
Il Signor Cogito è l’uomo dell’Occidente, colui che pensa dunque è. Herbert in questa poesia lo invita ad agire perché il pensiero guida l’azione, e quest’ultima è un atto insieme etico, politico ed estetico. Gli rispondono, sul tema, Ryszard Krynicki e Giorgio Linguaglossa. (traduzioni dal polacco di Paolo Statuti)
Zbigniev Herbert
Il sermone del signor Cogito
Va’ dove andaron quelli fino all’oscura meta
cercando il vello d’oro del nulla – tuo ultimo premio
va’ fiero tra quelli che stanno inginocchiati
tra spalle voltate e nella polvere abbattute
non per vivere ti sei salvato
hai poco tempo devi testimoniare
abbi coraggio quando il senno delude abbi coraggio
in fin dei conti questo solo è importante
e la tua Rabbia impotente sia come il mare
ogni volta che udrai la voce degli oppressi e dei frustati
non ti abbandoni tuo fratello lo Sdegno
per le spie i boia e i vili – essi vinceranno
sulla tua bara con sollievo getteranno una zolla
e il tarlo descriverà la tua vita allineata
e non perdonare invero non è in tuo potere
perdonare in nome di quelli traditi all’alba
ma guardati dall’inutile orgoglio
osserva allo specchio la tua faccia da pagliaccio
ripeti: m’hanno chiamato – non credo ch’io sia il migliore
fuggi l’aridità del cuore ama la fonte mattutina
l’uccello dal nome ignoto la quercia d’inverno
la luce sul muro il fulgore del cielo
ad essi non serve il tuo caldo respiro
son solo per dirti: nessuno ti consolerà
bada – quando la luna sui monti darà il segnale – alzati e va’
finché il sangue nel petto rivolgerà la tua scura stella
ripeti gli antichi scongiuri dell’uomo fiabe e leggende
raggiungerai così quel bene che non raggiungerai
ripeti solenni parole ripetile con tenacia
come quelli che andaron nel deserto perendo nella sabbia
e ti premieranno per questo come altrimenti non possono
con la sferza della beffa con la morte nel letamaio
va’ perché solo così sarai ammesso tra quei gelidi teschi
nel manipolo dei tuoi avi: Ghilgamesh, Ettore, Rolando
che difendono un regno sconfinato e città di ceneri
sii fedele va’
Ryszard Krynicki
La lingua, questa escrescenza carnosa

Al Signor Zbigniew Herbert
e al signor Cogito
la lingua, questa escrescenza carnosa che cresce nella ferita,
nell’aperta ferita della bocca, della bocca che si ciba di falsa verità,
la lingua, questo cuore scoperto che batte sull’esterno, questa nuda lama,
che è un’arma indifesa, questo bavaglio che soffoca
le fallite rivolte delle parole, questa bestia che ogni giorno familiarizza
con i denti umani, questa cosa disumana, che cresce in noi e ci
sormonta, questa bestia nutrita con la carne avvelenata del corpo,
questa bandiera rossa, che ingoiamo e sputiamo col sangue, questo
bìfido che ci accerchia, questa verace menzogna che abbaglia,
questo fanciullo, che imparando il vero, veracemente mentisce
1975, da: “Organismo collettivo”
Giorgio Linguaglossa
al Signor Cogito di Zbigniev Herbert
Adesso capisco le geometrie implacabili di Escher,
quelle scale che non conducono in alcun luogo,
quei piani inclinati
che si inclinano sempre di più, quei vortici
di spigoli che sembrano discendere, ed invece
salgono verso l’alto, dove non si sa,
probabilmente verso nessun luogo,
comprendo le «bottiglie» di Morandi
e le «piazze d’Italia» di De Chirico
con il vento che le attraversa, quel vento che
nei dipinti di Morandi invece non c’è;
comprendo Benjamin Britten il quale diceva che
scriveva musica per gli uomini
comprendo anche Platone con l’utopia
della Repubblica perfetta
con a capo i filosofi e in basso gli schiavi
e «La città del sole» di Tommaso Campanella
dove tutti sono liberi e c’è commercio paritario di donne,
capisco perfino il Signor Kogito, quel maleducato
che quando esce sbatte sempre la porta, adesso ho imparato
a comprenderlo: intendo le sue ragioni,
la legislazione delle sue idee che come pinnacoli
bucano il cielo della Ragione.
Dice il Signor Kogito:
«le mie ragioni sono usucapioni della Ragione universale».
Ho imparato, a mie spese, tutto ciò.
Comprendo anche il perché un filosofo come De Sideribus
mi sia stato ostile in tutti questi volgari anni,
e Sesto Empirico, e Quinto Metafisico,
anche costoro mi sono stati ostili,
comprendo anche perché Emanuele Kant
passeggiasse per le vie di Heidelberg
puntuale sempre alla stessa ora
prima che i lanternai accendessero le lanterne.
Ma, ti chiedo: «a che mi serve tutto ciò?, intendo:
che vantaggio ne ho tratto?».
Forse era preferibile quando ero giovane,
quando dubitavo di tutto ma ero ancora
capace di credere.
2013




ED IO COMPRENDO TE…
(a Giorgio Linguaglossa)
Ed io comprendo te
narratore di isole infelici
dove approdano anime in cerca di sé.
Ho fatto parte anch’io
di quelle schiere in verticale
che nell’ascesi un dubbio li assaliva
ed era come annegare
ancora prima d’imparare
a camminar sull’acqua in movimento.
E’ vero che forse è Utopia
“la città del sole” e il libero scambio
la magnificenza del donarsi!
Misero passaggio di filosofi
narranti ipersistemi
con deboli argomentazioni
in soluzione di contraddizioni.
Non è stato Sesto Empirico
che ti è stato ostile o De Sideribus
ho camminato le vie di Heidelberg
ma non ho incontrato Kant
però ho parlato con Zenone
in un angolo di Elea
e sai, mi ha chiarito a cosa servono
le lanterne che qualcuno accende
prima che venga sera
così non ho inciampato e non son caduto.
Eppure non ero tanto giovane!
molto bella questa poesia di Francesco Tarantino che qui ringrazio per la dedica. Anche Tarantino affronta in questa poesia il problema del rapporto tra il poeta e il proprio tempo, il rapporto che lega il poeta e i filosofi del proprio tempo. L’ostilità tra il poeta e i filosofi è cosa vecchia, i filosofi vogliono piegare la poesia al proprio quadro teorico, entro la propria griglia concettuale: di qui l’ostilità. Il poeta capirà a proprie spese che si raggiunge l’autenticità della propria lingua soltanto se non presta ascolto al canto delle sirene del Potere, soltanto allora la Lingua dispiegherà i suoi fasti e gli consentirà di costruire il Bello. C’è sì una legislazione del Bello, come ci insegna Kant, ma è una legislazione post festum, che avviene dopo la presa di posizione tra il poeta e il proprio tempo.