Bajocco ha un occhio chirurgico, di precisione millimetrica, per «guardare e riguardare attentamente» e cogliere l’ignoto e l’insolito, dentro la consunta visibilità. Può essere l’impercettibile di un ruscello che nasce, o la presenza inavvertita dei licheni che «dovevano essere lì da chissà quanti anni», o lo spettacolo incredibile del formicaio da far studiare agli scolari. È tutta questione di “decodifica”: sintonizzarsi sul piano energetico, decifrare i segni. «Come l’uomo, anche l’uccello, anche l’albero, il fiore, il sasso, la goccia d’acqua sa raccontare la sua storia; tutto sta a saperne intendere il linguaggio».

Il grande obiettivo umanistico dell’educazione è tirar fuori da ogni discente la natura “propria” secondo cui vivere: e dunque, anzitutto, lasciarlo libero di scoprire ciò che più gli interessa, o per cui si sente portato. È questa, peraltro, la caratteristica dei racconti di Bajocco: la conformità all’equilibrio delle parole, sempre giuste, misurate e al posto giusto: la sincerità, l’onestà intellettuale, la proprietà di linguaggio, la precisione scientifica. Una grande lezione di naturalezza e di composta semplicità. La narrazione di Bajocco è ricchissima e variegata, accesa di suggestioni e affilata in punta di penna, esercitata con garbo in contrappunti di trasparenze e velate malinconie. Resta, a lettura ultimata, un lievito di grande umanità.

Marco Onofrio

Alfredo Bajocco (Atessa 1882-Roma 1965) cominciò a insegnare giovanissimo in Abruzzo. Trasferitosi a Roma, si dedicò alla letteratura per l’infanzia e al giornalismo scolastico. Innovatore sensibile della didattica, creò e diresse nella Capitale le scuole all’aperto, modello di igiene e qualità educativa e ambientale anche per altri Paesi. A lungo collaboratore di importanti riviste scolastiche come “I diritti della scuola” e autore di successo di numerosi libri per ragazzi, Bajocco ha ottenuto diversi premi e riconoscimenti.

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