Alcyone di Gabriele d’Annunzio, letto da Marco Onofrio

dannunzio

 

LA SERA FIESOLANA

Fresche le mie parole ne la sera
ti sien come il fruscìo che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta
su l’alta scala che s’annera
contro il fusto che s’inargenta
con le sue rame spoglie
mentre la Luna è prossima a le soglie
cerule e par che innanzi a sé distenda un velo
ove il nostro sogno giace
e par che la campagna già si senta
da lei sommersa nel notturno gelo
e da lei beva la sperata pace
senza vederla.

Laudata sii pel tuo viso di perla,
o Sera, e pe’ tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l’acqua del cielo!

Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva
tepida e fuggitiva,
commiato lacrimoso de la primavera,
su i gelsi e su gli olmi e su le viti
e su i pini dai novelli rosei diti
che giocano con l’aura che si perde,
e su ’l grano che non è biondo ancora
e non è verde,
e su ’l fieno che già patì la falce
e trascolora,
e su gli olivi, su i fratelli olivi
che fan di santità pallidi i clivi
e sorridenti.

Laudata sii per le tue vesti aulenti,
o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce
il fien che odora!

Io ti dirò verso quali reami
d’amor ci chiami il fiume, le cui fonti
eterne a l’ombra de gli antichi rami
parlano nel mistero sacro dei monti;
e ti dirò per qual segreto
le colline su i limpidi orizzonti
s’incùrvino come labbra che un divieto
chiuda, e perché la volontà di dire
le faccia belle
oltre ogni uman desire
e nel silenzio lor sempre novelle
consolatrici, sì che pare
che ogni sera l’anima le possa amare
d’amor più forte.

Laudata sii per la tua pura morte,
o Sera, e per l’attesa che in te fa palpitare
le prime stelle!

 

FURIT AESTUS

Un falco stride nel color di perla:
tutto il cielo si squarcia come un velo.
O brivido su i mari taciturni,
o soffio, indizio del súbito nembo!
O sangue mio come i mari d’estate!
La forza annoda tutte le radici:
sotto la terra sta, nascosta e immensa.
La pietra brilla più d’ogni altra inerzia.

La luce copre abissi di silenzio,
simile ad occhio immobile che celi
moltitudini folli di desiri.
L’Ignoto viene a me, l’Ignoto attendo!
Quel che mi fu da presso, ecco, è lontano.
Quel che vivo mi parve, ecco, ora è spento.
T’amo, o tagliente pietra che su l’erta
brilli pronta a ferire il nudo piede.

Mia dira sete, tu mi sei più cara
che tutte le dolci acque dei ruscelli.
Abita nella mia selvaggia pace
la febbre come dentro le paludi.
Pieno di grida è il riposato petto.
L’ora è giunta, o mia Mèsse, l’ora è giunta!
Terribile nel cuore del meriggio
pesa, o Mèsse, la tua maturità.

 

LA PIOGGIA NEL PINETO

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitío che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode voce del mare.
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alvèoli
con come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.

 

MERIGGIO

A mezzo il giorno
sul Mare etrusco
pallido verdicante
come il dissepolto
bronzo dagli ipogei, grava
la bonaccia. Non bava
di vento intorno
alita. Non trema canna
su la solitaria
spiaggia aspra di rusco,
di ginepri arsi. Non suona
voce, se ascolto.
Riga di vele in panna
verso Livorno
biancica. Pel chiaro
silenzio il Capo Corvo
l’isola del Faro
scorgo; e più lontane,
forme d’aria nell’aria,
l’isole del tuo sdegno,
o padre Dante,
la Capraia e la Gorgona.
Marmorea corona
di minaccevoli punte,
le grandi Alpi Apuane
regnano il regno amaro,
dal loro orgoglio assunte.

La foce è come salso
stagno. Del marin colore,
per mezzo alle capanne,
per entro alle reti
che pendono dalla croce
degli staggi, si tace.
Come il bronzo sepolcrale
pallida verdica in pace
quella che sorridea.
Quasi letèa,
obliviosa, eguale,
segno non mostra
di corrente, non ruga
d’aura. La fuga
delle due rive
si chiude come in un cerchio
di canne, che circonscrive
l’oblío silente; e le canne
non han susurri. Più foschi
i boschi di San Rossore
fan di sé cupa chiostra;
ma i più lontani,
verso il Gombo, verso il Serchio,
son quasi azzurri.
Dormono i Monti Pisani
coperti da inerti
cumuli di vapore.

Bonaccia, calura,
per ovunque silenzio.
L’Estate si matura
sul mio capo come un pomo
che promesso mi sia,
che cogliere io debba
con la mia mano,
che suggere io debba
con le mie labbra solo.
Perduta è ogni traccia
dell’uomo. Voce non suona,
se ascolto. Ogni duolo
umano m’abbandona.
Non ho più nome.
E sento che il mio vólto
s’indora dell’oro
meridiano,
e che la mia bionda
barba riluce
come la paglia marina;
sento che il lido rigato
con sì delicato
lavoro dell’onda
e dal vento è come
il mio palato, è come
il cavo della mia mano
ove il tatto s’affina.

E la mia forza supina
si stampa nell’arena,
diffondesi nel mare;
e il fiume è la mia vena,
il monte è la mia fronte,
la selva è la mia pube,
la nube è il mio sudore.
E io sono nel fiore
della stiancia, nella scaglia
della pina, nella bacca,
del ginepro: io son nel fuco,
nella paglia marina,
in ogni cosa esigua,
in ogni cosa immane,
nella sabbia contigua,
nelle vette lontane.
Ardo, riluco.
E non ho più nome.
E l’alpi e l’isole e i golfi
e i capi e i fari e i boschi
e le foci ch’io nomai
non han più l’usato nome
che suona in labbra umane.
Non ho più nome né sorte
tra gli uomini; ma il mio nome
è Meriggio. In tutto io vivo
tacito come la Morte.

E la mia vita è divina.

 

NELLA BELLETTA

Nella belletta i giunchi hanno l’odore
delle persiche mézze e delle rose
passe, del miele guasto e della morte.
Or tutta la palude è come un fiore
lutulento che il sol d’agosto cuoce,
con non so che dolcigna afa di morte.
Ammutisce la rana, se m’appresso.
Le bolle d’aria salgono in silenzio.

Alcyone rappresenta la terza tappa delle Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi, un vasto progetto poetico, a vocazione poematica, articolato in 7 opere intitolate con il nome delle stelle più luminose delle Pleiadi: Maia, Elettra, Alcyone, Merope, Asterope, Taipete, Celeno. Un progetto che resta largamente incompiuto. Gli ultimi due libri non vengono neppure tentati. Il quinto, Asterope, è realizzato in modo soltanto parziale nei Canti della guerra latina (1933). Il quarto, Merope, esce nel 1913. I primi tre, Maia, Elettra e Alcyone, nel 1903. D’annunzio concepisce il ciclo delle Laudi in seguito alle suggestioni del viaggio in Grecia (estate 1895) a bordo dello yacht di Edoardo Scarfoglio; un viaggio pensato idealmente come pellegrinaggio nei luoghi della poesia e dell’arte classica, alle sorgenti del Mediterraneo, ma tradottosi poi in una goliardica crociera di giovanotti amanti dell’abbronzatura integrale, del vino, e delle donne (da cercare all’avventura nei vari scali). D’annunzio raccoglie in quei giorni assolati a contatto col mare una messe ricchissima di immagini e di idee. Lo spazio di questo viaggio è ideale, più che reale, verso la Grecia del mito, incrocio di natura e cultura, di innocenza e memoria, di luce ferma fuori dal tempo e tenebra storica di un tempo che non è più. Il viaggio aggredisce lo spazio e il tempo, esprimendo un bisogno archetipico (ulissiaco e superumano) di conquista, di attraversamento, di profondità, che per d’Annunzio funge anche da riepilogazione della propria vicenda, e slancio verso nuove mete. I versi dannunziani sono intrisi di una religiosità paganeggiante, centrata sul primato del corpo, del senso, del piacere, che rovescia i riferimenti cristiani convergenti dal significato allegorico del viaggio e dal titolo medievaleggiante, col richiamo al modello della laude. Risorge insomma il dio Pan, simbolo della vita cosmica e dell’esistenza attiva, gioiosa, sensuale. D’annunzio scrive Maia (sottotitolo: Laus vitae) nella primavera del 1903, dopo Alcione, come suo ulteriore approfondimento. Maia è un vero e proprio poema torrenziale, di 8400 versi divisi in 400 strofe, per innalzare una lode entusiastica e sensuale alla vita, eroicamente e ottimisticamente intesa: guidata dall’istinto e vissuta in comunione con il cosmo, dentro la natura.

La grafia del titolo inizialmente è diversa: Alcione è scritto con la “i”. La “y” viene introdotta da d’Annunzio stesso nel 1918, in un passo della “Beffa di Buccari” in cui cita l’opera. Ma nell’edizione del ’27 figura ancora con la “i”. Solo nell’edizione del 1931 appare, in modo definitivo, il titolo con la “y”. Il titolo nasce direttamente dall’atmosfera marina che in larga parte lo pervade (l’alcione è il martin pescatore) e, indirettamente, da un richiamo culturale a un dialogo attribuito a Platone: Alcione, o della metamorfosi. Fra l’altro, Alcione è la più luminosa tra le Pleiadi. Non a caso, è il libro di poesia più convincente di d’Annunzio: il suo capolavoro in versi. Consta di 88 liriche, composte tra il 1899 e il 1903, per lo più durante le estati (specie quella del 1902). D’Annunzio vive nella villa Capponcina a Settignano, presso Firenze. D’estate si trasferisce al mare, a Marina di Pisa (dov’è la foce dell’Arno) e in Versilia. Da Marina di Pisa scrive al Treves il 7 luglio 1899: «Ho passato questi giorni in una quiete profonda, disteso in una barca al sole. Tu non conosci questi luoghi: sono divini. La foce dell’Arno ha una soavità così pura che non so paragonarle nessuna bocca di donna amata (…). Vorrei rimanere qui a cantare. Ho una volontà di cantare così veemente che i versi nascono spontanei dalla mia anima come le schiume dalle onde. In questi giorni, in fondo alla mia barca, ho composto alcune Laudi che sembrano veramente figlie delle acque e dei raggi, tutte penetrate di aria e di salsedine». E al Conti, il 13 agosto 1900: «M’hanno agitato i soffi della poesia e i venti del mare, in questi giorni. Molte laudi ho composto, imitando le acque e le foglie (…) Io veramente ho parlato con le Sirene, e mi son trasfuso nel mito di Glauco». Questa è la disposizione da cui nasce il libro. D’annunzio si mette in ascolto della natura e ne raccoglie le profonde energie, quasi trasumanandosi. Acqua, aria, salsedine, luce. Si comunica al cosmo e sente «tutto il sangue» divenire – sono parole sue – un «fiume lirico inesauribile». L’ampio respiro cosmico di Alcyone, infatti, risponde al concetto ovidiano di “perpetuum carmen” rinvenibile nella protasi del Libro I delle Metamorfosi: «In nova fert animus mutatas dicere formas / corpora. Di, coeptis – nam vos mutastis et illas – / adspirate meis primaque ab origine mundi / ad mea perpetuum deducite tempora carmen». La poesia sgorga come acqua di sorgente, da uno stato originario di potenza per cui si avverte la vita come creazione continua. L’esistenza del mondo viene appunto ricreata in una condizione di “plenitudine musicale”: le cose nascono col canto che le rivela e che vorrebbe farle apparire in uno sguardo di chiarezza aurorale, come all’inizio del mondo. La parola procede da un accordo dinamico tra la pulsione soggettiva del canto e l’oggettiva cantabilità dell’esistente. Il poeta desidera racchiudere il cosmo nel poema, enumerando dettagli di vita, celebrandone l’infinita diversità, la strabocchevole molteplicità. A questa varietà (anche lessicale: numerosi i tecnicismi, d’Annunzio consultava dizionari specialistici – ad esempio botanici o marinareschi – alla ricerca del termine preciso) corrisponde la variazione, per artificio retorico, degli stessi temi e strumenti fondamentali. La poesia dell’Alcyone nasce da una dimensione fluida e camaleontica del reale; dall’accordo quasi coincidente tra vita e forma: tra una vitalità versatile e trasmutabile, e la portentosa capacità metamorfica del poeta che diviene ventriloquo del dio, mentre si fa mondo – al di fuori e al di là della storia.

Analogia, metafora, sinestesia, qui non sono cascami retorici ma elementi congeniali allo sguardo del poeta e al suo progetto di riappropriazione della terra mitica, del paradiso perduto: strumenti di rappresentazione e conoscenza, modi per ristabilire un contatto vivificante tra uomo e natura, civiltà e istinto, cultura e sapienza primordiale. La scienza delle parole, infatti, è l’alchimia suprema: chi la conosce, conosce tutto. Per questo il poeta è un vate, un essere eletto, un uomo divino al di sopra della massa. È un concetto che d’Annunzio ribadisce in ogni occasione, fino al Libro segreto (1935): sono degne di sopravvivere soltanto le «figurazioni liriche di là della realtà cotidiana, di là dalla ignavia e dalla immondizia del gregge». La grazia creativa si manifesta attraverso il getto delle “epifanie” che la natura stessa infonde per rivelarsi nella sua essenza. L’espansione cosmica dell’io, preludio alla sua trasmutazione metamorfica, diretta al limite della fusione panica col mondo, si nutre creativamente degli elementi naturali (il mare: soglia di confine tra acqua, terra, aria) vivificati dal fuoco del sole estivo, quando la natura stessa sembra espandersi, dando il meglio di sé:

O grande Estate, delizia grande tra l’alpe e il mare,
tra così candidi marmi ed acque così soavi
nuda le aeree membra che riga il tuo sangue d’oro
odorate di aliga di résina e di alloro,
laudata sii,
o voluttà grande nel cielo nella terra e nel mare (…).

D’annunzio colloca in estate i “giorni alcionii” – giorni di genitura e creatività – che Ovidio individua intorno al solstizio d’inverno. Oggetto dell’Alcyone è, infatti, la storia (quasi cronistoria) della stagione estiva: dal suo nascere, in giugno, sui colli di Fiesole e Settignano, tra ulivi e ruscelli; al suo esplodere, colto lungo le spiagge tra la foce dell’Arno e quella del Serchio, in mezzo a sabbie, pinete e fratte di macchia mediterranea; al suo lento declinare nell’autunno. Le liriche non seguono un criterio cronologico: d’Annunzio le dispone a posteriori, secondo una ratio ben precisa di simmetrie e richiami interni. All’inizio è La Tregua, che funge da raccordo coi due libri precedenti: tregua del superuomo dalla fase eroica di Maia ed Elettra, ovvero meritato riposo e abbandono alla dimensione della natura e del mito. Puntualizza giustamente Leone De Castris: tregua del superuomo, non dal superuomo. Il poeta, cioè, sposta il suo istinto di conquista dalla società alla natura. Le 5 sezioni del libro sono introdotte, a partire dalla seconda, da 4 ditirambi (introdotti a loro volta da altrettante liriche dal titolo in latino): la prima sezione sul presentimento dell’estate ormai prossima, con moduli stilnovistici e accenni alla lauda francescana; la seconda sull’esplosione dell’estate nel paesaggio agreste e marino, con auspicio di dissoluzione dell’umano nel naturale, di immedesimazione panica; la terza sull’estate piena e senza tempo, favolosa, mitica, con continui richiami al motivo metamorfico; nella quarta il tempo riprende pian piano il sopravvento, portando i segni malinconici del declino dell’estate; la quinta, con l’autunno ormai incipiente, riprende e sviluppa il tema dell’inesorabile dissolvenza di ogni cosa. Questo “diario lirico di un’estate marina” dà luogo anche e soprattutto a un’operazione di rivitalizzante recupero del mito, o almeno al tentativo di recupero. Il mito è il paese dell’armonia perduta, è la patria dell’anima. Ma è una dimensione irrimediabilmente perduta, irrecuperabile: come la giovinezza quando si è anziani. L’estate alcionia rappresenta anche l’estate della vita e della civiltà: l’esplosione massima della forza, la pienezza del canto e dell’ispirazione. Ma ad ogni culmine segue la discesa. A nulla vale la trasfigurazione della Toscana sotto forma di Grecia classica; il richiamo ai miti (Glauco, Fetonte, Icaro); l’apparizione di ninfe, epifanie, personificazioni (Ermione, Undulna, Albàsia); le metamorfosi, lo scambio tra naturale e umano (la natura antropomorfa, l’uomo vegetalizzato); il panismo, l’immersione e la fusione gioiosa con il tutto; il possesso pieno della natura e dei sensi, al di là del bene e del male (prima cioè di ogni morale), per cui l’uomo è finalmente libero e riconciliato, perché vive all’unisono con il mondo… Il soggetto si è illuso di dissolversi nella natura, di smarrire la propria dolorosa storicità, di uscire dall’errore del tempo. Il tramonto dell’estate è doppiato da quello del mito, visitabile dai moderni, ormai, solo come archeologica rovina di un mondo che non c’è più.

Alcyone tenta la felice concretizzazione di un progetto di “lingua originaria” (di osmosi metamorfica tra parole e cose) già delineato in un passo di Maia, laddove d’Annunzio – rivolgendosi direttamente alla “mitica forza” delle parole, scrive:

Io vi trassi con mano
casta e robusta dal gorgo
della prima origine, fresche
come le corolle del mare
contràttili che il novo lume
indicibilmente colora.
Io vi disposi nei modi
dell’arte così che la vita
vostra rivelò le segrete
radici, le innumere fibre
che legano tutta la stirpe
alla Natura sonora.

La Natura è “sonora”, cioè predisposta al canto. Le cose, dunque, sono piene di musica: il poeta non fa “altro che” accordare la propria voce ad ogni diversa musica che la materia – tramite «stromenti diversi» – esprime con la sua energia. D’annunzio è “incalzato” dalla mera facoltà di far poesia: quasi “condannato” a cadenzare le proprie parole nel numero del verso. La musica è il suo respiro naturale: le cose gli si ordinano da sole in ritmi armonici, affiorano al canto. È una poesia, in effetti, modulata sulle infinite variazioni di un impianto orfico fondamentale: la ragione del “discorsi” si sottomette al predominio dell’onda sonora, del fonosimbolismo. Tuttavia d’Annunzio ammette: «Io vi disposi nei modi / dell’arte». Cioè: il poeta – che pure qui emerge come mai – non dimentica di essere artista, provveduto della più alta e forbita retorica. E allora, contravvenendo in parte agli assunti di poetica che presiedono alla scrittura di Alcyone, puntella la musica elementare della natura col suo solito stile gentilizio ed enfatico, che gli consente ogni momento di mostrare quanto è bravo, nella misura in cui artefice di squisite soluzioni, degne di un lignaggio artistico e culturale di eccellenza. C’è tutto un apparato di stilemi preraffaelliti e classicistici – che a noi, oggi, suonano “paccottiglia” – finalizzati ad aspergere i versi di profumo arcaizzante e di allure aristocratica. Però d’Annunzio, al di là di ogni posa, è davvero convinto che lo splendore epifanico (e dunque la suggestione infinita dei contenuti) debba racchiudersi entro un linguaggio poetico di “forme” quanto più finite, ontologiche, sovratemporali. E tuttavia pare non accorgersi che certe sovrastrutture “decorative” giocano contro l’efficacia classica delle forme; difatti, anziché affilarle in funzione dell’essenza (la «prima origine»), le nascondono sotto una “patina” allotria che le appesantisce. Per questo la sua poesia spesso sorprende ma non intriga, poiché, come nota Giacomo Debenedetti, «mantiene subito, prima ancora di aver promesso»: non c’è “aldilà” profondo oltre le “belle parole”. Immagini suoni colori non si prolungano in echi, lievitando nel tempo, ma si risolvono nella meraviglia “barocca” del loro prodursi sensoriale: bastano fervidamente a se stessi, con la prepotente eloquenza della loro apparizione superficiale, della loro straripante magnificenza. E che il riferimento barocco sia pertinente basterebbe a dimostrarlo quanto scrive il Calcaterra su Giovan Battista Marino: «è il poeta dei cinque sensi, cioè della fascinazione sensoria, dell’arte adonica esaltata come indiamento afrodisiaco, della natura in amore. (…) egli ritiene anima del mondo una voluttà sensuale, che permea tutta la vita, egli non ha occhi che per l’empiria sensoria, da lui raffigurata nelle gradazioni più squisite. Nell’esprimere liricamente la sensualità visiva, tattile, uditiva, olfattiva, papillare, nel dire la poesia della natura in amore, l’ebbrezza della stagione in fiore, l’ardenza del sole estivo, l’oro dell’autunno, il sonno del verno, che, rispogliato, prepara altra primavera, egli ha spesso versi bellissimi (…). Dal godimento dell’empiria sensoria, dal senso voluttuoso, con cui il Marino coglie i colori, i suoni, i sapori, i profumi, le delizie tattili, prende anche vita il suo eloquio». Sono rilievi critici che, mutatis mutandis, potrebbero calzare benissimo anche a d’Annunzio. Una così straordinaria facilità di parola e di esecuzione, unita a uno sterminato patrimonio inventivo e a un bagaglio inesauribile di immagini e risorse tecniche, può lasciare ammirati e insieme perplessi: resta un fondo di freddezza artificiosa che neppure l’apparenza più sincera di abbandono riesce mai del tutto a scongiurare. Osserva ancora Debenedetti: «Questa formula potrebbe svolgersi nel suo senso peggiore, a indicare la fallace prontezza con un cui un d’Annunzio tutt’insieme meccanico, laborioso e improvvisatore, edifica barocchi castelli verbali o si abbandona all’enfatico, monotono lussureggiare delle frasi, una volta che è balzato in groppa al caval matto di ogni più friabile pretesto. Senonché, davanti ai pezzi più riusciti del d’Annunzio che abbiamo sott’occhio, penseresti invece a un poeta innamorato delle cose soprattutto attraverso i segni verbali che le esprimono; e pertanto ogni soggetto su cui egli si fermi, cioè ogni parola, attraendo i suoi più spontanei complementi, è afferrato francamente come occasione di nuove parole da idoleggiarsi in tutta la loro bellezza di organismi sillabici forbiti e suggestivi. Ond’è che nella poesia dannunziana il segno è sempre infervorato e intenso, amato in tutto il fulgore della sua intensità. Ne risulta una foltezza di segni tutti sensibili, e un’impressione grande di ricchezza». È proprio questa debordante ricchezza ad aver esercitato il suo appeal su più generazioni, inevitabilmente attratte da una poesia così sicura di sé, capace di sperimentare tutte le possibilità della parola. Il “protonovecento” della poesia italiana comincia da qui, e non solo in termini cronologici. Alcyone, fra l’altro, sdogana l’utilizzo del verso libero. E segna la grande scoperta “positiva” della natura mediterranea: quella che Verga scolpiva in chiave di stupefazione tragica e dolente, in d’Annunzio esplode come liberazione gioiosa. Anche Dino Campana cercherà di trovare la sua impossibile felicità nel «sudario di luce» del Mediterraneo. E dovrà farci i conti pure Montale, con gli Ossi di seppia, ammettendo d’Annunzio come termine ineludibile di riferimento.

Marco Onofrio

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