Claudiano, Libri Primi Praefatio, ” Il rapimento di Proserpina” (vv 1-12), di Roberto Taioli

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(Gian Lorenzo Bernini, Il ratto di Proserpina, 1621-22)

***

Inventa secuit primus qui nave profundum
et rudibus remis sollicitavit aquas,
qui dubiis ausus committere flatibus alnum
quas natura negat praebuit arte vias,
tranquillis primum trepidus se credit undis
litora secuto tramite summa legens;
mox longos temtpare sinus et linquere terras
et leni coepit pandere vela Noto;
ast ubi paulatim praeceps audacia crevit
cordaque languentem dedidicere metum,
iam vagus inrumpit pelagus caelumque secutus
Aegaeas hiemes Ioniunque domat

 

Chi per primo inventò una nave affrontò
Il mare profondo e con remi inadatti sfidò le onde,
osò abbandonare lo scafo ligneo ai soffi insicuri del vento
e donò con la sua arte nuove vie proibite dalla natura;
all’inizio trepidante si affidò alle onde tranquille
bordeggiando le coste con guida sicura,
poi iniziò a insinuarsi in più larghi golfi e ad abbandonare la terra
mollando le vele al dolce soffio del Noto.
Ma quando un po’ alla volta in lui si fece strada la temeraria audacia
e l’animò dimenticò le spossanti paure,
ormai pronto si slanciò nell’aperto mare
domando le tempeste dell’Egeo e lo Ionio al seguito delle stelle

(traduzione dal latino di Roberto Taioli)

 

Claudiano, poeta di origine greca, vissuto a Roma nel IV secolo dell’era cristiana, assiste al lento ma inesorabile sfarinarsi dell’Impero d’Occidente. Ultima propaggine di un mondo declinante, avverte con sgomento un profondo un senso di smarrimento e di perdita rispetto agli antichi fasti della classicità. Il suo ritorno a  Omero, Virgilio e ad Ovidio ha il senso di ripresa di un mito fondativo, di un ancoraggio sicuro che tanto o è più forte quanto più incalzanti le ondate della devastazione. Così rilegge l’antica storia di Proserpina e del suo rapimento da parte di Plutone, il dio dei morti, un materiale mitologico sedimentatosi nella classicità (vedasi Ovidio, Metamorfosi, V, vv. 385-550), ove il ratto della donna ha il sapore di uno sfregio alla originaria bellezza e   di una rottura compiuta dal male (Frigora dant rami, varios humus humida flores, / perpetuum ver est. Quo dum Proserpina luco /ludit et aut violas aut candida lilia carpit, dumque puellari studio calathosque sinumque /implet et aequales certat superare legendo, vv. 39O- 394). Il bel gioco floreale è interrotto dalla furia del rapitore al punto che la veste della fanciulla si lacerò e i fiori si dispersero dolorosamente ( haec quoque virgineum movit iactura dolorem, v. 401). Non sappiamo, ma forse non escludiamo che il dolore per la perdita dei fiori , ancor più della sua stessa sorte, fosse per Proserpina anche il dolore di questi, caduti dal luogo tranquillo della sua veste, come per un processo di partecipazione. La natura dolente, come il prato d’inverno di Leopardi Ma tornando alla Praefatio di Claudiano, notiamo che essa si differenzia dal modello canonico dei poemi epici e mitologici in quanto non contiene l’oggetto della narrazione, rimandato al Liber Primus, né l’invocazione agli dei o alle Muse per proteggere l’impresa del poeta. La Praefatio risuona di un tono profetico, anche se detto con le velate parole dell’allusione, introduce inaspettatamente la figura altamente simbolica del nocchiero che, rinnovellato Prometeo, ha donato all’uomo l’arte del navigare e quindi l’ansia della conoscenza, come il poeta che non s’accontenta di bordeggiare lungo acque tranquille ma cerca il pelagus, il mare aperto e insidioso della parola. E’ questa grande figura che preme a Claudiano di focalizzare, il potere salvifico della parola e della poesia riformulata e riplasmata nel suo antico nitore. Così lo ricorda anche J. K. Huysmans, non a caso una grande figura del decadentismo europeo novecentesco nel suo romanzo A’ rebours , che dice del poema di Claudiano: “ Nell’impero d’Occidente, che sempre più si va sfasciando nel cruento pantano dei massacri che si susseguono incessanti intorno a lui, nella perenne minaccia dei barbari che si pigiano ormai in folla alle porte dell’impero e ne fanno scricchiolare i cardini, Claudiano resuscita l’antichità, canta il ratto di Proserpina, sfida il tempo con lo smagliare dei suoi colori, passa con tutti i suoi fuochi accesi nel buio che inghiotte il mondo”. Huysmans legge qui, nell’incompiuto poema di Claudiano, la cifra premonitrice della decadenza sempre incombente per l’umanità.

Roberto Taioli

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