Zbyněk Hejda POESIE trad Alberto Di Paola e Kateřina Zoufalová

Hejda_©_Petr Kotyk
In omaggio al poeta ceco Zbyněk Hejda, scomparso recentemente, il 16 novembre 2013, dedichiamo questa pagina di apertura di una rubrica che presenterà, di volta in volta, autori stranieri. La nota biobibliografica è dello studioso Vratislav Fäber, redattore e curatore di poesia ceca contemporanea. I testi poetici sono tratti dal libro Zbyněk Hejda: Básně, Praha, Torst, 1996. La traduzione è di Alberto Di Paola e Kateřina Zoufalová per la antologia di poesia 3X2, Praga – Madrid- Roma, 2009, edito dal PamátníkNárodníhoPísemnictví di Praga.
Poeta e traduttore, Zbyněk Hejda è nato nel 1930 a Hradec Králove. Si è laureato in storia e filosofia nel 1953 presso l’Università Carlo IV di Praga, dove ha lavorato fino al 1958 come assistente. Negli anni 1958-1968 lavora presso il Centro storico-geografico-naturalistico del Servizio informazioni di Praga, ed in seguito, per un breve periodo, è redattore per la casa editrice Horizont. Negli anni 60’ collabora assiduamente con il mensile Tvář, e dall’anno 1985 con la rivista StředníEvropa (Mitteleuropa). Dal 1969 lavora in un negozio di libri antichi e usati, ma deve abbandonare la professione poi che è uno dei firmatari della Charta 77. Negli anni 80’ si mantiene lavorando come portinaio. Negli anni 1990-95 tiene lezione di Antropologia culturale presso l’Istituto di Scienze umane della Prima facoltà di Medicina, presso l’Università Carlo IV. Zbyněk Hejda debutta nell’anno 1964 con il libro di poesie Všechnaslast (Tutta delizia) che contiene anche l’edizione, per bibliofili, della raccolta A tadyvšudemuziky je plno (E qui c’è musica ovunque, 1963). Successivamente, in esilio, ha pubblicato discontinuamente le proprie raccolte – o solo le sintesi di queste – in diverse edizioni in samizdat: Blízkostismrt (Nelle vicinanze della morte, 1978,), Lady Felthamová (1979), Třibásně (Tre poesie, 1987, ampliate in Pobyt v sanatoriu (Permanenza in sanatorio, 1993). Insieme alla raccolta Valse mélancolique (1995) e al primo testo in prosa Nikohotamnepotkám (Lì non conosco nessuno), ha riunito tutta la sua opera precedente in Básně (Poesie, 1996). Hanno fatto seguito Cesta k Cerekvi (Viaggio a Cerekev, 2004, : appunti diaristici degli anni 1960-1962) e Sny… (Sogni…, 2007, : testi in prosa e poesia accomunati dal tema del sogno, contenuti già nelle raccolte precedenti). Le traduzioni di George Trakl, Gottfried Benn e di Emily Dickinson sono presenti in Překlady (Traduzioni, 1998). Come editore, Hejda, ha preso parte, tra le altre, anche alle edizioni delle poesie di Ivan Blatny (1919-1990; poeta ceco, dal 1948 in esilio, fu membro della famosa Skupina 42 – Gruppo 42 : Associazione dei moderni artisti cechi).La poesia di ZbyněkHejda è stata tradotta in francese, tedesco e inglese: Lady Felthmansuivi de troispoèmes (1989), Valse mélancolique (Valzer melanconico, 2008); Lady Felthman e Valse mélancolique (2002); A stay in a sanatorium e altri poemi (2005). Nel contesto della poesia ceca contemporanea l’opera di Hejda è unica non per ampiezza, bensì per l’intensa profondità poetica e la ricercatezza formale. Il poeta articola senza compassione il tema fondamentale della coscienza della finitezza e della fugacità dell’esistenza umana. L’io lirico supera tale coscienza innanzitutto nell’elemento amoroso, che soffre come fosse una sete fisica “perché tutta la voluttà deve essere consumata…”. Questo concetto assume in Blízkostismrt (Nelle vicinanze della morte), in particolare nelle scene visionarie dei cimiteri di campagna, il carattere oggettivo proprio di un mito agreste. In Lady Felthamová l’esperienza del Nulla culmina nelle riflessioni sulla solitudine dolorosa e desolata, le quali si placano laddove arriva, per un attimo, l’illuminante bellezza della Natura. Un effetto mitigante è proprio dell’atmosfera fantastica dei sogni, microstorie paradossali scritte con sottile humour.
Il leitmotiv di Pobyt v sanatoriu (Permanenza in sanatorio) continua ad essere la fugacità del tempo e la paura della morte che solo qui, tuttavia, assume sembianza reale nella preoccupazione per il destino dei propri cari. Il desiderio di trattenere l’intrattenibile, di fermare il tempo vivo! A questo sforzo – che cerca di ponderare le possibilità e l’impotenza delle parole – corrisponde anche uno stile meno ornamentale, un’espressione più civile e un ritmo tipico delle successive poesie di Hejda. Nella raccolta Valse mélancolique si rafforza il tono evocativo (emergono momenti dell’infanzia, ricordi del padre), ma anche il gioco delle allusioni letterarie. Rimane però l’implacabile certezza della solitudine e dell’inevitabilità della fine. (trad. Mauro Ruggiero)

Mentre si capovolge la clessidra 37

Mentre si capovolge la clessidra
il tempo lascia cadere qualcosa.
Così fuoriesce dal tempo la spiaggia
con le impronte di donne sdraiate.

E forse non sono nemmeno consapevoli del senso
del distendersi, dei ginocchi sollevati,
quando anche i colori del maschio lavorano
sui quadri dei loro ventri abbronzati.

E verso sera si levano dalle impronte, se ne vanno,
e anche noi andiamo via. E resta il senso straniato
che coperto per tutta la notte dalle impronte
sventolerà sulla spiaggia, come un vessillo lacerato.

Cadrà la pioggia nelle impronte, e indifferente
le riempirà con algidi specchi, vuoti, finché
lungo i fiumi delle loro membra le donne possano
dispiegare di nuovo una spiaggia febbrile.

Che sia tratto dalla cecità 41

Che sia tratto dalla cecità,
dall’altra parte della vista
fin dove è possibile vedere,
qualcuno ci raggira
nella statua
che non si può muovere.

Che impietrita
non la toccano le squillanti
risonanze di ali d’uccelli.

Risonanze di ali
ammutolite
per la statua di pietra
per la statua immobile
dentro cui qualcuno ti raggira.

Ma anche tu barcolli leggermente
nell’immobilità della pietra
imprigionata,
e sposti
leggermente il volto
fin nell’altro sembiante
così come fa ogni
altra donna.

Lentamente, impercettibilmente
barcolli attraverso l’universo
con leggerezza, leggerezza,
ti passo vicino
e barcolli lungo la via
con leggerezza,
lentamente e impercettibilmente
sposto il volto in altri miei sembianti
e dietro di loro, ancora.

Che sia tratto dalla cecità
dall’altra parte della vista
fin dove è possibile vedere,
qualcuno ci raggira
nella statua,
che non si può muovere.

Tutta la voluttà 60
Tutta la voluttà deve essere consumata,
così è la legge,
la stessa voluttà lo richiede,
e questo lo esige ancora di più lo stordimento,
così di botto piombano nella stanza
gatte e gatti
e il più fedele coccolino
ti si struscia sui calzoni
perché tutta la voluttà deve essere consumata.
E questa non è mai sufficiente,
e non bastano mai gatte e gatti
che affollano i tetti soltanto durante le notti
quando sprangano la notte col lamento infantile,
che già questa notte non può più avanzare,
che la stanza hai già ingombra della notte
e c’è già la minaccia che le pareti possano crollare.
Dopo uscirai fuori, in strada,
dalle tue pareti.
Incontrerai una donna, o un tavolo della mescita che non ti fa
procedere
perché tutta la voluttà deve essere consumata…

Le mani dell’impiccato non attirano gli uccelli 128

Le mani dell’impiccato non attirano gli uccelli,
da lontano un uccello li scansa.
Sempre qui, un albero, è un avanzo del paradiso,
che soltanto l’albero conosce.

Ci hanno cacciato dall’infanzia ciechi, appoggiati
al bastone, che forzatamente spingiamo in avanti nei grembi.
In quell’attimo, soltanto là,
per un pelo si sta meglio.

Quando piove 145

Lo stagno,
quando piove,
come se fosse appena
guarito dalla varicella.
Giù, sotto la diga,
con la pioggia schioccano i ciprini.
Infine
appare alle ragazze la luna
che grava tutta intera
sulla paglia verginale,
che scoppietta ai nocchi
teneramente!
Ma giù, da sotto la diga,
risalgono dal fondo
i bianchi corpi
di donne affogate.

Dal mattino 148

La nuvola, minacciosa, fin dal mattino.
All’inizio, era bianca,
come se fosse innocente.
Lentamente ingrigiva e insecchiva
mentre avanzava il giorno,
poi divenne tutta grigia.
Tre volte il tuono scosse il villaggio
nel primo pomeriggio.
Il paese prese fuoco
quando cadde il fulmine,
ma iniziò a piovere.
Abbaiavano i cani,
l’acqua balbettava nelle foglie.
Correva per il campo
dietro il villaggio
un cavallo impazzito.

Al tocco delle punte 174

Tenera al tocco delle punte, e spietata.
Dov’è che sanguina?

Io so che succhiare è una trappola.
Ogni volta che una torre frana
il grembo è colmo.

Da impazzire questa notte.
È notte dopo la mezzanotte.
Mi senti con le gambe?

Con l’avvento dell’autunno – putrefazione.
Quella diga… è là.
La morte… sta qui, dopo l’imbrunire.
Ci distendiamo nel suo tempo.

Sta per finire la primavera 175

Sta per finire la primavera.
Anche durante le notti si soffoca.
Caricati, come su un carro,
sballottati fino ad amarsi.

Colmo di felicità,
tutto mi fa ridere.
Colmo di felicità
mi genufletto davanti allo splendido ventre

che sboccia come un fiore.
Penetro traverso le viscere.
Questo scherzo,
questo scherzo… è la tomba.

In silenzio la sera si stiracchia sul paesaggio 195

In silenzio la sera si stiracchia sul paesaggio,
l’estate pigramente se ne va.
Sopraggiunge il ripido pendio autunnale,
sono rossi sulla via i grappoli del sorbo.
Trasuda per tutta l’estate un rosso scuro,
anche un piacevole amore finisce.

Io sono già pazzo, già
deperisco senza requie nella donna amata.
È quasi dietro l’orizzonte, lei.
Lei che uccide senza colpa alcuna.
Irrompe, dilaga nel mio cuore e, in silenzio,
dalla ferita tracima un sangue nero.
E adesso se ne va, tutta bianca.
Disperazione sotto un torbido cielo, tacito.

249
È certo che qualche volta siamo stati?
Oppure che eravamo in un tempo giusto?
Su quali tavole incidevamo
le immagini nere sotto l’immagine?

E le piogge del tempo mentre lavavano
hanno cancellato
le immagini di bianche città e villaggi.
Siamo qui, così, e sono rimasti alcuni poeti
e dei cani randagi.

Così miti questi tramonti del sole 217

Così miti questi tramonti del sole.
E frana una terribile notte,
e di uccelli spaventati sono i gridi.

Cara, amata mia,
la tua bocca lussuriosa
il tuo grembo.

Ma svanisce già il tuo volto.
E cosa resta?
L’afflizione nel cuore perdura,
e dopo?
L’amore perisce. E la morte
prima lo sguardo sfiora con l’ala,
rutilanti immagini si spengono.
E ancora giungono con la luce
e qualche volta sono profumate.
Ma si prolungano i giorni
quando il vuoto che hai lasciato si schiarisce.
E di nuovo si scorgono le vie,
le docili alture,
di nuovo l’orizzonte è trasparente.

Si fa sentire pure
il gemito di un desiderio lussurioso.

Frastornato da una sofferenza senza fine,
incontrandoli, dico a tutti, liberato:
sto bene!

Cara
lontano da qui c’è il mare,
amata mia.

255

Pioviggina quando s’appresta la primavera,
l’aria è ancora fredda, fiorirà la forsythia,
la prima erba verde spunterà,
si sta davvero molto bene al mondo.

Fiorisce tutto, dopo, all’improvviso,
meravigliosi i lilla.
Come in fuga
fino ad impazzire dolcemente
profuma il gelsomino
sotto le finestre della villa dai mattoni rossi.
Sono a casa, i cugini.
Il maggiore suona al piano una dolce sonata
che pare senza fine,
invece, tutto questo,
è appena una promessa
di gioie future.
E ora non penso ai profumi,
ma in giugno i tigli
faranno risuonare l’aria come di rame,
col ronzio delle api
e di altri insetti.
E poi?
Alla malora,
ho 57 anni!

Ricordo di Mácha e di Josef Šíma 283

Alla fine della vita
non essere sicuro di niente,
soltanto di questo unicamente:
di un gruppetto di ospiti del funerale nell’osteria,
di una leggera nuvola che, da un quadro di Šíma,
si capovolge con leggerezza sulla luna.
La luna di Mácha, la luna piena!
Ma c’è un’eterna fame del grembo!
E solo ora, ora soltanto mi separo già del tutto dal grembo,
mentre un portone si chiude con la sua musica stridente.

Pour S. 233

Ecco, così, è già di nuovo giorno, ecco così
felicemente abbiamo superato di nuovo la notte.
Che notte miserabile era questa,
come tutte le notti in ospedale.

E sono già a casa. Prima mi sentivo
di solito vittorioso dopo una malattia,
come se fossi nato di nuovo,
ora non ho più questa sensazione, là dove vado
è oscuro, e la verità è che sono rimosso.

Sono tornato da Nicola ieri sera tardi, di notte.
Mia madre s’è svegliata. Aveva un brutto sogno.
Ero morta, e da qualche parte mi portavate,
da qualche parte come al crematorio, forse…
sapevo tutto, e io ero già morta.
Questi sogni! Di nuovo come mio padre ieri ho sognato
come muore il nonno.
(io: mio padre o mio nonno?)

Gli ho dato due cucchiai di zuppa: di più non ne voleva.
E sono così disperata: papà, ti prego, mangia!
Fa un freddo cane: è un rigido chiaro giorno di gennaio
e ho solo da dire qualcosa ancora,
trattenere un qualcosa dal loro ricordo,
come li ho amati, e nulla ho fatto per essi.
Non ha nemmeno un posto nelle parole tutto questo.
Se ne andrà via tutto insieme con me, e non resterà nulla.
E perché? So soltanto che io sono vivo unicamente
con ciò che è stato. Che era, e non c’è…
amata mia, almeno tu sei viva in questa vita.

Qualche volta mi sveglio di notte con terrore
e chinato sui bambini
ascolto se respirano.

E nonostante tutto, che allegria, ogni tanto.
E mi meraviglio qualche volta che ancora posso essere
fuori di me stesso… tutto, e quando vedo
come la luce pomeridiana si riflette
sul vetro delle finestre volte a occidente.

Mi ricordo
quale sollievo provai
quando una volta in ospedale, sofferente,
ho intravisto nello specchio il mio volto
dimagrito, ossuto…
…accadde, da qualche parte, nello spogliatoio dei raggi X.
Ero così dimagrito che somigliavo a mio padre,
e piangendo mi sono compatito,
e che sollievo per me se ancora mi posso voler bene.

Tutto ciò che fu bello e buono
non fu costruito da me.
Per questo non riesco a tenerlo vivo in me,
e se anche lo accarezzo,
deperisce.
Ma tutto ciò che di cattivo ho commesso,
come tagliente mi giunge dal passato!
Di certo è reale
e come la morte
è presente.

1987

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