Sull’arte di Gogol’. Nota critica di Marco Onofrio

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N. V. Gogol’

Purtroppo non conosco la lingua russa, come vorrei e dovrei per leggerlo in originale, ma considero Nicolaj Vasil’evič Gogol’ (1809-1852) un grande, grandissimo scrittore: uno dei miei preferiti. Uno di quei giganti sommersi della cui statura ci si rende tanto più conto in retrospettiva e come in controluce, anche attraverso i riflessi che proietta sulle altre vette emergenti e sull’atmosfera stessa di un’epoca storica di cruciale importanza, in cui si fondano le basi dell’estetica e della grande arte borghese, di respiro europeo, da cui proviene il migliore ‘900 letterario, e che ancora oggi ci appartiene. Scrive, con mirabile sintesi, Fëdor Dostoevskij: «Siamo tutti usciti da Il cappotto di Gogol’». Il suo scavo realistico nell’uomo, finalizzato alla ricerca etica della verità, conduce alla constatazione che quella verità è per lo più paradossale, spesso indecidibile, aporetica, piena di assurdo. C’è un retrogusto amaro che si mescola all’ironia, alla caricatura, alla deformazione grottesca. Tutta la sua opera è, per certi versi, il “diario di un pazzo”, se si dà al termine l’accezione rivelatrice di Pirandello: il pazzo come colui che, spesso ingenuamente, osa dire la verità e si comporta da “idiota”, cioè da anello mancante e ingranaggio disfunzionale in un sistema vincolante di convenzioni, ipocrisie, regole sociali. L’approccio realistico e proto-naturalistico al personaggio (analizzato al microscopio, fin nelle più riposte pieghe, con attenzione da entomologo: Gogol’ si preoccupa sempre di presentarlo accuratamente al lettore) si mescola in uno shaker iridescente con la vena fantastica del romanticismo alla Hoffman: ne esce una mistura esplosiva e stralunata, straniante, prensile sul mondo e sulle cose: un magma di spontaneità e artificio, di fantasia senza limiti e, al contempo, attenta osservazione.

Gogol’ giunge a conclusioni universali. Ha piena coscienza della volgarità e dell’assurdità del mondo che lo circonda: lo trafigge con la lama acuminata della satira (si legga il capolavoro Le anime morte, 1842) per “correggerne” l’inerzia e la deriva, perché in fondo è un moralista. Ma sa e sente che volgarità e assurdità non appartengono tanto alla particolare situazione della Russia di Nicola I, attestata ancora su immobilismi di stampo medievale, straziata da ingiustizie sociali conclamate e schiacciata nella morsa atroce di una mastodontica burocrazia; quanto, più in generale, alla condizione umana tout court. È di noi tutti che parla, del nostro “umano troppo umano” che confina e sconfina col “disumano” della vita di ogni giorno. La banalità del male, che alberga e serpeggia dentro il cuore dell’uomo. Pensiamo a Il cappotto: l’impiegatuccio mite, timido, solitario (sorta di Fantozzi ante litteram, splendidamente interpretato da Renato Rascel nel film del 1952, diretto da Lattuada) che, vaso di coccio in mezzo a fusti di ferro, viene sottomesso, deriso e tormentato dai colleghi.

ilcappotto

Renato Rascel, “Il cappotto”, regia di A. Lattuada

«C’era qualcosa di strano nelle sue parole e nella voce con cui erano pronunciate; vi si avvertiva una nota così pietosa che una volta un giovane impiegato, da poco entrato in servizio, il quale, seguendo l’esempio offerto dagli altri, si era preso la libertà di canzonarlo, si arrestò di colpo, come trafitto da quelle parole; e da quel momento gli sembrò che tutto fosse cambiato ai suoi occhi, tutto gli appariva sotto un aspetto nuovo. Una qualche forza soprannaturale lo allontanò dai compagni con i quali dapprima aveva fatto amicizia, considerandoli gente perbene e come si deve. E anche più tardi, per lungo tempo, nei momenti più allegri gli tornava alla memoria quel piccolo impiegato dalla fronte stempiata e quelle sue parole che penetravano in profondità. “Lasciatemi stare, perché mi offendete?” E dietro quelle parole ne risonavano delle altre: “Io sono tuo fratello”. E il povero giovane si copriva gli occhi con la mano, e molte volte, nel corso della sua vita, si sentì correre un brivido per la schiena vedendo quanto c’è d’inumano nell’uomo, quanta crudele rozzezza era nascosta sotto la mondanità più coltivata e raffinata, e perfino, Dio mio! Nelle persone che tutti considerano oneste e onorate…»

È una grande, dolente lezione di pietà. Tocca a Gogol’ sollevare sul piano dell’arte il “piccolo uomo”, con tutte le sue miserie e le tribolazioni, causate nello specifico dal gelo del nord, dai rigidi schemi burocratici della Russia zarista, dal degrado morale, dall’insensibilità umana, e anche dagli scherzi beffardi del destino. È attraverso l’inchiostro della sua penna che comincia a trapelare quella schiera di “cuori deboli” (come appunto Akakij Akakievich, che muore di crepacuore dopo il furto del suo agognato cappotto nuovo) e di eterni “umiliati ed offesi”, che poi renderà definitivamente universale il genio di Dostoevskij.

Marco Onofrio

Tre brani dalle opere di Gogol’

Da “Il diario di un pazzo”:

Ho scoperto che la Cina e la Spagna sono assolutamente lo stesso paese, e solo per ignoranza vengono considerate due nazioni diverse. Io consiglio a tutti di provare a scrivere su un foglio di carta: “Spagna”: ne verrà fuori “Cina”. Ciò nonostante sono rimasto profondamente afflitto da un avvenimento che accadrà domani. Domani alle sette avremo uno strano fenomeno: la terra siederà sulla luna. A proposito i questo fenomeno scrive anche l’illustre chimico inglese Wellington. Confesso di aver provato un intimo turbamento riflettendo alla delicatezza e fragilità della luna. La luna, com’è noto, viene generalmente fatta ad Amburgo, e fatta malissimo. Mi meraviglio come l’Inghilterra non si sia ancora interessata alla faccenda. La luna viene fatta da un bottaio zoppo, e si capisce subito che quello scemo non se ne intende affatto. Ci mette della fune incatramata e anche dell’olio; ecco perché per tutta la terra c’è un puzzo così forte che bisogna turarsi il naso. Per giunta, per questa stessa ragione la luna è una sfera così fragile, che gli uomini non ci possono abitare, e così adesso ci vivono soltanto i nasi. E questa è la ragione per cui non possiamo vedere il nostro naso: i nostri nasi infatti si trovano sulla luna.

Da “Il naso”:

L’assessore di collegio Kovalev si svegliò piuttosto per tempo e fece: “Brr…” con le labbra, cosa che faceva sempre, anche se non avrebbe saputo spiegare perché mai lo facesse. Kovalev si ritirò e poi si fece dare un piccolo specchio che stava sulla tavola, perché voleva dare un’occhiata a una pustolina che la sera prima gli era spuntata sul naso. Con sua immensa sorpresa egli vide che al posto del naso aveva uno spazio perfettamente liscio! Spaventato, Kovalev si fece portare dell’acqua e si fregò gli occhi con un asciugamano: proprio così, il naso non c’era! Si palpò ben bene con la mano per accertarsi che non dormiva, ma, stando a tutte le apparenze, non dormiva affatto. L’assessore di collegio Kovalev saltò giù dal letto e si dette una buona scrollata: il naso non c’era!… Si fece portare immediatamente gli abiti e corse di volata direttamente dal capo di polizia.

Da “Roma”:

A gruppi e isolate, l’una dietro l’altra, si svelavano le case, i tetti, le statue, le aeree terrazze e le gallerie. Laggiù la massa delle cupole e delle guglie aguzze dei campanili veniva interrotta e frastagliata dall’arabesco capriccioso delle lanterne; qui si scorgeva un palazzo completamente oscuro; laggiù la cupola piatta del Panteon; più in là la ricca sommità della colonna Antonina, con il capitello e la statua dell’apostolo Paolo; a destra si ergevano i palazzi capitolini, adorni di cavalli e di statue; ancora più a destra, sulla folla variopinta delle case e dei tetti si levava maestosa e severa la mole oscura dell’immenso Colosseo; di nuovo quindi seguiva una massa ineguale di mura, terrazze e cupole immerse nell’accecante luce del sole. E sopra tutta quella massa scintillante nereggiava in lontananza il verde cupo della chioma delle querce di Villa Ludovisi, di Villa Medici, e ancora più sopra si libravano nell’aria, simili ad un gregge, gli ombrelli dei pini romani, slanciati sull’esile fusto. Più oltre, per tutta l’ampiezza di quel meraviglioso panorama, s’innalzavano i monti azzurri e trasparenti, leggieri come l’aria, avvolti da una luce quasi fosforescente. Né la parola, né il pennello erano in grado di descrivere la meravigliosa corrispondenza e la fusione di tutti i piani di quel quadro. L’aria era così pura e trasparente che si scorgeva chiaramente anche un minimo particolare delle case più lontane, e tutto sembrava così vicino che quasi lo si poteva toccare con mano. La decorazione architettonica più insignificante, l’arabesco di un cornicione, tutto si stagliava con una limpidezza incomparabile. In quel momento si udì un colpo di cannone e il grido lontano e confuso della folla: segno che era cominciata la corsa dei cavalli senza fantini, che concludeva quel giorno di carnevale. Il sole si abbassava sempre più; i suoi raggi, che permeavano tutta quella massa di costruzioni, si fecero più caldi e purpurei; la città apparve anche più viva e più vicina, i pini diventarono più neri, i monti ancora più azzurri e fosforescenti, e quell’aria divina, prossima a spegnersi, si fece più bella e solenne… Dio mio che vista!

 

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4 commenti
  1. Rileggere il “gigante” amaro Nicolaj Vasil’evič Gogol’ presentato dalla penna sapiente di Marco Onofrio è un piacere sommo, scaturito forse dal mio grande amore per lo scrittore russo che ha saputo, prima di Fëdor Dostoevskij, penetrare nei più profondi meandri dell’animo umano, nel bene e nel male, ed esprimere l’ amara sofferenza di chi è “pazzo”, perciò vittima perenne di chi segue pedissequamente le convenzioni della società, in qualunque epoca o Paese. Inoltre, sul piano etico, la “pianta uomo”, usando un’espressione di Francesco Guicciardini, è marcia e chi non è infettato dalla “tabe” non può che soffrire o soccombere. Appunto come Akakij Akakievich.
    .
    Giorgina Busca Gernetti

  2. MAIL DI GIUSEPPE MAGGI

    Buonasera.
    Ho trovato il contributo riguardante l’oggetto, sulla mia pagina facebook.
    Lo leggerò con calma; non ho potuto fare a meno di pensare, come pavese, al film ” Il cappotto”. Ho avuto la fortuna di lavorare, in qualità di architetto, nel palazzo Mezzabarba, sede centrale del Comune di Pavia, dove si svolgono molte delle scene del film e di aver visto, ancora attaccato al muro, l’appendiabiti dove il giovane impiegato appendeva il cappotto sgualcito.
    Era ancora nella stessa posizione nel 2006. Oggi non so dove si trovi.
    Di recente ho inoltre restaurato la facciata del palazzo che, nello stesso film, si vedeva dietro al palco dal quale l’illustre ospite del Sindaco tentava di declamare il suo discorso; nella piazza dove passò il carro funebre.
    In ogni caso tante scene del film “Il cappotto” mi rimandano a luoghi consueti.
    Ringrazio quindi per il contributo.
    Cordiali saluti.
    Giuseppe Maggi

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