Domenico Gilio letto da Marco Onofrio

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Domenico Gilio Parole al tempio EdiLet, 2012, pp. 120, Euro 12
Parole al tempio segna la maturazione definitiva della poesia metafisica (a un tempo classica e sublime) di Domenico Gilio, giunto qui alla sua sesta raccolta. E mi piace immaginare che questo libro sappia disegnare un percorso dal “tempo” al “tempio”, attraverso il vettore della parola: dal tempo umano dell’esperienza al tempio metafisico della natura, coi suoi arcani semplici universali significati. L’intenzione poetica di Gilio sembra animata dalla volontà di penetrare nell’“opera del mondo”, nella fabbrica fervida del divenire, alla radice delle forze e delle identità. Le assonanze del libro sfiorano una dimensione da “rerum natura”: “Nella natura delle cose” è, infatti, il titolo di una delle 82 composizioni raccolte.

Nella natura delle cose
io e il Tutto nei palpiti
di tutti i tempi.
(…)
Io, ultima realtà venuta,
io segno un passo di questo cammino,

ascolto il movimento
di esseri invisibili:
l’armonia di un silenzio infinito,
quiete densa
di emanazioni
di significati.

Sono liriche che tendono alla condizione di “inni naturali”. Dunque organicità di una “melodia circolare” che abbraccia e ingloba il mondo per cerchi concentrici. È una poesia che nasce da un assenso primordiale e preliminare alla necessità cosmica dell’essere: dalla volontà e dalla capacità di “dire sì alla vita”. Dal mondo affiora il sorriso enigmatico dell’essenza, il brivido fuggente della bellezza, il mistero della materia: l’aseità, la quiddità impenetrabile delle cose “a sé stanti, a sé date”:

Sono assorte le rose
in un antico
sogno d’avvenenza.

La stasi divina dell’essere contrasta apparentemente (in realtà si compenetra organicamente) con l’eternità del divenire: il legame oscuro che ci accomuna agli esseri, la forza invisibile delle cose che accadono, l’“oscura necessità remota / che fa apparire le cose dal nulla / e le richiama indietro alle radici”. E allora movimenti, incontri, mutamenti (“moto vibrante / eterno: vita e morte”), mescolati e inestricabili, in una dinamica meccanicistica di cicli, di corsi e ricorsi, regolati dall’andare e dal venire interminabile, dalle onde alterne dell’universo. Il “palpito strano” dell’energia produce il “dolce suono”, cioè il rumore del mondo, la voce stessa della natura dentro il suo fervore: lo “zufolio trattenuto di minuscole dita”, il “brusio lontano delle spighe”, le “ombre formicolanti”. La poesia diventa ascolto sopracuto di movimenti invisibili, di minuscole impercettibili trasformazioni: “la terra è un tremolio per ogni zolla”. C’è questa volontà di giungere ai fondamenti infinitesimi della realtà, all’invisibile che si cela sotto la visione apparente delle superfici, riprendendo contatto con le energie profonde della vita: come le radici abbarbicate che traggono alimento dalla terra. C’è tutto un versante generoso e turgido, sanguigno, della poesia di Gilio dedicato al canto consonante dei nutrimenti terrestri:

Calda e feconda
la terra voluttuosa stende
tutta la pelle al sole.
Il seme scende e trova
il suo seno già caldo,
come di donna che lo ama.

Il contesto naturalistico degli scenari agresti o campestri è il tracciato che consente un recupero della “primitiva solarità”: girasoli ebbri di luce, fuoco di papaveri, oro di ginestre, canto di cicale; e il “fulgore oltreumano del giorno” sulla terra che “da un trono di splendore / apre il suo grembo d’oro”. Da una parte dunque i segni del mondo (il tempio della natura); dall’altra il tempo dell’umana condizione: il cammino “dato per caso / verso una meta ignota” con la “promessa di un bene che tu senti e cerchi” ma “non sai quale sia”; quell’essere annodati a un filo fragile; lo stare “in elegia” tra “cose non ancora perdute e non più vive”. L’esperienza umana del tempo è minata da caducità: “ferisce l’uomo al cuore il divenire”, giacché tutto passa inesorabile, la vita sfuma e si cancellano i contorni delle cose: “nel labile momento / mentre parliamo è già tutto diverso”. Che potere di persistenza ha nel tempo la memoria? Quale capacità di fermare le cose, di non lasciarle svanire? “Che io rubi questo momento” dice il poeta: che lo sottragga per sempre alla morte, facendone specchio di luce assoluta, di rivelazione. Ecco la potente tensione metafisica della poesia di Gilio: la sua capacità di sfiorare – attraverso un atteggiamento di “mistico fervore” e “religioso amore” – l’essenza degli esseri, il volto sotto la maschera, lo spirito del tempo e della vita. Oltre i sensi fallaci e i vani simulacri, oltre i limiti umani materiali, “cogliere in segreto / il sacro delle cose”. Gilio è convinto che “le cose sono più delle parole”; ma le parole, che “gemmano” dalle cose, sono a loro volta la luce del mondo. La parola è un “segno lieve” che riscatta l’esperienza umana “oltre l’oblio oscuro della vita”. Il percorso poetico di Gilio sembra proteso alla verifica (e alla conseguente accentuazione) del potere della parola, della dicibilità ancora attuabile delle cose nella parola. Il silenzio sconfinato del mondo è saturo di emanazioni, di significati che emergono da “ignote fonti” per poi rifulgere dentro la parola del poeta: la parola-epifania che nomina, che fonda in essere la cosa, che fa tornare “sacra” l’ora fuggitiva nella percezione estatica di un “perenne precario incantamento”.

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