Tre poesie inedite di Marco Onofrio

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QUALCOSA DI ROSSO

Da quali lontananze sto tornando?

Come dopo un sogno non ricordo
ciò che ho visto: sfugge
all’ultimo, in uno spazio altro
l’incomprensibile verità
dopo la parola,
sotto l’apparenza di un bagliore
che non ho mai visto
così profondo
dall’ombra di un ricordo
che non ho.
È il Muro: nessuno può aggirarlo
finché vive.
E la meta resta chiusa, velata
dentro un nuovo inizio.

C’è qualcosa di rosso nel tuo profumo
quando respiro – dal suono
che sciaborda nella gonna –
la dolce leggerezza della vita.
È il brivido di un’ignota felicità.
I miei occhi di pietra fissano
bianchi, le nuvole, bianche
e tutto ciò che vedo sono io.

Quanto pesa il cielo?

La luce, col suo buio fulgido
lascia un’impronta indelebile
sul piano metafisico del tempo.
Cascata di impressioni fuggitive
è la presenza: prisma
dell’assoluto eterno che non può
ascoltare il suono che produce.
Solo qui, c’è il canto quieto
delle stagioni.

La senti la voce del vuoto
l’eco primordiale che ritorna
dalle più lontane profondità?
È un istante perduto per sempre
dentro quella lingua elementare:
non la parliamo più
non la capiamo.

Poter raccogliere l’immenso desiderio
e partire, partire per l’ignoto
oltre le colonne della storia
sul mare sconfinato del silenzio
laggiù … laggiù …
dove si spalancano visioni.

Guarderò alle rose, ai fiori blu
che sbocciano dai rovi scheletriti.

Metti qualcosa di rosso, stasera
usciamo: andiamo a far baldoria
ché apparteniamo al mondo
e siamo vivi!

 

SERA DI GIUGNO

Eccomi, sono arrivato. Tremo
di gioia fino ai bordi dell’estate
ancora nuovamente innamorato
dinanzi a una bellezza così pura.

Oh estasi, infinità sognante!
Profonda limpidezza della vita.

Scie d’azzurro viola nel gran blu
scavano gallerie nel sole:
isole, sulle foglie larghe
della tua magnolia.

Ondeggia – crisoberillo – il manto
luminoso della sera.
La ragazza si prepara per
il ballo. Annoda il tappeto del tempo:
ora dopo ora si fa storia.
Tra poco sarà notte.

C’è del pulviscolo che rotea lento
dentro i raggi obliqui:
vaga per l’aria tenera
giallo d’opale e amaranto
l’oro misterioso verderame
il dolce incanto …
e il cielo, gonfio, s’introna
con gli uccelli a frotte:
cupa spelonca purpurea
lucido reame
spento dal suo ultimo bagliore …

Ecco, i colori lasciano le cose.
Un altro giorno muore.

 

LA PRIMA NOTTE DEL CREATO

Scintillano, in giri silenziosi
arabeschi mobili come
geroglifici: figure fantastiche
linee, tracce del tempo
archi che cedono
rapporti, cordonate d’aria
vertici, nuvole ammontate
nicchie, passerelle, cornicioni
curve mutevoli, cupole
conchiglie, scale elicoidali
fessure, rilievi, ombre
musiche e parole.

È il ritmo cosmico: palpita
l’onda misteriosa e immateriale
il fluire eterno, la potenza
delle cose nascenti
e nasciture: la circolazione
senza fine delle energie
pulsanti, mutevoli
oscillanti.

Il cielo è un camaleonte
che risale i muri
universali
dello spazio vuoto
mentre i colori cambiano
ogni istante.

Riuscirò, un giorno
a volare in carne e ossa
senza ali? A tuffarmi
nell’immensità?

La luce batte nel vento
che si agita, bandiera
bianca sopra la pianura.

Poi, a sera, il verde marezzato
che s’inconca
dentro l’arancione del tramonto
e il rosso cupo, il nero
e il grigio, il viola
e l’oro dell’oscurità.

Pare la prima notte del creato
e tutto s’apre
finalmente fatto come nuovo
nel mistero del suo
significato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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2 commenti
  1. So che è sconveniente dirlo, quando alcune poesie non ci vanno, ma confido possa essere utile anche il parere di un lettore occasionale.
    Capita che guardando all’orizzonte ci confondiamo con l’infinito e ci scordiamo dei nostri limiti. La nostra finitezza si riduce alla quotidianità, e l’infinito leopardiano diventa territorio di personali conquiste: una landa sconfinata, che non esiste, dove brilla sopra di ogni altra cosa il crisoberillo. Questo è l’aspetto che non so risolvere ogni qualvolta mi capita di leggere poesie che trattano del nulla. Tra Leopardi, Montale, per poi tornare a Shelley, nell’ordine sento muoversi vecchie, benefiche letture. E mi viene un po’ di nostalgia.

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