Giovan Battista Piranesi, un veneziano a Roma, di Stefania Severi

150px-Pietro_Labruzzi_portrait_of_Giovanni_Battista_PiranesiLa figura del grandissimo architetto incisore Giovan Battista Piranesi è tra le più note nel panorama dell’arte del Settecento e, in particolare, nel panorama dell’incisione di tutti i tempi. A tutt’oggi è forse tra i più grandi incisori, se non il più grande. Famose le sue 135 vedute Roma, realizzate nel corso dell’intera vita, e famosissime le sue preromantiche “Carceri d’Invenzione”, realizzate ancor giovane nel 1749 e riprese nel 1761. Piranesi era nato a Venezia nel 1720, ed era stato avviato agli studi d’architettura dallo zio materno Matteo Lucchesi, architetto, e allo studio del latino e dei classici dal fratello Angelo, frate certosino. Aveva già offerto prove di disegnatore e di incisore quando, appena ventenne, fu nominato “disegnatore” al seguito del nuovo ambasciatore di Venezia a Roma, Francesco Venier. A Roma il destino di Piranesi doveva compiersi, affascinato dalla città moderna e dalla città antica. Lasciò infatti Roma solo dalla fine del 1743 al settembre del 1747 per recarsi a lavorare per breve tempo in Toscana e, dopo un nuovo breve periodo romano, tornare a Venezia. Il rientro a Roma, nel 1747, fu definitivo. Aprì il suo primo studio-bottega davanti a Palazzo Mancini, sede dell’Accademia di Francia. Nel 1752 sposò Angela Pasquini, figlia del giardiniere della famiglia Corsini, da cui ebbe tre figli, Laura, Francesco, che seguirà le orme paterne, e Faustina prematuramente scomparsa. Nel 1761 apriva il suo secondo studio-bottega a Palazzo Tomati sulla Strada Felice, l’odierno n. 48 di via Sistina. Divenne noto e fu in contatto con tutti i più importanti studiosi italiani e stranieri. Nel 1757 diveniva membro della Royal Society of Antiquaries di Londra, nel 1761 era nominato Accademico di San Luca e nel 1767 riceveva il titolo di Cavaliere dello Speron d’oro.

5 Tomba Piranesi ARTEFino alla sua morte, avvenuta a Roma nel 1778, Piranesi lavorò instancabilmente come incisore ma ebbe modo di dedicarsi anche, sia pure marginalmente, alla pratica architettonica. Purtroppo il restauro della Tribuna di San Giovanni in Laterano, commissionatogli nel 1763 dal veneziano Clemente XIII, al secolo Giovanbattista Rezzonico, rimase sulla carta per la morte del pontefice (1769). Ne sono rimasti tutti i disegni, conservati oggi presso la Columbia University di New York. Nel 1766 furono portate a termine, sempre sotto papa Rezzonico, Santa Maria del Priorato e la Piazza dei Cavalieri di Malta, arricchita dai famosi cimeli. È questa una architettura particolarissima, con simboli che sono riconducibili alla Massoneria di cui lo stesso Piranesi fu probabilmente un adepto. Vi si mescolano infatti elementi egizi e romani in modo assolutamente originale. Chiederà di essere sepolto in questa chiesa, privilegio che gli fu accordato. Clemente XIII  protesse sempre Piranesi, tanto da consentire a Faustina Savorgnan, moglie di suo nipote Ludovico, di fare da madrina alla sfortunata ultimogenita dell’incisore (1761). È certo che Piranesi teneva molto alla sua qualifica di Architetto, perché così si firmava nelle incisioni. Era forse frustrato dal fatto di aver così poco praticata la sua arte? Non lo sapremo mai. Sappiano per certo che la pratica dell’incisione la esercitò sempre al meglio e la mise al servizio di Roma. E al servizio soprattutto della Roma Antica mise i suoi studi appassionati di storico e archeologo. È questo un aspetto forse meno noto del grande artista, ma basta scorrere i titoli delle sue opere di carattere archeologico per averne una esatta percezione:

– “Camere Sepolcrali degli Antichi Romani le quali esistono dentro e fuori di Roma” con 6 incisioni originali e 5 tratte da Francesco Bianchini (1727): è la prima opera di carattere archeologico;

– “Antichità Romane de’ Tempi della Repubblica e de’ Primi Imperatori”, 28 vedute di edifici antichi (1748), ristampate poi nel 1765 col titolo “Alcune vedute di Archi Trionfali ed altri monumenti innalzati da’ Romani”;

 “Trofei di Ottaviano Augusto innalzati per la vittoria ad Actium e conquista dell’Egitto”, volume con 10 tavole (1753): è un’opera in cui, polemizzando con il Conte Caylus che sosteneva la supremazia della Grecia su Roma (“Recueil d’antiquitès”, 1752), è ribadita l’originalità dell’arte romana;

– “Antichità romane”, 4 volumi di incisioni (1756): opera fondamentale per l’indagine archeologica;

– “Della Magnificenza e Architettura de’ Romani”(1761), volume con 200 pagine di testo in latino e italiano e 38 tavole, dedicato a Clemente XIII che da questo momento finanzierà i suoi lavori;

– “Le Rovine del Castello dell’Acqua Giulia”, in cui investiga anche nell’ambito dell’antica ingegneria idraulica (1761);

– “Il Campo Marzio dell’Antica Roma” (1762), opera a cui lavorava dal 1757, con 45 tavole (compresi i frontespizi) e un ricco testo in latino e italiano: le tavole mettono a confronto i ruderi dell’epoca, liberati dalle infrastrutture posteriori, e le ricostruzioni.

– “Lapides Capitolini” (1762): un grande foglio con i frammenti di un’iscrizione trovata nel Foro con l’elenco dei Consoli dalle origini al 19 a.C.;

– “Descrizione e disegno dell’Emissario del Lago Albano”, con note sull’ingegneria antica, e “Di due spelonche ornate dagli Antichi alla Riva del Lago Albano” (1762);

– “Antichità di Albano e Castel Gandolfo” (1764);

– “Antichità di Cora” (1764) con il tempio di Ercole;

– “Trionfo o sia Magnifica Colonna Coclide di Marmo” (21 tavole sulla Colonna Traiana), “Colonna Antonina” e “Colonna in memoria dell’Apoteosi di Antonino e Faustina” (9 tavole) (1773).

4 S Maria Priorato ARTEA queste opere sono da aggiungere altre da lui disegnate ma incise, dopo la sua morte, dal figlio Francesco: il dettagliatissimo rilievo di Villa Adriana a Tivoli e i siti archeologici di Ercolano, Pompei e Paestum. In particolare ci è giunto il disegno, a penna e sanguigna, del rilievo di Villa Adriana, un disegno minuzioso che denota una analitica operazione di rilievo, ma allo stesso tempo quasi emotivamente palpitante (Napoli, Museo di San Martino). Oltre ai titoli elencati c’è da sottolineare la presenza delle antichità in varie serie di vedute di Roma antica e moderna, e nel volume miscellaneo di “Opere varie di architettura prospettive, grotteschi, antichità” del 1750. Le antichità sono anche nel Taccuino di Modena. È questo un affascinante documento, conservato oggi presso la Biblioteca Estense Universitaria di Modena, composto di 75 pagine rilegate, risalente agli anni 1740-50, che ci mostra un tratto interessantissimo dell’operato di Piranesi. Nel taccuino, infatti, pagina dopo pagina, ci sono appunti, schizzi ma anche disegni estremamente analitici. Il tutto indica che l’approccio di Piranesi era storicistico, sentimentale e tecnico. E’ come se, di fronte al soggetto e all’ambiente circostante, egli, subitone il fascino, sentisse la necessità di cogliere subito i vari aspetti: ecco dunque gli animali in varie posizioni, le figurette scorciate, i particolari architettonici esaltati dalle ombre e dalle luci. Ognuno degli elementi era un frammento di realtà che parlava al suo cuore e alla sua immaginazione, e che poi andava a comporsi magistralmente nelle complesse e articolate incisioni. Il tutto accompagnato da studi, annotazioni, osservazioni. In tutti i suoi lavori Piranesi ha sempre sostenuto l’originalità dell’arte romana. All’antiquario Pierre-Jean Mariette che, dalla “Gazette Littéraire de l’Europe”, confutava tale tesi, ribadì, nel 1765, la sua visione in tre scritti teorici: “Osservazioni di Gio.Battista Piranesi sopra la Lettre de M. Mariette”, “Parere su l’Architettura” e “Della Introduzione e del Progresso delle belle arti in Europa ne’ tempi antichi”. Egli è stato anche il primo a rivalutare l’arte egizia e ad invitare gli architetti ad attingere liberamente anche dai repertori di quest’arte. Piranesi amò Roma e la sua storia, e con la sua opera ne difese la memoria, ne facilitò la conoscenza e soprattutto ne sostenne l’indispensabile tutela.

Stefania Severi

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