Premio letterario L’albero di rose prima edizione: vincitori e segnalati. Sezione racconto breve inedito, segnalazione: Gianfranco Iovino, “Profumo di radici”.

 

erbinciliegi

Profumo di radici

Per Marco la prova da sostenere quella mattina era davvero importante: bisognava gestire con determinazione e fermezza la vendita della collina di ciliegi, lasciata in eredità dal padre. Su quella sommità, Marco, per più di dieci anni aveva trascorso l’estate, quella dell’infanzia spensierata, dove finita la scuola iniziavano i giochi a correre tra le siepi, nascondersi tra i fusti degli ulivi secolari o scrollare gli alberi di ciliegie, per farne cadere il più possibile e mangiarle con avidità, ritrovandosi il giorno dopo con un terribile mal di pancia.
Era un tempo felice quello, distante anni luce da adesso, dove quel ragazzo è cresciuto ed è bloccato nel traffico a maledire l’ingorgo che sta ritardando l’incontro col notaio, pronto a liquidare la somma pattuita con l’agenzia immobiliare che darà il via libera alle ruspe di abbattere i ciliegi, spianare il fondo agricolo e prepararlo ad accogliere sei ville a schiera, da realizzare a Pozzuoli, con affaccio esclusivo sui Campi Flegrei.
Occhi concentrati sulla strada e sguardo sereno mostravano una faccia da uomo sereno, ma non era così perché dentro di lui mille pensieri si battagliavano aspramente. Ad un tratto, un lungo sospiro servì a Marco per scacciare lontano un ricordo che gli stava agitando il respiro. Lasciò cedevole lo sguardo riflettersi nello specchietto retrovisore: un’immagine del passato gli accentuò le rughe sulla fronte, lasciandogli luccicare gli occhi dalla commozione. Provò a respingere quella malinconia puntando deciso il quadrante dell’orologio ed afferrò il telefono dal taschino della giacca. Chiamò il notaio, scusandosi del ritardo, e solo quando ebbe conferma che lo avrebbe aspettato, sembrò tranquillizzarsi. Ma dentro la sua mente, qualcosa lavorava con avidità ad ispessirgli l’angoscia. Doveva distrarsi, così decise di accendere una sigaretta ed abbassò il vetro del finestrino. Mentre attendeva che la coda di vetture avanzasse, tra i pensieri di Marco si proiettò il viso sorridente del padre, l’eroe della sua infanzia, che aveva sacrificato tutta la propria esistenza in campagna per permettere al figlio di studiare, andando a vivere dallo zio Luigi, operaio alla Fiat di Torino, e laurearsi a pieni voti al Politecnico.
La fila di macchine riprese a muoversi e Marco, come liberato da un incantesimo, si ravvivò nel corpo, lasciando che i pensieri si catapultassero su un’unica domanda: “Cosa avrebbe detto suo padre di ciò che stava per compiere quella mattina?”
Aveva bisogno di soldi. Serviva quella somma per dare inizio alla sua attività d’ingegnere in uno studio trovato in Piazza Castello a Torino, ed era certo che il padre sarebbe stato contento di quel sacrificio, se gli avesse permesso “di fare l’ingegnere”, come ricordava a tutti, l’uomo di campagna, quando chiedevano del figlio.
Marco subì l’esumazione di ricordi adolescenziali legati alla collina delle Cerasunte; la mente si concentrò su un episodio importante: lui a dare una mano al padre, che gli chiedeva di fare in fretta a scuotere gli alberi per far cadere le ciliegie, perché da lì a poco si sarebbe scatenato un temporale e la pioggia, si sa, è nemico al frutto rosso.
Marco era felice, mentre correva e scuoteva gli alberi, ma poi udì uno strillo, che fermò il suo gioco: era quello del padre, finito per terra a chiedere aiuto.
«Papà cosa c’è?» e quell’urlo disperato Marco lo ripeté nella mente, identico a quando era bambino. Scosse la testa più volte, ma non bastò. Nonostante l’impegno, non seppe rimediare all’impeto funesto di quel fotogramma del passato che gli scurì il volto d’improvviso, come una nuvola fa con il sole quando lo vuole nascondere.
La mente gioca strani scherzi e quanto più si cerca di lottare per respingere ciò che tormenta, tanto più ostinatamente qualcosa di ingovernabile prosegue ad alimentare quell’inquietudine, e fu così che Marco si ritrovò spettatore involontario di un fermoimmagine che gli spalancò gli occhi: suo padre steso a terra, immobile.
Il ragazzo correva, veloce più del vento, per raggiungere la casa di zia Maria e chiederle aiuto: il papà stava male.
Quella corsa salvò la vita al genitore, ma non avrebbe dovuto più lavorare sotto sforzo. Doveva riguardarsi, dissero i medici: ogni fatica poteva costargli cara. Doveva calmarsi, ma… non lo fece. Qualche anno dopo, Pasquale Mazzi fu trovato morto sotto un albero di ciliegio, stroncato da un infarto.
Marco maledì quella collina che si era portata via suo padre per sempre. Gliel’avrebbe fatta pagare a quella terra infame ed appena maggiorenne, promise a se stesso, se ne sarebbe liberato, vendendola a chiunque purché non fosse più qualcosa di suo, se era stata tanto cattiva da portargli via il suo grande eroe per sempre.
La pena si aggrappò al respiro di Marco. Accostò la macchina e scese dall’auto. Puntò dritto il cielo e scosse la testa ripetutamente. Si sentì come un angelo scacciato dal Paradiso e in colpa per qualcosa di non commesso ancora, ma che era prossimo all’irrimediabile. Stava per cancellare un pezzo di storia di suo padre e della sua infanzia a Pozzuoli, la terra delle sue radici, anche se quei soldi gli servivano per realizzare un sogno importante… Squillò il telefono.
Marco, perso tra i suoi pensieri, rimase prigioniero di quell’assenza. Poi, ad un tratto tutti i suoni tornarono a farsi ascoltare: clacson, voci in lontananza, rumori e quello squillo del telefono che non smetteva di strillare. Era lo studio del notaio.
«Pronto», rispose l’ingegnere con voce insicura.
«Mi scusi dottor Mazzi, ma il notaio vuol sapere quanto deve aspettare ancora», chiese una voce femminile dall’altra parte del telefono.
Marco non rispose subito. Stava provando ad elaborare una scusa per quel ritardo. Si morse le labbra, come a dover soffocare dentro sé qualcosa che gli faceva male ricordare. Non disse nulla. Esitò troppo nel silenzio e così la donna fu costretta ad insistere per una risposta. Fu lì che Marco, a quell’ulteriore richiamo, trovò la spinta per scusarsi con il notaio, perché non sarebbe andato da lui. Almeno non quella mattina, perché qualcosa lo obbligava a tornare sul quella maledetta collina e sentire cosa rappresentasse per lui quel ricordo vissuto da vicino: a tu per tu, per un’ultima volta, prima di liberarsene per sempre.

Il sabato di una settimana dopo, Marco andò a Pozzuoli e si fermò proprio sotto l’albero dove avevano trovato morto suo padre. La rabbia se la sentì salire velocemente agli occhi. Come un drago avrebbe sputato fuoco dalle sue fauci per bruciare ogni cosa attorno a sé. Voleva urlare, prendersela con quel fusto d’albero maledetto, ma non ne ebbe la forza, sentendosi ancora più umiliato dentro. Appoggiò una mano sulla corteccia e chiuse gli occhi, come se da quel contatto si aspettasse che potesse nascergli dentro un qualsiasi sentimento, utile a trovare il coraggio di decidere cosa fosse giusto fare.
Respirava piano, lentamente, come se non volesse importunare il flusso regolare della natura, che in quei luoghi è particolarmente unico negli odori, da inebriare l’aria di un profumo inequivocabile, che stava riportando ancora una volta indietro nel tempo Marco, a quando era un bambino e steso sull’erba si lasciava incantare lo sguardo dal cielo sopra la sua testa, che liberava greggi di nuvole bianche che giocavano ad inseguirsi, o il piacere di gustarsi l’inconfondibile odore di fascine, alle prime ore della sera, che ardevano per scaldare l’acqua nelle cucine di campagna e che ancora oggi, ogni qualvolta capitasse di annusarlo nei profumi portati dal vento, lo catapultava all’indietro, spingendolo tra antichi sapori che lo legavano alla sua terra: quella a ridosso della Solfatara… Quella delle sue incancellabili radici, che pretendevano ancora attenzione, rispetto e cura.
Si fermò sotto un ciliegio per respirare a pieni polmoni gli odori di cui l’aria era intrisa, restando ad occhi chiusi e con la mano poggiata sulla corteccia dell’albero, concentrato per cercare di stabilire una relazione intima con qualcosa di astratto e indefinibile. In quel buio che produsse dentro sé, Marco permise alla mente di proiettargli antichi fotogrammi, per mostrargli lui da bambino che correva tra gli alberi e suo padre che lo inseguiva orgoglioso con lo sguardo. Quanta storia c’era raccolta su quella collina: Troppa! -pensò tra sé- “Questa è la mia terra. Qui ci sono piantante le mie radici” sentenziò Marco a se stesso, annuendo ripetutamente, come a dover confermare quella ragione a sostegno del sorriso che si affacciò sulle sue labbra, come un arcobaleno tra nuvole in tempesta, portando pace tra i suoi pensieri, non più agitati dalla paura di commettere un errore imperdonabile.
Non ne ebbe mai certezza ma nel vento, solo dentro sé, o perché glielo sussurrò l’albero in quel prolungato contatto della mano sulla corteccia, sentì una voce ringraziarlo per non permettere ad una ruspa di cancellare il passato più importante di suo padre, che aveva speso la sua vita su quella collina e, forse, adesso stava ridendo dal Paradiso, e con una luce d’orgoglio negli occhi diceva a chi gli stava accanto: “Vedete? Quello laggiù è mio figlio. È un ingegnere che vive a Torino, ma ha ancora sentimenti forti per le sue radici ed ama tanto la sua terra e i suoi ciliegi, che ci torna spesso, come faceva da bambino.”

Gianfranco Iovino

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