Bette Ann Moskovitz, “Ma tu chi sei? “– Alzheimer, la sindrome del trattamento, Roma, Edizioni Exorma, letto da Dante Maffia

copSe non fosse troppo ripetitivo questo libro sarebbe davvero eccezionale perché riesce a entrare nel vivo della malattia, della demenza, e a ritrarre attimo dopo attimo la caduta a picco nell’irrisolvibile, nel vuoto senza ritorno. E’ narrato in prima persona, come un diario, senza invenzioni romanzesche, anche perché la storia da sé ha lo svolgimento di un racconto che si snoda dentro un ritmo molto ben condotto. La scrittrice però non sa quando smettere e prolunga e dettaglia fino a che nel lettore avviene la saturazione e quindi si ferma la voglia di essere complice. Tuttavia la Moskovitz ha la mano disinvolta tipica degli scrittori americani e non trascura i vezzi né della protagonista né di tutti gli altri personaggi che le fanno corona. Un narrare, come chiamarlo?, giornalistico, vivace, a volte sovraffollato da minuzie che evidentemente distraggono. Ma Faulkner ancora impera e dunque ne prendiamo atto. Questi miei piccoli ma non inficiano per nulla la validità di un libro che è riuscito a raccontare con somma fedeltà una esperienza terribile vissuta sulla propria pelle. Infatti è della propria madre che parla la Moskowitz, e ne traccia l’intera parabola da quando i primi sintomi dell’alzheimer si affacciano  fino alla decadenza e alla morte. Lo fa annotando anche le varie reazioni sia dell’ammalata e sia della propria sorella che a volte la pensa diversamente da lei su come intervenire sulla madre, come trattarla, come farla curare. Poi necessita il ricovero e a questo punto nascono i sensi di colpa, i dubbi sul proprio comportamento. Questa è la storia, ma tra un capitolo e l’altro c’è una disseminazione di riflessioni sulla vecchiaia e sulla perdita della memoria e  le riflessioni sono tutte autentiche perché frutto di una esperienza diretta o non di invenzione. Piace del libro quel senso di pietas che si avverte sotto le righe, quella specie di desiderio di voler cambiare le carte dell’ineluttabilità dell’evento e l’impotenza a realizzarlo ed è proprio questa tensione che rende molte pagine, soprattutto nella prima metà del testo, godibili e preziose. Certo, leggere  libri di questo genere non è come fare una piacevole passeggiata in un viale fiancheggiato da fiori profumati e arrivare a fontane che cantano, è piuttosto  l’affondo in una realtà scomoda che ci pone davanti a problematiche pesanti. Ma penso che sia necessario confrontarsi con pagine di questo genere per capire oggi come la malattia non debba essere rimossa e allontanata, ma guardata in faccia per renderla meno aggressiva e meno sconcia. Va dato merito alla Moskowitz del garbo con cui ha condotto il suo “resoconto”, della dolcezza di alcuni momenti, perfino della tenerezza che affiora quando la vecchia madre professoressa ricorda la sua bellezza e il suo fascino. Molte scene sembrano quelle di un film tanto sono dettagliate e riferite con particolari, ma la scrittrice non s’abbandona mai del tutto, una sorta di pudore la tiene chiusa anche quando è nei corridoi degli ospedali, anche quando osserva lo sgretolamento della realtà.

Dante Maffia

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