Cinque poesie di Stefano Colli da ” La diaspora del senso”, Helicon Edizioni – 2017

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Epifania

Cresce nella profondità della parola
inconscia e impalpabile mimesi
il senso nascosto
la radice di ogni significazione
sorella dell’impassibile notte.
Ignota è la genesi
sostanza di ogni ispirazione
che battezza l’epifania del verso
figlia di lima che cesella
o forse di abissali silenzi.
Chissà quando si recide l’innesto
il trauma che sottrae irrevocabile
la parola all’abbraccio dell’origine?
Fatale è l’atto
che profana la pangea del grembo
la luce che è arcano silenzio
ma come potrebbe senza l’ineffabile ombra
sorgere il parto delle sillabe
che ci consegna al calvario del tempo?
Mai fu più benefica e sofferta
la deiezione che incrinò la quiete
l’eterna dimora dell’inizio.

 

Vestiti soltanto di parole

La parola fa da eco alla pioggia
a scandire l’abbraccio della sera.
Se la luce ama nascondersi
è per esser tollerata dai mortali
mentre gioca a rimpiattino coi poeti
vestiti soltanto di parole
nel debito estremo verso l’origine
che non potranno mai assolvere.
Resteranno insolventi ma liberi
di cantare quando calano le ombre
appena sfiorati dal riverbero
del grembo luminoso che sottrae
le cose dal trauma dell’inizio.
Perché la poesia è una seconda pelle
che non si depone al cambio di stagione.

 

Noi che viviamo dentro le parole

Quando la sera si veste di silenzio
e si sottrae al naufragio del giorno
dove scontiamo, storditi, la danza
impazzita delle ore, si allenta
per i profughi del tempo l’estenuante
purgatorio della vita e una pace
immensa a poco a poco ci coglie
noi che viviamo dentro le parole
ogni giorno, sopraffatti dal presente
e consacrati alla vertigine stupita
dell’eterno valzer delle sillabe.
E il loro vagito
accennato sulla soglia del dicibile
si concede all’abbraccio della notte
l’azzurra notte nuda come il suono
dei versi rapiti dal vento dell’estate.

 

Lungo la spiaggia

Se la notte ingoiasse le parole
lungo la spiaggia che il tuo corpo accolse
alla nuda mercé del mondo
solo il silenzio potremmo opporre
allo sdegno della natura spettatrice
di uno strazio che ci inchioda all’istante
come se il tempo si fosse fermato
per guardare in faccia sgomento
un’umanità assuefatta alla morte.
Ma se di parole si nutrono i poeti
è per dirti quanto è svanita la gioia
per sempre da quell’arida spiaggia
che scrivo questi versi spalancati
piccolo Aylan
sull’abisso di un’epoca bastarda.
In attesa di una parola che accolga
l’imperfetta pietà di una carezza
o diradi la nebbia tremante
squarciata dalla luce dell’inizio.
Oppure che ci inghiottisca il silenzio
e che la notte ci giudichi al cospetto delle stelle
noi figli di una colpa innominabile
e di un’ignavia più fredda della tomba.

 

A Dio

La prima volta che sentii il tuo nome
da bambino ignaro chiesi “chi è Dio?”
e in risposta mi apparve il soprannome
di ciò che gli uomini definiscono “Io”.
Al tuo scettro si appellano i potenti
pensandoti con Cesare confuso
o al servizio esclusivo dei credenti
come un parente ricco pronto all’uso.
Il punto non è sapere se esisti:
che un lieve alito sopravanzi il niente
è già dono e cosa arcana e stupenda
ma se ci sei, per favore desisti
dall’idea di ignorare anime spente
l’abbandono è la notte più tremenda.

Stefano Colli

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