Invito ai poeti, torna la settimana dell’amore dall’8 al 14 febbraio

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Une livre de chair

Je suis un homme dans le vide
Un sourd un aveugle un muet
Sur un immense socle de silence noir

Rien cet oubli sans bornes
Cet absolu d’un zéro répété
La solitude complétée

Le jour est sans tache et la nuit est pure

Parfois je prends tes sandales
Et je marche vers toi

Parfois je revets ta robe
Et j’ai tes seins et j’ai ton ventre

Alors je me vois sous ton masque
Et je me reconnais

Paul Éluard

 

Una libbra di carne

Sono un uomo nel vuoto
Un sordo un cieco un muto
Su un plinto immenso di silenzio nero

Niente questo oblio senza bordi
Questo assoluto di uno zero ripetuto
La solitudine completa

Il giorno è senza macchia e la notte è pura

A volte prendo i tuoi sandali
E vengo verso di te

A volte indosso il tuo vestito
E ho i tuoi seni e ho il tuo ventre

Allora con la tua maschera mi scorgo
E mi riconosco

(traduzione di Luciano Nota)

Anche quest’anno dall’8 al 14 febbraio torna la settimana dell’amore. I poeti interessati possono inviare una loro poesia edita o inedita entro il 6 febbraio a: erato2.0@libero.it

La redazione

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9 commenti
  1. “Anche quest’anno dall’8 al 14 febbraio torna la settimana dell’amore”

    Luciano, ma perché torna? Se n’è dunque andata? E perché solo una settimana? E dove torna? Anche in Siria o in Nigeria o in Yemen o in Egitto o in Palestina o…?
    Vedi che a me andrebbe bene se tornasse, ma qua le stanno chiudendo le porte blindate in faccia…
    Se la fanno tra loro, allora, la settimana dell’amore i poeti, esseri quanto mai litigiosi?

  2. Il problema non è di *non scrivere d’amore* o *non far l’amore*, ma di intendere dove ciò è stato ed è ancora *davvero* possibile.
    E perciò polemicamente ho chiesto: « Anche in Siria o in Nigeria o in Yemen o in Egitto o in Palestina o…?».
    Se, in un numero crescente di Paesi, scrivere d’amore o fare l’amore è praticamente impossibile a causa di guerre civili e repressioni barbariche; e da noi, che non stiamo sotto le bombe, si ha il travisamento, la commercializzazione, la spettacolarizzazione di queste spinte vitali, vuol dire che vale in pieno, ancora oggi, la preoccupazione niente affatto “moralistica” di Brecht:

    “Quali tempi sono questi, quando
    discorrere d’alberi [o d’amore, aggiungo io] è quasi un delitto,
    perché su troppe stragi comporta silenzio!”

    Si può riuscire a scrivere d’amore non tacendo delle troppe stragi?
    Mi pare impossibile.
    E allora, accettare l’invito cinico-realistico:

    “Mangia e bevi!”, mi dicono: “E sii contento di averne”?

    E sbeffeggiare chi ancora se la menasse e scrivesse:

    “Ma come posso io mangiare e bere, quando
    quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
    manca a chi ha sete il mio bicchiere d’acqua?”

    O non riconoscere che:

    “Eppure mangio e bevo.”?

    Sì, io pure mangio e bevo e scrivo ancora d’amore e cerco, sempre più invano, di tenere a mente le “troppe stragi” che continuano (in particolare dal 1990 in poi…) a moltiplicarsi invece di ridursi.
    Ma il problema resta.
    E secondo me – mi ripeto – “I poeti in tempo di guerra non tremano abbastanza” (Cfr. P.s.). E troppo preferiscono parlare d’amore ma *rimuovendo la guerra* e vogliono a tutti i costi e astrattamente essere gentili, almeno nella “settimana dell’amore”, giusto dall’8 al 14 febbraio.

    P.s.

    I POETI IN TEMPO DI GUERRA NON TREMANO ABBASTANZA

    Io questa mattina mi sono ferito
    a un gambo di rosa, pungendomi il dito.

    Lontano lontano si fanno la guerra
    Il sangue degli altri si sparge per terra* .

    Era qui a Milano una volta il poeta
    coi suoi libri, una rosa in un bicchiere e la radio spenta.
    Le grida nelle nostre piazze e gli spari
    di botto erano cessati.
    Altrove i guerrieri ammazzavano torturavano ora
    sempre lasciando una vittima viva
    una donna di solito che piangendo narrasse.
    Il poeta tremante ascoltò. Invece di una poesia
    scrisse sette amare canzonette e poi morì.

    Ma voi poeti, che dopo Auschwitz
    Ruanda, Afghanistan, Irak, eccetera
    declamate poesie nel sublime immobile
    ditemi: non sanguina mai la vostra rosa
    nel bicchiere? tremano almeno
    i versi quando li deponete nelle plaquettes?

    Uno ha detto: non si sentano in obbligo i poeti
    di scrivere versi contro la guerra. Giammai!
    In democrazia sono uomini come tutti gli altri, i poeti!
    Nessuno pretenda di più da loro.
    Facciano bene quel che sanno fare, le poesie.

    Uomini come tutti gli altri sono pure i guerrieri.
    Pur essi quello che sanno fare, ben fanno.
    Addetta l’una al massacro permanente
    l’altra orgogliosa del canto suo sciancato
    maîtresses entrambe di democrazia
    – oh strano accoppiamento! – guerra
    e poesia assieme dunque procedano?

    Ma di una cara inerme offesa bestiola
    che in noi vive sotto anestesia
    voleva la salvezza il filosofo
    quando dopo Auschwitz ammonì i poeti:
    non scrivete, tremate!
    È quella che ancora oggi si dibatte sul tavolo operatorio
    tra le mani di ossequiati chirurghi della cultura.

    Ma barcollanti fantasmi di speranza ancora approdano
    da barconi sulle coste di questo Paese
    che in immonda puttanesca televisiva democrazia
    guerreggia fuori e tramortisce dentro
    donne, lavavetri e rumeni
    e annegherebbe in uno sputo tutta la loro carnale poesia.

    Oh belle statuine di poeti, via le pose civili.
    Altrove, in macabra pirotecnia
    uomini-bomba esplodono
    ma non raggiungono l’altezza della poesia
    che voi melliflui e solerti adagiate
    sull’opulento divano occidentale che l’accoglie.

    Se potete ancora, tremate.
    Non come già fate
    per la minaccia che i poveri giustamente
    portano ai ricchi coi quali trafficate.
    Tremate di fronte all’orrore
    da voi cancellato in nome della poesia.

    (E. A. novembre 2007)

    * I primi 4 versi andrebbero in corsivo come exergo. Sono di Franco Fortini, Sette canzonette del Golfo, in “Composita solvantur”, Einaudi 1994, Torino.

  3. Caro Ennio Abate, stimato Poeta e Pittore, te lo dico con sincera amarezza: questa tua poesia non è “credibile”. Ti frega una piccola parola scritta troppo frettolosamente a chiusura di un verso: “eccetera”. Nessun morto, né in pace né in guerra, merita infatti di essere gettato nel mucchio indistinto di cose indistinte, “cetera”, appunto. Se si deve “tremare” occorre “tremare” per tutti e per ciascuno.
    C’è, in questo stesso blog, un aforisma di Platone che così recita: “La poesia si avvicina alle verità essenziali più della storia”. Ti invito sommessamente a rifletterci a lungo. Quando crederai di aver pronta una replica continua invece ancora a riflettere… fino a quando non ti sgorgherà una nuova poesia o un nuovo disegno o quadro, stavolta davvero “credibili” perché, almeno nell’arte, non ci saranno più né morti né vivi gettati nelle “indistinte cose restanti”.
    Un caro saluto.

  4. “Uno ha detto: non si sentano in obbligo i poeti
    di scrivere versi contro la guerra. Giammai!”

    Gentile Ennio Abate,
    ha la certezza di ciò che ha affermato così perentoriamente nei suoi versi che ho trascritti sopra?
    Almeno uno che scrive versi, quindi “poeta”, per piccolo o grande che sia, ne ha scritti non pochi.
    A richiesta posso scrivere il suo nome, però dopo valide argomentazioni sull’affermazione di cui sopra.
    Cordiali saluti
    Giorgina Busca Gernetti

  5. @ Ottaviani

    Caro Paolo, sono io pure deluso. Critiche *vere* vado cercando, non attestati di stima con tanto di maiuscole che mi fanno davvero ghignare., Ma se questa è la critica che merita la mia poesia, siamo combinati male davvero.
    T’invito io, dunque, a riflettere (il tanto che basta) sui seguenti punti:

    1. Cosa vuol dire che la mia poesia «non è “credibile”». Afferma cose false? Viene da uno che scrive (in poesia) cose smentite da quel che fa o da come si comporta nella vita o in altri ambiti culturali? Non è poesia?

    2. Mi “fregherebbe” (e qui a un letterato come te non posso non far notare l’abbassamento di registro in netto contrasto con la pomposa (e non so quanto sincera) etichetta del primo rigo: «stimato etc») quell’ «eccetera», che denoterebbe, a tuo avviso, fretta e generalizzazione. Ma a te pare possibile che un intero e lungo componimento possa essere guastato soltanto da «quella piccola parola»? Andiamo! Io ti considero un “collega in ricerca poetica” e non un professorone o un censore che va a cercare il pelo nell’uovo; e lo sbandiera sotto il naso a tutti senza più soffermarsi sull’uovo stesso.

    3. Ma poi perché quell’«eccetera» ti dà tanto fastidio? Mi fai il verso scrivendo e estremizzando astrattamente: « Se si deve “tremare” occorre “tremare” per tutti e per ciascuno». Ma ti pare possibile? Anche il più accanito universalista riconosce di non aver braccia tanto ampie per poter abbracciare tutti o cuore tanto robusto da poter “tremare” per tutti e per ciascuno. Nonno Freud non si sbagliava quando sostenne che si ama veramente (con tutte le complicazioni che questo sentimento comporta) la donna X o Y o l’amico Z o i più prossimi (e criticava, se non ricordo male, il sentimento amoroso “oceanico” alla Santa Maria Teresa di Calcutta). Termini come ‘umanità’ o ‘ genere umano’ sono delle intelligenti e anche necessarie astrazioni: idee orientative nel caso migliore: svelano una disposizione empatica, un’intenzione nobile e positiva, un’apertura agli altri, agli stranieri, agli ignoti che ti distingue dall’egoista, dallo xenofobo, dal cinico; e, nel caso peggiore, risultano essere maschere ideologiche, con le quali individui di solito appartenenti a classi dominatrici hanno coperto le loro orrende imprese colonialiste in passato o abbelliscono le altrettanto crudeli “guerre umanitarie” oggi. E, a dirla tutta, mi sento anche di difenderlo quell’«eccetera»: non potevo mica fare l’elenco dettagliato di tutte le guerre dichiarate o striscianti in corso. Anche in poesia, come al cinema, esiste la dissolvenza.

    Quanto all’ aforisma di Platone ( “La poesia si avvicina alle verità essenziali più della storia”) – vedi un po’ ! – stavo proprio per farci un commento critico stamattina appena l’ho visto. Perché – e qui mi rivolgo anche a Luciano (Nota) che me l’ha riproposto su “Poliscritture FB” – va anche bene che si rispolverino i classici. Ma, per favore, non limitatevi a enigmatici e discutibili aforismi. Che possono dire tutto e nulla, se non sono commentati approfonditamente, contestualizzati storicamente e attualizzati.
    E questo in particolare di Platone! Non avete mai pensato che – tranne per i platonici incalliti – può essere diventato un pigro e sia pur sublime luogo comune? E che non corrisponde affatto alla verità delle cose o degli sviluppi della storia, la quale purtroppo ha travolto tante «verità essenziali», riducendole drammaticamente e spesso tragicamente, appunto, a inessenziali o del tutto “interiori”?

    @ Busca Gernetti

    Gentile Giorgina Busca Gernetti,
    spero si accorga che l’affermazione perentoria in questione è oggetto di sarcasmo da parte dell’autore della poesia e non di approvazione! Insomma, quell’ «uno» non è E. A. Ma sappia che è stata veramente pronunciata con parole simili da uno che pure ha scritto molti versi o “righe a capo” (come dice G. Majorino).

  6. Caro Ennio,
    ti rispondo punto per punto.
    1) Quando dico che la tua poesia non è “credibile” intendo dire che si avverte uno iato troppo ampio tra la tua vis polemica e l’innocenza (sì, “innocenza”, caro Ennio) di scrivere poesie d’amore mentre nel mondo continuano i massacri. È come prendere a pugni un bambino che non mangia la minestra perché altri muoiono di fame! E così nasce il sospetto che anche tu non credi fino in fondo alle cose che scrivi e che ti lasci prendere la mano dalla voglia di polemizzare a tutti i costi con il risultato che la poesia non risulta “credibile”.
    2) Hai perfettamente ragione sull’abbassamento di registro che io stesso non mi perdono. Avevo scritto “ti tradisce” ma poi ho malauguratamente “corretto” nell’illusione di una maggiore colloquialità e amicalità. Ma ho sbagliato. Voglio però dirti che non c’era nessuna affettata pomposità nello “stimato Poeta e Pittore” ma solo un sincero riconoscimento dell’importanza del tuo lavoro. Per questo le maiuscole che confermo. Tu ghigna pure.
    3) Ho colto la parola “eccetera” come punto di caduta di una sensazione generale, la spia più evidente che qualcosa non andava nella poesia e nello spirito che l’ha generata. Proprio perché non si hanno “braccia tanto ampie per poter abbracciare tutti o cuore tanto robusto da poter “tremare” per tutti e per ciascuno” e proprio perché ha ragione Freud, che forse qui ha inconsapevolmente plagiato Francesco d’Assisi, nel dire che si amano “veramente” solo le persone più prossime a noi, non si capisce bene perché tu debba insorgere con tanto donchisciottesco ardore contro chi scrive poesie d’amore, sia pure nell’ambito di una settimana convenzionale.
    Ho preso spunto, lontano da ogni “pigro luogo comune”, dall’aforisma platonico perché mi ha ricordato Andrea Zanzotto, l’amico impareggiabile del tuo e mio caro Fortini. Aveva scritto Zanzotto: “La poesia sembra divagare e intorbidare, ma infine dilucida quanto v’è di più aggrumato nella storia”. Io credo che quest’opera di “dilucidazione” valga anche per la poesia d’amore. Tu, caro Ennio, difendi pure il tuo “eccetera”, ma per me è quella tua poesia ad essere indifendibile.
    Un caro saluto – Paolo

  7. @ Paolo

    Parli di “innocenza” e usi le virgolette. Questo dovrebbe far riflettere chi continua a scrivere poesie d’amore. Non chiedo di smettere. Scrivino dell’amore, ma si accorgano che la continuazione dei massacri sporca i loro versi. E’ il non tenerne conto ( mentre scrivono d’amore) che non riesco a tollerare. C’è la poesia che “sembra divagare”, ma c’è la poesia che proprio divaga e basta. E non “dilucida” un ben niente. Infiora soltanto le catene. Marx docebat.

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