Patrizia Valduga: Leopardi non è un poeta

Non avevo voglia di trascrivere quello che la Valduga dice di Leopardi. Vi invito ad aprire il link e sentire la sua voce dire assurdità.

https://www.youtube.com/watch?v=9YjSo6smSTI

20 commenti
  1. Avatar di leopoldo2013
  2. Avatar di Maria Grazia Di Biagio
  3. Avatar di Fabio Lacovara
  4. Avatar di almerighi
  5. Avatar di Lucio Mayoor Tosi

    Pascoli esercita un potere soporifero, simile ad una ipnosi, tale per cui il lettore s’addormenta restando in sua balia; dopodiché, quel che dice, non è in alcun modo paragonabile a quell’altro infinito. Ma a me piace che qualcuno dica delle stramberie: si sa che ai poeti non viene perdonata la notorietà.

  6. Avatar di fattorina1
  7. Avatar di Ennio Abate

    Al di là della miseria antipatico-patetico-ridicola delle opinioni espresse dalla Valduga, che neppure riprenderei su un blog di poesia, su una cosa c’è da riflettere seriamente: la signora non fa che esprimere un clichè crociano ben radicato nella cultura italiana; e cioè che la poesia è tanto più poesia se si stacca da intelletto e ragione.
    Per Croce la struttura della “Commedia” era un appesantimento e gli “Idilli” di Leopardi andavano bene solo nei quadretti iniziali.
    La Valduga teatralizza e volgarizza per l’oggi questi concetti crociani.
    E, allora, se c’è da prendersela con lei, bisogna tanto più prendersela con tutta questa visione della poesia.
    Il discorso allora diventerebbe più interessante. Non riguarderebbe solo la persona della signora in questione e non scatenerebbe commenti viscerali e misogini come quelli che si leggono sotto il video di You Tube qui linkato.
    (Non è bello vedere che la stupidità venga commentata con altra stupidità).
    Riguarderebbe, invece, tre quarti, se non di più, dei poeti di questo Paese.

  8. Avatar di Luciano Nota

    Caro Ennio, hai pienamente ragione quando scrivi che la Valduga teatralizza e volgarizza i concetti crociani. Ricordiamo che il Croce nel suo “Leopardi in poesia e non poesia” giudica poesia quella degli idilli, di alcuni canti del ciclo di Aspasia e alcune operette morali. Sai bene, sconfessato da altri critici e filosofi: Giovanni Gentile, Walter Binni, Asor Rosa e poeti come il Carducci, Cardarelli, Cecchi ecc,ecc. Solo la Valduga può dire oggi che l’Infinito leopardiano non è poesia, e poi in che modo lo dice… Riporto qui un passo tratto da “Leopardi in poesia e non poesia”, è ben altro rispetto a quello che farnetica la Valduga. Eccolo : Dove si trovi la poesia del Leopardi è già additato dalla comune coscienza critica, la quale, dopo avere accolto freddamente le Operette Morali, rifiutati i Paralipomeni e la Palinodia, accusava di prosaicità la Ginestra e altri carmi, con atto risoluto e per opera del De Sanctis e facendo gridare i fanatici del patriottismo (dal Settembrini al Carducci), riconobbe altresì che le prime canzoni sono oratoria e oratoria di scuola, che di quelle frenetiche o imprecanti si salvano poeticamente solo alcuni tratti, che ci sono riserve da fare su parecchie delle restanti, e indirizzò l’ammirazione soprattutto ai cosiddetti «idilli», a quelli giovanili e ai posteriori, ai piccoli, e ai «grandi idilli».
    Basta, a me sembra, guardarsi dal materializzare questa predilezione in una esclusiva e totale lode data ad alcuni particolari componimenti, e intenderla nel suo senso ideale e profondo, per ottenere il criterio onde si discerne la vera poesia del Leopardi. Il quale, come abbiamo detto, fu un «escluso dalla vita», ma non sì che non avesse nel primo tempo giovanile sognato e sperato e amato e gioito e pianto, e non gli accadesse di poi, in certi momenti, di risentirsi vivere e l’animo gli si riaprisse alle trepide commozioni. In questi momenti in cui egli, nel lontano o nel prossimo ricordo, si rivedeva congiunto col mondo, la sua fantasia si mosse poeticamente: ché la poesia potrà essere tutto ciò che si vuole, ma non mai gelida e acosmica. Sono i momenti della Sera del di di festa, della Vita solitaria, dell’Infinito, del Sabato del Villaggio, della Quiete dopo la tempesta, delle Ricordanze, di Silvia. Allora la sua parola acquista colore, il suo ritmo si fa dolce e flessuoso e pieno di armonie e di intime rime, la commozione trema riflettendosi nella pura e lucente goccia di rugiada della poesia. L’effetto è tanto più potente quanto più quei momenti di vita, quegli sguardi rivolti al mondo circostante, non per rigettarlo ma per accoglierlo in sé simpaticamente, quegli impeti di desiderio, quelle speranze d’amore, quell’intenerimento, quella soavità hanno quasi del furtivo, sono strappati al duro destino che intorno preme, al gelo che invade, e si esprimono con la ritenutezza, la modestia, la castità di chi dice cose a lui non consuete. Donde il loro particolare incanto, il lieve incarnato nel pallore di questa poesia, che fa impallidire al confronto molta letteratura dai ricchi e vivaci colori. Chi non porta nella memoria e nel cuore le immagini che in essa affiorano, le divine immagini, figure di fanciulle, aspetti di paesaggio, opere di umile gente? Silvia al telaio, che canta nel maggio odoroso, con la mente piena di un vago sogno, e il giovane signore che lascia le carte e tende l’orecchio al suono di quella voce, e congiunge il suo al sogno della fanciulla; – le sere nel giardino della casa paterna, e il cielo stellato, e il canto della rana, e la lucciola che erra presso le siepi, e le voci domestiche che intanto si alternano tra le mura, mentre il desiderio e il pensiero navigano nell’infinito; – il tranquillo villaggio alla sera del sabato con la ragazza che ha in mano i fiori per adornarsi il domani, e la vecchierella che ciarla del passato, e i fanciulli che saltano e gridano, e lo zappatore che torna alla sua parca mensa pensando al giorno del suo riposo, e il fabbro e il falegname che, quando già tutto dorme, affrettano il compito del loro lavoro, come il lume che traluce dalla chiusa bottega ne dà indizio; – la sera del giorno festivo, piena di tristezza, col ricordo del canto che s’ode morire a poco a poco lontanando; – il solitario margine del lago, di «taciturne piante incoronato», presso cui egli si assideva e si abbandonava e si faceva immoto con l’immota natura; – l’impressione della vita che si ravviva dopo la tempesta; e altre simili, nuove ed eterne, creazioni? E le parole definitive, come: «Quando beltà splendeva Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi»; e i versi perfetti: «Viene il vento recando il suon dell’ora Dalla torre del borgo…» ; «Dolce e chiara è la notte e senza vento…».

    Con questi ricordi di vita salgono alla poesia quegli altri momenti in cui il Leopardi si raccoglie in un mondo intellettuale che gli è caro e, per così dire, ama l’amore e insieme con l’amore ama la morte, come nel bellissimo Pensiero dominante e in Amore e Morte, che, pur sotto forma meditativa, non sono didascalica; e non didascalica ma drammatica è l’Aspasia, in cui egli, dal naufragio dell’ultimo amore, si raccoglie sulla ferma sponda dell’intelletto e ritrova la sua forza nello spiegare a sé stesso quello che gli è accaduto, e nel teorizzarlo, e l’antica seduzione ancora vibra nell’anima, ma egli crede di averla sorpassata e di dominarla mercè quella calma del pensiero.

  9. Avatar di Maria Grazia Di Biagio

    Facciamo finta di stare tutti assieme davanti a una buona tazza di caffè e parliamone. Era l’ottobre del 2013, quando la redazione della rivista Nuovi Argomenti postava su fb un articolo relativo alla poesia di Patrizia Valduga con considerazioni della stessa autrice sui propri scritti.
    Premetto che all’epoca la sottoscritta era impegnata in una campagna di sensibilizzazione contro la violenza fisica e psicologica sulla donna.
    L’articolo esordiva con questi versi:

    Osceno e sacro l’amore delibera
    stessa sede per sé e per gli escrementi.
    Se non mi leghi io non sarò mai libera,
    né casta mai se tu non mi violenti.
    (2004)

    Di seguito, l’autrice dichiarava quanto segue: “I primi due versi sono quasi per intero di Yeats, dalla poesia Crazy Jane talks with the Bishop: “but Love has pitched his mansion in / the place of excrement” (“ma Amore piantò la sua dimora / nel luogo degli escrementi”, nell’italiano di Ariodante Marianni). Gli altri due sono per intero di Donne, dal XIV degli Holy Sonnets: “… for I / except you’enthrall mee, never shall be free, / nor ever chast, except you ravish mee” (“… se tu / non m’incateni non sarò mai libero, / casto mai se tu non mi volenti”, nell’italiano di Cristina Campo)”.

    Praticamente, a parte il copia-incolla, che non è un bell’esempio di poesia ispirata, faceva uso strumentale di versi estrapolati dal loro contesto storico. Si pensi soltanto che i versi J Donne sono una preghiera rivolta a Dio e il verbo “violentare” è inteso come “rapire in estasi”.

    Mi alterai un tantino e non me lo tenni per me.
    Inoltre, la poetessa dichiarava di avere fantasie masochiste e di aver sognato addirittura di essere violentata dal marchese De Sade.
    Al ché non ci ho visto più e sbottai. Sembrava come se allargasse le gambe e invitasse i maschi ad accomodarsi.
    Giustamente Partizia Sardisco mi fece notare che avevo mancato di rispetto alla signora. Può darsi, però anche la signora, come poeta e come donna, aveva mancato di rispetto verso i lettori e verso tutte le donne. O no?

    • Avatar di Patrizia Sardisco

      Oh mia cara, fui grossolana allora, me ne accorgo adesso e te ne chiedo scusa qui, doppiamente grossolana se sono riuscita al contempo a non esprimere chiaramente il mio pensiero e a dare l’impressione di un “attacco” nei tuoi confronti! No, cara. Malamente, mi rendo conto, cercavo di dire che chi la poesia la scrive (e non soltanto la legge o la studia in qualità di critico, per esempio) sa più di ogni altro quanto costi l’uso di ogni singola parola, quanti graffi lasci questo lavorìo intenso di condensazioni e spostamenti a occhi aperti; cercavo di dire che se ci fossi stata tu, al suo posto, in quella rubrica, mi sarebbe dispiaciuto ugualmente… non perché a me piaccia la Valduga ma perché mi fa paura la pretesa di mettere una parola definitiva su ciò che è poesia e ciò che non lo è…zucchino o osso di prosciutto (e lo dico apposta, perchè sai quanto io ami la tua poesia e non vorrei mai che qualcuno dicesse che non c’è posto per l’osso di prosciutto in poesia). La Valduga non mi piace, del suo erotismo non so che farmene, ma qualcuno la legge, a qualcuno piace: ecco io rispetto questo qualcuno. E’ quella l’umiltà di cui parlavo: non penso mai che tutto quello che non capisco o non mi piace sia da buttare ma semplicemente che non parla a me. E per quello che conosco di te, credo converrai che non valga la pena farsi prendere al laccio dal gioco del “dentro/fuori”, con tutto questo darsi di becco a vicenda… guarda che figura sta facendo la signora Valduga: certo lei l’ha pensata in grande, non si accontenta di prendersela con il vicino di scaffale..
      un abbraccio e grazie per il caffè…
      Patrizia Sardisco

      • Avatar di Maria Grazia Di Biagio

        Patrizia, non mi devi nessuna spiegazione, noi ci stimiamo e nulla ci scalfisce! A dirtela tutta, furono i ragazzi di Nuovi Argomenti ad invitarmi con un messaggio privato a lasciare un commento sul sito sperando che l’autrice intervenisse personalmente nella risposta ( loro sapevano cosa pensavo di quei versi). Sai com’è, una testa calda alla Sgarbi, ogni tanto fa comodo, nel gioco dell’audience.
        La prossima volta col caffé porto i pasticcini.

  10. Avatar di Ennio Abate

    “Giustamente Partizia Sardisco mi fece notare che avevo mancato di rispetto alla signora. Può darsi, però anche la signora, come poeta e come donna, aveva mancato di rispetto verso i lettori e verso tutte le donne. O no?” (Di Biagio)

    Ma la categoria del ‘rispetto’ ha senso in poesia o nell’arte?
    ( E poi il “montaggio” di citazioni – esplicite o implicite – perché si ridurrebbe a un meccanico copia/incolla? C’è – parlo in generale e non riferendomi a questo caso, che andrebbe ragionato analiticamente – un’arte del montaggio che non è mica disprezzabile. Nei casi più semplici è il rimuginio che la memoria fa della tradizione. Nei casi più complessi – penso a W. Benjamin – dà una visione del mondo inedita.

Lascia un commento