“Lettera trovata nelle tasche d’un annegato”, racconto di Guy de Maupassant

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Maupassant rappresenta tutto quanto esiste; l’idea della giustizia, del bene, del male, delle virtù non lo tocca. Tutti i suoi racconti sono pervasi da un profondo pessimismo; la natura, che egli ama, è matrigna, si diverte a giocare con i sentimenti e le passioni degli uomini; l’amore che nobilita non esiste, esiste solo il corpo con le sue esigenze. Maupassant, amatore insaziabile, amava con il corpo, non con l’anima. Tema di questo racconto è l’amore: una sera di plenilunio su una barca sul fiume l’uomo scopre l’amore; la donna gli chiede di non toccarla, di non tentare un approccio carnale, lo invita a stendersi con lei in fondo alla barca fianco a fianco facendosi cullare dal canotto. Al mattino, un sorriso della donna interpretato male, porterà l’uomo a non credere più nell’amore.

LETTERA TROVATA NELLE TASCHE D’UN ANNEGATO

Mi chiedete, signora, se mi prendo gioco di voi? Non potete credere che un uomo non sia mai stato preda dell’amore? Ebbene, no, io non ho mai amato, mai!
Per quale motivo? Non lo so. Mai mi sono trovato in quella specie d’ebbrezza del cuore che si chiama amore! Mai ho vissuto in quel sogno, in quell’esaltazione, in quella follia in cui ci getta l’immagine d’una donna. Non sono mai stato perseguitato, ossessionato, arso ed estasiato dall’attesa o dal possesso d’un essere divenuto a un tratto per me più desiderabile di tutte le felicità, più bello di tutte le creature, più importante di tutti gli universi! Non ho mai pianto, non ho mai sofferto per una di voi. Non ho mai passato le notti, a occhi aperti, pensando a lei. Non conosco i risvegli illuminati dal pensiero e dal ricordo di lei. Non conosco la snervante ansia della speranza quand’ella sta per arrivare, e la divina malinconia del rimpianto, quand’ella se n’è andata lasciando nella stanza un leggero profumo di violette e di carne.
Non ho mai amato.
Anch’io me ne sono chiesto il perché. E in verità non lo so. Pure ho trovato delle spiegazioni; ma esse sfiorano la metafisica, e voi probabilmente non le apprezzereste.
Io giudico troppo le donne, così credo, per subirne il fascino. Vi chiedo scusa per questa parola. Mi spiego. In ogni creatura c’è l’essere morale e l’essere fisico. Per amare, dovrei incontrare fra questi due esseri un’armonia che non ho mai trovato. L’uno dei due prevale sempre troppo sull’altro, talora il morale, tal altra il fisico.
L’intelligenza che abbiamo il diritto d’esigere da una donna per amarla non ha niente a che fare con l’intelligenza virile. É qualcosa di più e qualcosa di meno. Una donna deve avere una mente aperta, delicata, sensibile, fine, impressionabile. A lei non occorre né potenza né iniziativa nel pensiero, ma è indispensabile che abbia bontà, eleganza, tenerezza, civetteria, e quella facoltà d’assimilazione che in breve tempo la rende simile a colui col quale divide la vita. La sua più grande qualità deve essere il tatto, quel senso sottile che è per lo spirito esattamente quello che è per il corpo. Esso le rivela mille sottigliezze, i contorni, gli angoli e le forme nell’ordine intellettuale.
Le belle donne, in generale, non hanno un’intelligenza conforme al loro aspetto. Ora, il minimo difetto di concordanza mi urta e mi ferisce fin dal primo momento. Nell’amicizia questo non ha importanza. L’amicizia è un patto, in cui difetti e qualità si valutano per quel che sono. Si può giudicare un amico o un’amica, tener conto di ciò che hanno di buono, trascurare ciò che hanno di cattivo e apprezzare esattamente il loro valore, pur abbandonandosi ad un’intima, profonda, deliziosa simpatia.
Per amare bisogna essere ciechi, abbandonarsi interamente, non vedere, non ragionare, non comprendere nulla. Bisogna poter adorare i difetti quanto i pregi, rinunciare ad ogni giudizio, ad ogni riflessione, ad ogni perspicacia.
Io sono incapace di questa cecità.
E non è tutto. Io ho un’idea talmente elevata e sottile dell’armonia che nulla mai potrà realizzare il mio ideale. Ma voi finirete per considerarmi un pazzo! Ascoltatemi. Secondo me, una donna può avere un’anima deliziosa e un corpo incantevole senza che questo corpo e quest’anima concordino perfettamente insieme. Voglio dire che le persone con un naso fatto in un dato modo non devono pensare in una data maniera. I grassi non hanno il diritto di usare le stesse parole e le stesse frasi dei magri. Voi, signora, che avete gli occhi azzurri, non potete considerare l’esistenza, giudicare le cose e gli avvenimenti come se aveste gli occhi neri. Le sfumature del vostro sguardo devono fatalmente corrispondere alle sfumature del vostro pensiero. Per sentire queste cose, io ho il fiuto di un cane da caccia. Ridete se volete, ma è così.
Eppure un giorno, per un’ora, ho creduto d’amare. Avevo ingenuamente subito l’influenza delle circostanze. M’ero lasciato sedurre dal miraggio di un’aurora. Volete che vi racconti questa breve storia?

Una sera incontrai una graziosa ragazza esaltata che, per una fantasia poetica, volle passare una notte con me, in una barca sul fiume. Avrei preferito una camera e un letto; tuttavia accettai il fiume e il canotto.
Era il mese di giugno. La mia amica scelse una notte di luna, per potersi meglio montar la testa.
Cenammo in un albergo, sulla riva, poi verso le dieci ci imbarcammo. Trovavo l’avventura molto sciocca, ma la mia compagna mi piaceva e non mi arrabbiai troppo. Sedetti sulla panca, di fronte a lei, presi i remi, e partimmo.
Non potevo negare che lo spettacolo fosse incantevole. Costeggiammo un’isola boscosa, piena di usignoli; mentre la corrente trasportava rapida sul fiume ricoperto di brividi argentei. I rospi lanciavano il loro grido monotono e chiaro; le rane si sgolavano fra l’erba delle sponde, e il gorgoglio della corrente faceva attorno a noi una specie di rumore confuso, quasi impercettibile, inquietante, e ci dava una vaga sensazione di paura misteriosa.
Il dolce incanto delle notti tiepide e dei fiumi lucenti sotto la luna ci penetrava. Era bello vivere e scivolare cori sull’acqua, e sognare, e sentire accanto a sé una donna giovane, tenera, bella.
Ero un po’ commosso, un po’ turbato, un po’ inebriato dalla pallida luminosità della sera e dal pensiero della mia vicina.
— Sedetevi accanto a me, — mi disse; e ubbidii. Poi aggiunse:
— Ditemi dei versi —. Trovai che era troppo, e rifiutai; ma ella insistette. Decisamente voleva le cose in grande, con tutta l’orchestra del sentimento, dalla Luna alla Rima. Finii per cedere, e le recitai, per burla, un brano delizioso di Louis Bouilhet, di cui ecco le ultime strofe:

Je déteste surtout ce barde à l’oeil humide
Qui regarde une étoile en murmurant un nom
Et pour qui la nature immense serait vide,
S’il ne portait en croupe ou Lisette ou Ninon.

Ces gens-là sont charmants qui se donnent la peine,
Afin qu’on s’intresse à ce pauvre univers,
D’attacher les jupons aux arbres de la plaine
Et la cornette blanche au front des coteaux verts.

Certe ils n’ont pas compris les musiques divines,
Eternelle nature aux frémissantes voix,
Ceux qui ne vont pas seuls les creuses ravines
Et rêvent d’une femrne au bruit que font les bois (1).

(1) [«Più d’ogni altro detesto il bardo dall’umido ciglio | Che guarda una stella mormorando un nome | E cui parrebbe vuota l’immensa natura, | Se non portasse in groppa o Lisetta o Ninetta. || Son curiosi costoro che provano il bisogno, | Per interessare il lettore a questo povero universo, | Di appendere gonnelle agli alberi del piano | E bianche cuffie in cima a verdi colli. || Certo non hanno inteso le musiche divine, | Eterna natura dalle frementi voci, | Quelli che non van soli nelle profonde valli | E sognano una donna al risuonar dei boschi»]

M’aspettavo dei rimproveri. Tutt’altro. Mormorò: — Com’è vero —. Rimasi stupefatto. Aveva capito?
La nostra barca, a poco a poco, s’era avvicinata alla riva, e inoltratasi sotto un salice si fermò. Misi un braccio attorno alla vita della mia compagna, e, dolcemente, avvicinai le labbra al suo collo, Ma ella mi respinse con un movimento brusco e irritato: — Insomma, finitela! Siete volgare!
Cercai d’attirarla. Si dibatté, s’aggrappò all’albero e per poco non ci rovesciammo in acqua. Giudicai prudente di smettere i miei tentativi. Ella disse: — Vi farei piuttosto capovolgere. Sto così bene. Sogno. È tanto bello—. Poi aggiunse con un accento malizioso: — Avete già dimenticato i versi che mi avete appena recitato? — Era giusto. Tacqui.
Lei riprese: — Andiamo, remate —. Ed io m’impadronii di nuovo dei remi.
Cominciavo a trovare lunga la notte e ridicola la mia situazione. La mia compagna mi chiese: — Volete farmi una promessa?
— Sì. Quale?
— Quella di starvene tranquillo, fermo e discreto se io vi prometto…
— Che cosa? dite.
— Ecco. Vorrei starmene sdraiata sulla schiena, in fondo alla barca, accanto a voi, guardando le stelle.
Subito esclamai: — Ci sto.
Ella riprese: — Voi non capite. Ci stenderemo a fianco a fianco. Ma vi proibisco di toccarmi, di abbracciarmi, insomma di… di.., accarezzarmi.
Promisi. Ella dichiarò: — Se vi muovete, capovolgo la barca.
Ed eccoci coricati a fianco a fianco, gli occhi al cielo, in balia della corrente. I lievi movimenti del canotto ci cullano. I fievoli rumori della notte ci giungevano ora più distinti in fondo all’imbarcazione, e talvolta ci facevano trasalire. E io sentivo crescere in me una strana e acuta emozione, una tenerezza infinita, qualcosa come il bisogno d’aprire le braccia per stringere, e d’aprire il cuore per amare, di darmi, di dare i miei pensieri, il mio corpo, la mia vita, tutto il mio essere a qualcuno!
Come in sogno, la mia compagna mormorò: — Dove siamo? Dove andiamo? Mi sembra di abbandonare la terra! Com’è dolce! Oh! se voi m’amaste… un poco!!!
Il mio cuore si mise a battere. Non potei rispondere nulla; mi parve d’amarla. Non avevo più alcun desiderio violento. Stavo bene così, accanto a lei, e mi bastava.
E così restammo un lungo, lunghissimo tempo senza muoverci Ci eravamo presi la mano; una forza deliziosa ci immobilizzava: una forza sconosciuta, superiore, un’illusione, casta, intima, assoluta fra i nostri esseri vicini che s’appartenevano, senza toccarsi! Che cos’era? Come saperlo? Amore, forse?
A poco a poco spuntò il giorno. Erano le tre del mattino. Una grande luce invase lentamente il cielo. Il canotto urtò contro qualcosa. Mi rialzai. Avevamo abbordato un’isoletta.
Ma io rimasi rapito, in estasi. Di fronte a noi, tutta la distesa del firmamento s’illuminava di rosso, di rosa, di violetto, cosparsa di nubi infuocate simili a fiumi d’oro. Il fiume era di porpora, e tre case sulla costa parevano incendiate.
Mi chinai sulla mia compagna. Stavo per dirle: — Guardate, vi prego —. Ma tacqui, smarrito, e non vidi più che lei. Anch’ella era rosea, d’un rosa incarnato su cui fosse disceso un po’ del colore del cielo. Rosei erano i capelli, rosei gli occhi, rosei i denti, e la veste, e i merletti, e il sorriso, tutto era color di rosa. E credetti davvero, tanto rimasi smarrito, d’avere l’aurora dinanzi a me.
Ella s’alzò lentamente, tendendomi le labbra; ed io andai verso di lei fremente, delirante, sentendo che stavo per baciare il cielo, la felicità, il sogno divenuto donna, l’ideale disceso in carne umana.
Mi disse: — Avete un bruco nei capelli! — Era per questo che sorrideva!
Mi sembrò di ricevere una mazzata in testa. E subito mi sentii triste come se avessi perduto ogni speranza nella vita.
È tutto, signora. È puerile, ingenuo, stupido. Ma da quel giorno io credo che non amerò mai. Eppure… chissà?

.    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .

Il giovane sul quale fu trovata questa lettera è stato ripescato ieri nella Senna, fra Bougival e Marly. Un barcaiolo premuroso, che l’aveva frugato per scoprire il suo nome, venne a consegnare questo foglio.

8 gennaio 1884.

Guy de Maupassant (traduzione di Viviana Cento, Einaudi, 1993)

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2 commenti
  1. gran bel racconto, scorre come il fiume che culla i due protagonisti e si tinge di rosa nel momento in cui si è già portati ad amare ogni particolare

  2. Un racconto che, nella sua brevità carica di senso più di un romanzo, esprime una sfumatura di sentimenti, uno scenario di situazioni, un arcobaleno di colori e di paesaggi che caratterizzano tutta la produzione artistica (novelle e romanzi) del grande “naturalista” dell’800. Acuto osservatore della realtà quotidiana ha colto e rappresentato casi della vita più impensati o più ovvi, sentimenti e contraddizioni più profondi dell’animo umano. Dal dolore più tragico alla beffa e all’umorismo. Non c’è corda del cuore che non sia stata esplorata. Aleggia in questo racconto, come in tanti altri, un senso di malinconia, una certa apatia affettiva, un vuoto di desideri e passioni insoddisfatti, che l’artista sviluppa con grazia in un linguaggio semplice ed espressivo.

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