50 anni fa i Beatles a Roma, di Marco Onofrio

220px-Beatles_ad_1965_just_the_beatles_cropErano un po’ – fatte le debite proporzioni – come una “boy band” di oggi: capaci di suscitare entusiasmi transgenerazionali e, addirittura, isterismi giovanili collettivi. Tuttavia, malgrado la palpabile impressione che fossero davvero “favolosi” e destinati a lasciare il segno, per l’indubbio talento e per il modo simpatico e sbarazzino di trattare con il pubblico, la Roma del 1965 non era pronta, forse, ad accoglierli degnamente e a comprenderne sino in fondo la carica rivoluzionaria. «Eravamo tutti ancora un po’ tiepidi», ricorda il critico musicale Paolo Zaccagnini: anche se, per il valore eversivo della lingua inglese, di un certo modo di vestire, fare amicizie, rapportarsi con le ragazze e i genitori, e per il desiderio infrenabile di andare a Londra (e poi in India) a “liberarsi”, saranno fondamentali proprio i Beatles, così come i loro “deuteragonisti” epocali, i Rolling Stones. Soltanto sulla scorta dei decenni si sarebbe realmente compresa la portata storica e l’unicità irripetibile dei concerti che i quattro di Liverpool tennero al Cinema Adriano il 27 e il 28 giugno 1965. Erano venuti in Italia – a Milano (Velodromo Vigorelli) e Genova (Palasport), prima di esibirsi a Roma – perché da noi non riuscivano ancora a inserire un loro disco nella “top ten”. La strategia promozionale – come ogni altro dettaglio del loro spettacolo, compresi i movimenti e gli abiti di scena – era guidata dal manager Brian Epstein, che li aveva cresciuti e lanciati, operando alacremente alla costruzione di un successo già planetario. A Roma aveva appena aperto il Piper di via Tagliamento, e cominciava a serpeggiare la moda, ancora “innocua”, dei cosiddetti “capelloni”.

beatles-sideways-300x200I concerti all’Adriano furono anzitutto caratterizzati dal costo troppo alto dei biglietti: la sala piccola, rispetto al Vigorelli di Milano e al Palasport di Genova, impose un rialzo dei prezzi che mise fuorigioco tanti spettatori; davanti al Cinema, infatti, si radunarono gruppetti di giovani che avevano portato con sé mangianastri con i dischi dei Beatles e che, constatata l’insuperabile barriera economica dell’ingresso, dicevano stizziti frasi del tipo “Sai che c’è? Me ne vado a Ostia e me li ascolto sulla spiaggia!”. Vedere i Beatles – e il concerto durava appena mezz’ora – costava addirittura 7000 lire per un posto in platea! Per capire il valore di quella cifra basterà passare in rassegna il costo della vita in Italia nel 1965: 640000 lire per una Fiat 600, 1800 per un disco, 60 lire per un caffè, 86000 lire lo stipendio di un operaio. Prezzi salati e, inoltre, condizioni disagevoli: il Cinema Adriano era quanto di meno adatto, in termini di logistica e soprattutto di acustica, per ospitare un evento di quel tipo. Anche per questo il primo concerto si rivelò un mezzo flop. «Tiepida l’accoglienza dei Romani», titolava il «Corriere della Sera» del 28 giugno 1965. «Ieri pomeriggio il Teatro Adriano presentava dei vuoti paurosi. Capace di tremila posti, ne risultavano occupati poco più della metà, compresi naturalmente i biglietti omaggio. E pensare che era stato richiesto il Palazzo dello Sport, con suoi diecimila e più posti. A tener lontana la folla devono aver contribuito anche i prezzi». C’era inoltre un gran caldo, e l’amplificazione risultava troppo alta e rimbombante fra le quattro pareti del cinema. Il pubblico era comunque partecipe, ragazze e ragazzi zazzeruti, accaldati, “frenetici”, venuti apposta per gridare, scuotersi e sfogarsi, e «includeva molti snob, qualche diva del cinema, parecchi osservatori di costume». Si notarono, tra gli spettatori illustri dei quattro concerti, Catherine Spaak, che venne acclamata dalla platea prima dell’inizio dello spettacolo, e Anna Magnani col figlio Luca, attratti dalla curiosità di vedere “qualcosa di diverso”. Tra i futuri personaggi, ancora ignaro del proprio destino, l’allora quindicenne Carlo Verdone, presentatosi con capelli acconciati alla “Giulio Cesare” e stivaletti “beat”. Lui stesso ha di recente parlato della sua cotta per i “Fab Four”, nel bellissimo libro autobiografico La casa sopra i portici: «Sulle pareti della camera (…) c’era un poster enorme dei Beatles, stampato in occasione del concerto allo Shea Stadium del 1966, che mi portò mio padre da New York. Lo aveva “personalizzato” facendo stampare nei credits “With Carlo Verdone in person”. (…) Allora raccoglievo tutto ciò che riguardava il gruppo come farebbe oggi una ragazzina fanatica di una qualche boy band. A quei tempi c’era una sola rivista di musica capace di fornire informazioni sui nostri artisti preferiti: Big. Era la nostra bibbia, sempre piena di notizie sulle uscite discografiche imminenti e riccamente illustrata con bellissime immagini che i normali giornali non avevano. Terminata la lettura, ritagliavo con cura le foto dei Beatles e le inserivo nell’album. Era una raccolta impressionante, divisa in sezioni alle quali attribuivo titoli ideati da me come “I più grandi del mondo”, “Lennon immenso”, “Le quattro meraviglie dell’universo”. Il titolo dell’ultima pagina aveva un enorme significato e testimoniava qualcosa di molto profondo e anche spirituale: “Accompagnate i momenti più belli della mia vita”. In quella frase c’era tutto lo spirito degli anni Sessanta».

The-Beatles-660x330Ma andiamo con ordine. I Beatles arrivano all’aeroporto di Fiumicino, provenienti da Genova, all’alba di domenica 27 giugno. Il manager, prima di farli scendere dall’aereo, si accerta personalmente che i fan siano saldamente trattenuti dalle forze dell’ordine. Poi subito all’hotel Parco dei Principi, dove occupano quasi un intero piano. Ricorda Gianni Minà: «andai al Parco dei Principi. Lennon e McCartney salirono sulla macchina di lusso del loro amico, Ringo e George Harrison vennero sulla mia Seicento. La divisione era dovuta al fatto che le ragazze le portavo io», e tra le ragazze presenti in macchina c’era Rossella Como, la presentatrice ufficiale dei concerti. A via Veneto, poi, incontrano Franco Califano: «ero in via Veneto e loro arrivarono su di una Seicento, erano con Gianni Minà. Li vidi e li conobbi. Parlammo, niente di particolare, ci presentammo, notai in loro grande umiltà, i Beatles erano già grandi». Anche Fausto Leali resta colpito dall’atteggiamento easy dei quattro “scarafaggi”: «La mia fu una performance molto veloce, feci solo due brani. Ho parlato con i Beatles soltanto nel momento in cui ci siamo fatti una foto di rito all’Adriano, ci siamo scambiati dei convenevoli in inglese. Devo dire che erano tutti e quattro molto carini; però con mio grande stupore e naturalmente piacere Paul, prima di lasciarci, mi salutò con un ‘Hi Fausto!’. Non gli avevo detto il mio nome, però lui lo rammentava!» Era questo il segreto esplosivo del loro successo: un mix irresistibile di trasgressione e buone maniere. Così li aveva istruiti il manager: capelli abbastanza lunghi da destare scandalo, ma facce sorridenti, inchino dopo ogni pezzo, divisa elegante da “baronetti” e accattivante disponibilità. Eppure l’alta cultura italiana reagiva facendo spallucce, o storcendo la bocca, o accettando cautamente e, quasi per vezzo, “con riserva”. Ecco ad esempio le perplessità di Pier Paolo Pasolini: «Non mi so spiegare il successo dei Beatles, questi quattro giovanotti completamente privi di fascino che suonano una musica bellina»; e di Giorgio Strehler: «Questi Beatles non mi dicono molto, ma ci deve essere una ragione se vanno tanto forte». Il “collega” italiano Little Tony, invece, era pronto ad ammettere con serenità che i Beatles «hanno dato a moltissimi giovani il pretesto per scatenarsi, rompendo pregiudizi e veti di costume». Anche Paolo Monelli, recensendo i concerti, tenta di andare un po’ più in là nell’interpretazione del fenomeno: «Vidi portar fuori un giovinetto e due o tre ragazze svenute, i coetanei che li sorreggevano continuavano tuttavia ad urlare; le grida, il coro disordinato, i battimani relegavano la musica degli strumenti a un sottofondo, le chitarre, la batteria, gli amplificatori elettronici dei suoni riuscivano soltanto a dare un’idea dell’ossatura sonora. Ma questi fanatici conoscono a memoria i dischi dei Beatles, gli bastava il titolo annunciato per riviverne la passione, Baby’s in black, Rock’n roll, I wanna be your man, gli bastava vedere sul palcoscenico in carne e ossa i loro dei, i padrini provvisori e tirannici dei loro animi primitivi». E ancora, con tanto di citazione colta: «Ma perché li chiamano scarafaggi? La parola che designa lo scarafaggio in inglese si pronunzia più o meno come “beatle”, ma si scrive in un altro modo, “beetle”, e agli scarafaggi non richiama certo il loro aspetto, a parte la pettinatura che è stata più volte di moda presso i nobili giovinetti d’Europa nei secoli scorsi; con la giacchetta nera abbottonata in alto e i pantaloni neri stretti e la cravatta nera lunga hanno piuttosto un’aria clericale: di “clergymen” agitati da un improvviso delirio va bene, ma qualche cosa di simile a quello che agitava una setta di protestanti inglesi della metà del secolo XVIII che si chiamavano “The shakers”, i tremolanti; perché avevano un culto fatto di canti e di danze che li portava a poco a poco ad agitare le estremità e poi tutto il corpo, pensando così di entrare in comunione con i santi spiriti».  Tra le curiosità della celebrazione mitica, tribale e insieme liturgica, che lo spettacolo implica e insieme rappresenta, lo strascico di alcune “reliquie” tradotte, tramandate e anche mistificate dagli spettatori, e soprattutto da quelli che avrebbero voluto esserci, come il cappello a visiera sottratto a Lennon da un ragazzo salito all’improvviso sul palco, o le bacchette lanciate al pubblico da Ringo. Ricorda in proposito il regista Massimiliano Troiani: «Alla fine del concerto, Ringo lanciò le bacchette verso la platea. Nei mesi successivi per Roma giravano centinaia di bacchette e tutti dicevano di possedere quelle originali, proprio quelle che aveva lanciato Ringo dal palco dell’Adriano!». I concerti, in sé, furono poca cosa sul piano puro dell’esibizione: appena 35 minuti ciascuno, come previsto dal contratto, che contemplava anche un minimo di soli 60 secondi in caso di accoglienza fredda da parte del pubblico. Malgrado l’esiguità della scaletta, un occhio esperto avrebbe infallibilmente notato il talento musicale del gruppo, in particolare la perizia tecnica di George Harrison (che Zaccagnini ritiene uno dei cinque chitarristi più grandi di sempre) e la indubbia genialità di Lennon. Per scongiurare i vuoti del primo giorno, il 28 giugno si ridussero i prezzi dei biglietti da settemila a duemila lire. Durante l’esibizione serale, nell’ultimo dei quattro concerti, si registrarono scene di isterismo collettivo. Che cosa volevano significare quelle urla scomposte e quelle lacrime, se non una restituzione simbolica del dono che la musica elargiva? e dunque un immenso e incontenibile “grazie” per la capacità, che i quattro paladini mettevano in scena, di celebrare la vita, la giovinezza, la libertà, e di fotografare lo stato di un’epoca in cerca di se stessa, facendosi carico dei sogni, delle speranze, delle domande di una intera generazione? Come poi sarebbe sempre più accaduto nei decessi successivi, con gli happening oceanici (in certi casi proprio a Roma) di gruppi come Pink Floyd, Led Zeppelin, Queen, U2, et alii.  Lasciamo alle parole di un testimone diretto, Luciano Ceri, la conclusione più suggestiva di questo percorso, con il ricordo dettagliato e nostalgico delle emozioni vissute prima, durante e dopo il terzo concerto, il pomeridiano del 28 giugno:

beatles_r3_c1«Caldo. Molto caldo. Faceva molto caldo sotto le palme di Piazza Cavour dove il mio amico Maurizio ed io aspettavamo che aprissero le porte del Teatro Adriano. (…) Al nostro juke-box preferito (accanto ad un chiosco-bar sul lungotevere) era arrivato Ticket to Ride e negli ultimi giorni di scuola ai primi di giugno – quei giorni che si riesce sempre ad uscire prima perché ci sono gli scrutini o perché qualche professore manca all’ultima ora – spesso ci andavamo a sentire i dischi. Le magiche note del riff iniziale di Ticket to Ride si diffondevano sul marciapiede mentre noi guardavamo raggianti i biglietti che Maurizio aveva comprato al botteghino dell’Adriano: lunedì 28 giugno, ore 16,30, diurna, balconata, lire 1500. (…) C’era un sacco di gente sotto le palme di Piazza Cavour, soprattutto c’erano un sacco di ragazze molto carine, vestite molto colorate e con i quarantacinque giri dei Beatles in mano, e c’erano anche alcune mamme, venute lì a controllare cosa stesse succedendo e perché per la prima volta a Roma si creava tanta confusione per uno spettacolo di canzoni in un teatro. Molti ragazzi avevano i capelli moderatamente lunghi, a coprire le orecchie ed appena il collo, e molti avevano gli occhiali da sole con le lenti a goccia. Ad un certo punto cominciammo tutti ad attraversare la piazza e quasi automaticamente ci trovammo di fronte alle porte, e poi entrammo dentro e poi su per le scale – ormai di corsa – ed alla fine entrammo nel nostro palchetto di balconata, forse insieme ad altri cinque o sei, non ricordo bene, ma di colpo il teatro fu pieno. O meglio, le balconate furono piene, perché in platea le persone arrivavano un po’ alla volta, con molta calma, a parte quelle cinquanta o sessanta ragazze che avevano occupato in un baleno le prime sei-sette file di posti. (…) Poi il palco rimase vuoto e venne qualcuno ad annunciare: “Signore e signori, The Beatles!”. E lì venne giù il teatro. Le ragazze cominciarono a strillare, ed il loro strillo era uno strillo di ragazze, aveva cioè un suono (un timbro, avrei detto qualche anno più tardi) molto acuto, come se fosse un fischio elettrico, a volume altissimo. (…) John Lennon era proprio sotto di noi, aveva una faccia molto simpatica, come se dovesse farti uno scherzo da un momento all’altro, mentre Paul McCartney stava all’altra estremità, con quel suo basso strano, un Hofner, che sembrava un violino un po’ allungato, lui ci metteva le dita della mano destra, e per me era inspiegabile, non concepivo il fatto che esistessero i mancini anche sulla chitarra. George Harrison stava più o meno al centro, qualche volta andava vicino a Paul a fare il coro, aveva un’altra chitarra appoggiata su una specie di trespolo vicino alla batteria e mi sembrava molto elegante mentre suonava. In mezzo a tutti e incastrato quasi tra gli enormi amplificatori ai quali erano attaccati i fili delle chitarre e del basso c’era Ringo Starr, con i suoi splendidi capelli quasi biondi che si agitavano in continuazione e con un sorriso molto accattivante, che picchiava con le bacchette sui piatti e sui vari tamburi della batteria. (…)290px-The_Beatles_emerging_from_the_Ritz_Cinema,_Fisherwick_Place,_Belfast_November_8,_1963 I Beatles erano vestiti di nero, con l’abbottonatura delle giacche altissima, come se fosse un maglione a V, camicia bianca e cravatta nera, avevano gli stivaletti come ci aspettavamo che avessero e facevano veramente una bella figura, insomma, erano molto belli visti tutti insieme e sembravano comunque divertirsi molto nel suonare, si guardavano spesso, guardavano spesso Ringo, lo spettacolo finì, dopo soltanto mezz’ora dall’inizio, i Beatles si inchinarono per l’ultima volta in un rumore assordante ed abbandonarono il palcoscenico dell’Adriano. Eravamo tutti sudati, le ragazze nel nostro palchetto e in quello vicino piangevano, io pensavo che piangevano di gioia perché gioia era quello che avevamo provato ascoltandoli. E anche quando scendemmo le scale tutti insieme, anche quando uscimmo sfiniti ed afoni su Piazza Cavour ancora piena di sole, anche quando salimmo sull’autobus per tornare a casa con ancora nelle orecchie il fischio elettrico delle ragazze e le urla di Twist and shout eravamo pieni di gioia. E negli anni a venire, per tutte le volte che avrei ascoltato i Beatles, da una radio accesa nel porto di Corfù o nella stazione della metropolitana di Parigi, in un bar di Tirana o in un negozio di Dubrovnik, sul taxi turco che mi portava ad Efeso o facendo colazione in un albergo di Vienna, o semplicemente a casa, in un giorno di pioggia o in una notte stellata d’estate, avrei provato sempre la stessa sensazione: gioia. Pura gioia».

Marco Onofrio

 Clicca per ascoltare “Help”, live 1965: https://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=yWP6Qki8mWc

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