Alcune poesie di Paolo Ottaviani da “GEMINARIO”, Edizioni del Leone, nota critica di Paolo Ruffilli

geminarioLa poesia di Paolo Ottaviani, ha una colloquialità fluente, favorita anche dall’uso del dialetto (un idioma medievale umbro-sabino, secondo la definizione dello stesso autore) che influenza l’italiano da cui è a sua volta influenzato, nella spirale delle due correnti parallele di questo libro. Tale straordinario dialetto non ha niente di casuale o di esotico, ma è forma del pensiero per Ottaviani e, in movimento alternato con la lingua, incarna bene quella tipica tensione dell’autore tra il commosso senso civile della storia e il contrappunto della cronaca personale e familiare. Pubblico e privato infatti sono i due fiumi che, pur scambiandosi acqua reciprocamente, scorrono paralleli nello stesso mare come le due parti, materna (il dialetto) e paterna (la lingua) dello stesso corpo. Geminario è dunque una sorta di poema bilingue, composto da duplici canti o gemini (da cui il neologismo geminario), che mentre parla dell’oggi si fa specchio di ciò che di fondamentale è accaduto ieri, tra un passato contadino remoto e perfino arcaico (come dato non ideale, ma vissuto e autobiografico) e un presente urbano e metropolitano (di nuovo non astratto, ma nel riscontro autobiografico dell’autore), nel riferimento costante a quel rapporto natura-storia che segna insieme le singole esistenze e la vita collettiva. Così che la condizione esistenziale e il riscontro storico tramano l’intera tessitura del libro, riportando i valori individuali a una considerazione sempre anche sociale e dando evidenza accanto alle personali tranches de vie agli eventi (traumatici, di snodo e di evoluzione) della Storia come il soffocamento sovietico della rivoluzione ungherese del ’56 o l’entrata a l’Avana di Fidel Castro nel ’59 o l’assassinio di Aldo Moro. Il tutto, con una forza poetica dagli effetti potenti, sia nel dialetto umbro-sabino che in lingua, frutto di una maturità umana prima ancora che espressiva. Dentro lo specifico originale di una liquidità: insieme, come riduzione allo stato liquido nello scorrere inarrestabile delle vicende e come “liquidazione” di quelle stesse vicende di continuo operata dalla Storia.

Paolo Ruffilli

 

PROGEMINO – I –

A tiempu martello
‘sta marna dura
co’ l’arte que tello
inpasta fegura

e può comma quannu
amiddala gemma
primisia de j’annu
resorve dilemma

primisia vetusta
e nova de lengua
recorda ra frusta
co’ striscia bilengua

que rapre a lo sangue
re strai de ru sòle,
parola que langue
zompa re tajole,

comma vorpe roscia
pe’ prata d’inverno
ne’ ra née floscia
arizza materno

r’istintu e ra cóa
puntenno ra tana
do’ retroa póa
pe’ fame mattana.

Ra lengua sabina
de notte fanata
resona a matina
scaicchiata, schidiata,
favilla de sugnu
da ‘n suonnu prufunnu
que siente bisugnu
de cantu jocunnu,

favilla de Venere
que priestu se muta
in sparuta cenere
fuscata, soluta,

favilla clarita
que passa manente
mo’ ppropiu fiurita
è reita a ru gnente.

 

PROGEMINO – II –

Al batter dei miei palpiti una creta
fendo e plasmo con l’arte che modella
lingua e materia che inventa poeta,

poi come quando d’improvviso gemma
mandorlo bianco, primo fior dell’anno,
bella magia risolve dilemma:

primizia viva di lingua vetusta,
primizia morta di lingua novella,
rammenta corda, biforcuta frusta,

che taglia nelle carni ed apre al sole
sentieri nuovi alla parola spenta
e rifugge con balzi le tagliole,

come la volpe nei prati d’inverno
teneramente affonda nella neve,
torna a saltare, s’arresta e materno

alza l’istinto, per rabbiosa fame
drizza la coda e annusa la tana
dove ritroverà solo fogliame.

Dal vespro all’alba la lingua sabina
nell’ansietà del sogno e della veglia
si frantuma e risuona eco a mattina,

scintilla che risale dal profondo,
oscuro desiderio di intonare
diafano canto, gemino e giocondo,

scintilla forse più bella di Venere,
caldo stupore che già si nasconde
tra la minuta, polverosa cenere,

scintilla che tra le spire fiorisce,
di sua sola luce tutta splende,
muove col vento e nel nulla perisce.

 

GEMINO PRIMO -I –

(In memoria del padre e della madre)

Piagnìanu ‘n bianche
piste de renella
su ‘nparcite panche
de nicchia o cappella,

ru friscu de nòa
erbetta e de luna,
benanche que piòa
orbata furtuna

aprile era dorce
de celli e sperella,
a buju re torce
e ra marturella,

ru feru battutu
‘nchioatu su legno
sonava chercutu
ru puoru congegno

e l’arba s’arzava
slargata de luce,
de sopra ‘n’ottava
ru cantu recuce,

madonne de tera
un suffiu de voce
clinata maniera
rensegue veloce.

Ra luna pasquale
ajamà calante,
su ru capezzale
un radiu sclarante

vejetti d’aprile,
e pàrimu suoru,
derentro ‘n suttile
bajatu tesuoru

que iju quarantottu
que m’ia fijatu
arìa mo’ rottu
ru sugnu sugnatu

de ‘na roscia tera
cummunista e mansa,
doppo fame, guera,
prescione e mattansa.

 

GEMINO PRIMO – II –

Piangevano in silenzio lungo bianche
stradine, impervi, renosi sentieri,
dentro nicchiette, su tarlate panche,

la pungente frescura della luna,
dell’erba rugiadosa, benché triste
cada la pioggia e malvagia fortuna,

dolce stagione era d’aprile, bella
di passeri nel tiepido del sole,
fiaccole a notte poi la marturella,

ferro battuto inchiodato nel legno,
con il rintocco sordo un chierichetto
mesto cantava musica d’ingegno

e l’alba cristallina risuonava
schiusa alla luce tremula di rosa,
l’armonia si alzava di un’ottava,

madonne di ceramica muschiata
e quegli occhiuti, rapidi bisbigli
correvano tra gente inginocchiata.

Pallido raggio di luna pasquale
volta ad oriente, già in fase calante,
malfermo lume intorno al capezzale,

il padre solo stava nell’aprile,
quasi temendo ferita di luce
nel suo spirto segreto e gentile:

quel millenovecentoquarantotto
tempesta che mi aveva generato
sogno sognato avrebbe presto rotto

di un comunismo buono e rossa terra
per uomini e animali generosa
dopo prigione, genocidio e guerra.

 

GEMINO SETTIMO – I –

Derentro ru scuru
scricchiatu de sala
avansa feguru
que scansa ra pala:

de luce sbarzata
que casca a tajone
tragedia farsata
de ‘n puoru Accattone

e doppo Re ceneri
d’Antonio e re rose
pare qu’atri generi
de puisie e prose

se pierdû a ru vientu
de nova structura
scotenno da drentu
l’ardita vintura,

Pier Paolo corvu
tra celli e cellacci
argintinu e torvu
‘nchiòa ri cristacci.

Suoru in cameretta
te penso e resogno
e littera eletta
non scrìo, trasogno

parlenno a ru fuocu
que te Benandante
allumina ‘n puocu
pe’ ra strai stellante:

un gnente separa
da suffìu materia
co’ l’anema clara
fra miezzu l’arteria,

– oh! Quantu dolore
derentro tu’ sangue!
Violensa d’amore
reclama atru sangue,

e lucciole vaghe
de notte silente
tecco ‘n secche plaghe
de buiu fiorente.

 

GEMINO SETTIMO – II –

Nel buio scricchiolante di un androne
un sottoproletario sullo schermo,
negletto sfruttatore di rione:

dagli strani rilievi della luce
opaca e netta la tragedia ambigua
del povero Accattone già traluce

e dopo quelle Ceneri e la rosa
in forma sghemba d’aperta corolla,
caratteri diversi in densa prosa

e poesia in corsa con il vento
che contamina l’arte nell’essenza
muovono alfieri d’acuto ardimento,

nelle sembianze stridule di un corvo
tra Uccellacci e uccellini Pasolini
i cristi stigmatizza acerbo e torvo.

Nel chiuso della stanza penso e sogno
con la fraternità di chi sta solo
lettera non ti scrivo ma trasogno

parlando al fuoco con lo spiritello
del folletto friulano Benandante
che muove al chiaro, stellato mantello:

nulla separa operosa materia
dal più leggero soffio della vita
che penetra nel cuore dell’arteria,

fin dentro il sangue – Ahi! Quanto dolore!
– S’addensa e scorre in suo divenire,
più forte chiama violenza d’amore!

Lucciole vaghe dai brevi respiri
luci danzanti ancora nelle notti
senza la luna persa nei suoi giri.

Nota dell’autore: Il “Progemino”, a mo’ di introduzione all’intero poemetto, riguarda il mio rapporto col dialetto, l’altro è autobiografico e l’ultimo è dedicato a Pasolini.

num015ottavianiPaolo Ottaviani è nato a Norcia e vive a Perugia. Laureato in Filosofia con una tesi su Giordano Bruno, ha successivamente pubblicato negli Annali dell’Università per Stranieri di Perugia saggi sul naturalismo filosofico italiano. E’ stato Direttore della Biblioteca Centrale della medesima Università e fondato e diretto la rivista Lettera dalla Biblioteca. Nel 1992 per le Edizioni del Leone di Venezia ha dato alle stampe la raccolta poetica Funambolo con prefazione di Maria Luisa Spaziani. È presente con poesie, saggi, recensioni e articoli di interesse letterario in riviste multimediali, su antologie, nei periodici Attraverso, Esperienze letterarie, Perusia, Poesia, Poeti e Poesia, Universo e su diversi quotidiani. Nel 2007 ha pubblicato Geminario, un originale poemetto bilingue composto da canti o gemini vergati in uno straordinario neovolgare umbro-sabino e poeticamente tradotti in lingua italiana. Si riecheggia così il nostro volgare due-trecentesco, comprese le arcaiche, suggestive sonorità di quei componimenti poetici che segnano il passaggio dalla metrica dei ritmi bassolatini alla metrica italiana accentuativa. Nel 2009 ha vinto il Concorso di Poesia Verba Agrestia ottenendo la pubblicazione presso l’Editore LietoColle della raccolta Il felice giogo delle trecce dove per treccia si intende una complessa composizione poetica a forma chiusa, di sei strofe, con doppia alternanza di due quartine di versi alessandrini e di una quartina di senari, disposte in una sorta di disegno a forma di treccia, con rime interne, esterne e “rimealmezzo”. Conduce su Pulsante Radio Web, nell’ambito della trasmissione Poesia, l(‘)abile traccia dell’universo, la rubrica “Cinque minuti di poesia con Paolo Ottaviani”.

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