LA SETTIMANA DELL’AMORE (ultimo giorno): poesie di Cesare Pavese, Paolo Ruffilli, Dante Maffia, Maria Grazia Di Biagio, Luciano Nota, Marco Onofrio

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Renato Guttuso, Bosco d’amore, 1985

 

DUE

Uomo e donna si guardano supini sul letto:
i due corpi si stendono grandi e spossati.
L’uomo è immobile, solo la donna respira più a lungo
e ne palpita il molle costato. Le gambe distese
sono scarne e nodose, nell’uomo. Il bisbiglio
della strada coperta di sole è alle imposte.
L’aria pesa impalpabile nella grave penombra
e raggela le gocciole di vivo sudore
sulle labbra. Gli sguardi delle teste accostate
sono uguali, ma più non ritrovano i corpi
come prima abbracciati.
Si sfiorano appena. Muove un poco le labbra la donna, che tace.
Il respiro che gonfia il costato si ferma
a uno sguardo più lungo dell’uomo. La donna
volge il viso accostandogli la bocca alla bocca.
Ma lo sguardo dell’uomo non muta nell’ombra.
Gravi e immobili pesano gli occhi negli occhi
al tepore dell’alito che ravviva il sudore,
desolati. La donna non muove il suo corpo
molle e vivo. La bocca dell’uomo s’accosta.
Ma l’immobile sguardo non muta nell’ombra.

Cesare Pavese

 

LA PRIMA VOLTA

Volevo averti
la prima volta
che ti ho vista:
tenerti tra le braccia,
sentire la tua vita
battere incerta
contro la mia stretta
e rubartela dagli occhi
dal respiro
dentro la saliva,
morderti e masticarti
aperta e sciolta
in tutte le sue parti
per ritrovarti, poi,
quella persona.
E’ stato questo,
e resta, il sogno,
che ancora
mi ossessiona.

Paolo Ruffilli

 

SAI DOVE TROVARMI

Non so dove sono in certe ore.
Unico riferimento il suono della tua voce.
Non so quanti approdi ci aspettano e se
malvoni o altri fiori saranno piantati.
Il limite non ha limite per noi,
anche se non riesco ad abbracciarti intera.
Possibile che mi sfuggi in certe ore
andando a spasso con piglio deciso
sapendo che l’attesa fa deragliare
i treni, scoppiare stazioni, divellere binari
urlare di solitudine e creare angoscia
riducendo a nero denso ogni sospiro?
Tranquilla, sono fermo, sai dove trovarmi.

Dante Maffia

 

PERSI

Com’è crudele il tempo, amore mio.
Sotterra i giorni dell’incoscienza
nella torba delle circostanze inevitabili
come le stagioni a seguire, il giorno e la sua morte
e ci si perde dentro gesti assenti quotidiani.
Nulla di te mi manca più di quel sorriso
che si accendeva della mia allegria.
Dove sono gli amanti? Dove siamo?

Maria Grazia Di Biagio

 

PRIMA DELL’ARRIVO

“Ci entro.
Vorrei evitare il dopo,
il dolce stilnovo
con tutte le sue affezioni.
Ti vedo
esteso, acuto, in gioco,
orientato al fuoco
sul drappo verde del divano.
Lo sai
che dai il meglio col fondo
seduto sgraziato sul gambo”.

“Ti sento
come pinna armoniosa in uno stagno”.

Luciano Nota

 

FINCHÉ SEI IN TEMPO

Le voci sconosciute dei miei cari
suonano nell’aria del presente.
Posso ascoltarle, possono parlare.
Ma passeranno, come tutto passa.
Non avranno più la bocca materiale
e orecchi per raccogliere parole:
un infinito vuoto, ovunque,
accanto a dove siamo
ci separerà: per sempre.

Quel che oggi vedo coi miei occhi
mai più vedrò. Solo allora sarò pronto
a dare tutto – invano – pur di ritornare
agli attimi che ora non apprezzo
come dovrei, perché tutto mi appare
la cosa più normale e naturale,
tranne la morte.

Abbraccia, dunque, le persone che ami
finché sei in tempo! Il calore umano
si disperde rapido nel gelo
del mistero: lo divora
la profonda immensità.

Il gesto va compiuto sul momento:
non vergognarti, non lo rimandare.
Tutta la vita che non traduce amore
sarà perduta, si rimpiangerà.

Marco Onofrio

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13 commenti
      • Questa volta non concordo con lei, dal momento che si tratta di una poetica del quotidiano, volutamente “popolare” proprio per arrivare a tutti. Un saluto.

      • A Gabriele Fratini,
        ciascuno ha i suoi gusti nell’apprezzare la poesia. In questo caso il dettato “popolare”, come lei lo definisce, non arriva proprio a tutti, se non risulta evidentissimo il valore poetico di questa descrizione: un uomo e una donna dopo che si sono amati (non uso espressioni più esplicite).
        Non è poi del tutto vero che la poesia pavesiana è “volutamente popolare”. E’ molto diversa da quella tradizionale: apre una via nuova. .
        Grazie per la cortese risposta e cordiali saluti
        Giorgina Busca Gernetti

      • Gentile Giorgina Busca Gernetti, in realtà “popolare” non è una definizione mia ma di Asor Rosa. Su Lavorare stanca concordo con il pensiero di ridimensionamento di Mengaldo (“le intenzioni e l’interesse storico prevalgono sui valori poetici”, “la poesia pavesiana ha ricevuto attenzioni anche superiori ai suoi meriti dopo la sua morte”…). Personalmente preferisco le sue poesiole di La terra e la morte e Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Cordiali saluti.

      • Anch’io preferisco di gran lunga “La terra e la morte”. Quanto ad Asor Rosa, con tutto il rispetto, non condivido nemmeno una parola di ciò che afferma.
        Anche Mengaldo non sempre mi convince nella giustificazione dei suoi assunti. Sapevo già che la definizione “popolare” non era sua (cioè di lei, Frattini). Un cordiale saluto
        Giorgina BG

  1. Grazie ad Anna Maria Bonfiglio per la lettura e per l’apprezzamento e sempre a Luciano che ha la bontà di ospitare le mie cosucce.

  2. Perdere l’amore

    Tutte le canzoni d’amore d’intorno
    ti vengono
    ti significano al mondo
    come amore
    o come
    sé diverso
    dai diversi…
    e
    perdere l’amore è
    come
    perdere quel sé
    ché nel mondo vai
    come
    annullato e perso.

    Roma, 17 febbraio 2014

  3. Se fosse un concorso vero di poesia, darei il massimo a questi versi: “Tutta la vita che non traduce amore/ sarà perduta, si rimpiangerà…”

  4. “Abbraccia, dunque, le persone che ami
    finché sei in tempo! Il calore umano
    si disperde rapido nel gelo
    del mistero: lo divora
    la profonda immensità.! (Marco Onofrio)
    *
    Pur apprezzando tutte le composizioni qui presentate, seppure in grado diverso, questi
    versi di Marco Onofrio mi giungono all’animo a una profondità maggiore.
    GBG

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